AGI - Quarantacinque anni dopo l'attentato a Wojtyla del 13 maggio 1981, Piazza San Pietro continua a rappresentare uno dei luoghi simbolo del Novecento, teatro di un evento che segnò profondamente la storia della Chiesa cattolica e del pontificato di Giovanni Paolo II. Per milioni di fedeli, però, quella data non coincide soltanto con il tentato assassinio del Papa polacco da parte del terrorista turco Mehmet Ali Agca, ma con un vero e proprio miracolo attribuito alla Madonna di Fatima.
Alle 17:17 Wojtyła stava attraversando la piazza a bordo della jeep scoperta per il tradizionale bagno di folla del mercoledì quando venne raggiunto dai colpi di pistola esplosi da Agca. Il Pontefice si accasciò tra le braccia dei collaboratori, mentre tra i fedeli si diffondevano paura e caos. Trasportato d'urgenza al Policlinico Gemelli, il Papa arrivò in condizioni disperate. I medici lo sottoposero a un lungo intervento chirurgico per le gravissime lesioni riportate all'addome e all'intestino.
La lettura spirituale dell'attentato a Wojtyla
Fin dalle prime ore successive all'attentato, tuttavia, Giovanni Paolo II interpretò quanto accaduto in una chiave spirituale. Negli anni successivi ripeté più volte che "una mano ha sparato e un'altra mano ha guidato la pallottola", riferendosi esplicitamente all'intervento della Vergine di Fatima nel giorno dell'anniversario della prima apparizione del 1917.
Il legame con Fatima
Per Wojtyła non si trattò mai di una semplice immagine simbolica, ma della convinzione profonda che la propria vita fosse stata preservata dalla Provvidenza per continuare la missione affidatagli. A suggellare quel legame con Fatima fu anche la decisione di far incastonare il proiettile estratto dal suo corpo nella corona della statua della Madonna custodita nel santuario portoghese.
Un pontificato segnato dalla devozione mariana
Un gesto che trasformò l'attentato in uno dei momenti spiritualmente più significativi dell'intero pontificato di Wojtyła, da sempre profondamente segnato dalla devozione mariana riassunta nel motto "Totus Tuus".
Il calvario fisico di Wojtyla dopo l'attentato
Dietro l'immagine pubblica del Pontefice che perdona il proprio attentatore e torna ad affacciarsi ai fedeli, il 13 maggio 1981 segnò per Giovanni Paolo II l'inizio di un autentico calvario fisico e umano. Dopo i colpi sparati in Piazza San Pietro da Mehmet Ali Agca, il Papa polacco venne ricoverato in condizioni gravissime al Policlinico Gemelli di Roma.
La lunga degenza al Gemelli
I medici operarono per ore nel tentativo di salvargli la vita. Le ferite all'addome, all'intestino e alla mano apparvero subito molto serie. Nei giorni successivi all'intervento chirurgico sopraggiunsero infezioni, febbri altissime e complicazioni cliniche che fecero temere più volte un esito fatale.
La sofferenza come testimonianza
Wojtyła affrontò la lunga degenza con una serenità che impressionò collaboratori e sanitari, vivendo la sofferenza come parte integrante della propria missione spirituale. Secondo molti osservatori, proprio l'esperienza dell'attentato cambiò profondamente il pontificato di Giovanni Paolo II.
Un messaggio universale di fede
Negli anni successivi il Papa offrì pubblicamente anche il peso della malattia e della progressiva fragilità fisica come testimonianza cristiana della sofferenza vissuta nella fede. A distanza di 45 anni, la memoria dell'attentato resta così legata non soltanto alla violenza di quel pomeriggio romano, ma alla capacità di Wojtyła di trasformare il dolore personale in un messaggio universale di fede e di affidamento totale a Dio.
A quarantacinque anni dall'attentato contro Giovanni Paolo II, restano ancora senza una risposta definitiva molti interrogativi sui mandanti e sulle eventuali complicità internazionali dietro l'azione del terrorista turco Mehmet Ali Agca. Nel corso dei decenni si sono susseguite ipotesi e inchieste che hanno evocato il coinvolgimento dei servizi segreti dell'Est europeo, della cosiddetta "pista bulgara" e più in generale delle tensioni geopolitiche legate alla Guerra Fredda.
Nessuna delle ricostruzioni investigative elaborate nel tempo è però riuscita a consegnare una verità pienamente condivisa. Lo stesso Agca contribuì ad alimentare il clima di incertezza con dichiarazioni contraddittorie e versioni continuamente mutate, apparendo spesso mitomane e in diversi momenti eterodiretto nelle proprie accuse.
Depistaggi e versioni contraddittorie
Considerato da molti un mitomane e in diversi momenti apparso eterodiretto nelle proprie accuse, il terrorista turco mescolò frequentemente elementi reali, fantasie e depistaggi. Tra i tentativi più controversi vi fu quello di collegare l'attentato del 1981 alla scomparsa di Emanuela Orlandi.
Il mistero Orlandi
Agca sostenne per anni l'esistenza di legami oscuri tra i due casi, evocando ricatti internazionali e trame segrete, ma nessuna prova concreta ha mai dimostrato un reale rapporto tra la vicenda Orlandi e il tentato omicidio del Papa. Per questo, ancora oggi, il 13 maggio 1981 continua a conservare un'aura di mistero storico che probabilmente non verrà mai completamente chiarita sul piano politico e giudiziario.
L'incontro a Rebibbia
Se il 13 maggio 1981 rappresenta una delle pagine più drammatiche del pontificato di Giovanni Paolo II, una delle immagini più forti lasciate alla storia resta quella del successivo incontro tra il Papa e il suo attentatore Mehmet Ali Agca nel carcere romano di Rebibbia. Il 27 dicembre 1983 Wojtyła volle incontrare personalmente l'uomo che aveva tentato di ucciderlo in Piazza San Pietro.
Il perdono come testimonianza
Quel gesto colpì profondamente l'opinione pubblica mondiale e venne interpretato come uno dei momenti più alti del pontificato del Papa polacco. Giovanni Paolo II non rinnegò mai la necessità della giustizia, ma scelse di testimoniare concretamente il valore evangelico del perdono cristiano anche verso chi aveva attentato alla sua vita.
La memoria collettiva della Chiesa
A distanza di quarantacinque anni dall'attentato, è soprattutto questa immagine a restare impressa nella memoria collettiva della Chiesa: non soltanto il sangue versato in Piazza San Pietro, ma la capacità di Wojtyła di leggere dentro una tragedia personale un richiamo alla misericordia, alla fede e alla riconciliazione.
Un messaggio universale
Per molti credenti, proprio attraverso quella scelta il Papa polacco trasformò definitivamente l'attentato subito in una testimonianza spirituale universale, rendendo ancora più radicale la propria missione pastorale e il messaggio evangelico del suo pontificato.