AGI - Doveva essere l'architrave della nuova Gaza post-bellica, il luogo in cui concentrare supervisione politica, fondi internazionali e garanzie sulla transizione. A pochi mesi dal suo lancio, pero', il "Board of Peace" voluto da Donald Trump appare ancora lontano dall'obiettivo annunciato: governare il passaggio dalla tregua alla ricostruzione e accompagnare la nascita di una nuova amministrazione palestinese nella Striscia.
L'idea della Casa Bianca
La Casa Bianca lo aveva presentato come uno strumento centrale del piano in 20 punti per porre fine al conflitto a Gaza. Un organismo con compiti di indirizzo strategico, mobilitazione delle risorse internazionali e controllo sulla fase di transizione. Il Board, secondo Washington, avrebbe dovuto agire in coerenza con la risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, approvata il 17 novembre 2025 con 13 voti favorevoli e le astensioni di Cina e Russia.
A che punto è
Ma, al momento, tra l'architettura disegnata a Washington e la realtà di Gaza resta un divario ampio. Secondo Reuters, il Board avrebbe incassato meno di un miliardo di dollari dei 17 promessi per governance e ricostruzione, un ritardo che avrebbe contribuito a bloccare l'ingresso nella Striscia del comitato palestinese di tecnocrati incaricato di sostituire Hamas nell'amministrazione civile. Il Board ha negato che i fondi siano il nodo principale, ma le fonti diplomatiche citate dall'agenzia descrivono un meccanismo di fatto fermo.
A complicare il quadro c'è anche la debolezza degli strumenti operativi sul terreno. Il Civil-Military Coordination Centre, struttura chiave della strategia americana nei pressi di Gaza, sarebbe destinato a essere chiuso o riconfigurato, secondo fonti Reuters, dopo essersi rivelato incapace di monitorare efficacemente il cessate il fuoco e facilitare gli aiuti umanitari. L'amministrazione Trump nega una chiusura e parla di riorganizzazione, ma il segnale politico è chiaro: la fase due del piano non è decollata.
Il Board non è formalmente scomparso. Anzi, il suo inviato per Gaza, Nickolay Mladenov, ha detto di essere "abbastanza ottimista" sui colloqui per il disarmo di Hamas, pur riconoscendo che il negoziato non è semplice e che servono progressi rapidi. Ma proprio il disarmo resta uno dei nodi piu' delicati perchè senza un'intesa su sicurezza, controllo del territorio e ruolo delle fazioni palestinesi, l'intero schema di governance resta sospeso. Intanto, Gaza continua a ricostruirsi con mezzi minimi. I palestinesi stanno riutilizzando le macerie per ripristinare strade e servizi essenziali, mentre il piano americano di ricostruzione resta bloccato.
La posizione dell'Onu
Il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo stima in 61 milioni di tonnellate i detriti accumulati nella Striscia, una delle piu' grandi sfide di rimozione postbellica al mondo.
Sul piano politico, il Board è rimasto fin dall'inizio un organismo controverso. Esperti Onu hanno criticato la risoluzione che ne ha accolto la creazione, sostenendo che il piano rischia di comprimere il diritto dei palestinesi all'autodeterminazione e di affidare a una struttura esterna poteri molto ampi sulla governance, la sicurezza e la ricostruzione di Gaza.
Anche se il "Board of Peace" sulla carta esiste ancora ed è parte dell'impianto diplomatico promosso da Trump, resta in dubbio se sia davvero in grado di funzionare.
Per ora appare incagliato in tre ostacoli: pochi fondi effettivamente disponibili, un mandato percepito come ambiguo da parte palestinese e internazionale e l'assenza di una forza o di un meccanismo capace di imporre sul terreno le decisioni politiche. Non ultimo, a pesare c'è anche l'opposizione di Israele che, se anche vi ha formalmente aderito lo scorso febbraio sotto le pressioni di Trump, resta contraria al coinvolgimento del Qatar e soprattutto della Turchia, e non intende abdicare al controllo sulla Striscia.