AGI - Due grandi escavatori sono stati visti scavare su una collina a Kabul, all'indomani del raid notturno del Pakistan contro l'ospedale per la cura delle tossicodipendenze che ha causato una strage: 400 morti e oltre 200 feriti. Il portavoce del ministero dell'Interno, Abdul Mateen Qani, ha confermato che un funerale di massa si sarebbe tenuto in 'loco' oggi stesso. "Non tutti i 400 corpi saranno sepolti a Kabul perché alcuni sono stati trasferiti nelle rispettive province", ha aggiunto. Ottenere conferme immediate e indipendenti sul numero esatto delle vittime è difficile in Afghanistan e Pakistan, poiché gli attacchi spesso avvengono in luoghi difficilmente accessibili e le informazioni sono contraddittorie. I giornalisti dell'AFP presenti sul posto hanno visto almeno 95 corpi estratti dalle macerie del centro contro le tossicodipendenze devastato dal raid di Islamabad.
Jacopo Caridi, direttore per l'Afghanistan dell'Ong Norwegian Refugee Council, ha affermato che anche le loro squadre erano sul posto contemporaneamente e che un edificio del complesso era "completamente bruciato e distrutto". "Da quello che abbiamo visto e da quello che abbiamo discusso con gli altri coinvolti nella risposta (all'emergenza), possiamo dire che ci sono centinaia di morti e feriti. La struttura avrebbe dovuto ospitare circa 2.000 pazienti ed è stata gravemente danneggiata", ha dichiarato.
La difficile identificazione delle vittime e l'appello per i civili
Il recupero dei corpi si è rivelato difficile a causa delle macerie e delle strutture crollate. Caridi ha descritto la scena, che includeva parti di corpi tra le macerie, come "scioccante" e ha indicato che contare e identificare con certezza le vittime sarà difficile. "In Europa abbiamo i sistemi per identificare le persone, anche a partire da parti del corpo", ha aggiunto. "Il nostro appello è chiaro. La protezione dei civili è un imperativo per tutte le parti in conflitto, ed entrambe le parti devono rispettare il diritto internazionale umanitario", ha affermato Caridi.
Il contesto del conflitto tra Pakistan e Afghanistan
Prima dell'attacco di lunedì sera, le Nazioni Unite avevano dichiarato che almeno 76 civili afghani erano stati uccisi negli scontri e che oltre 115mila famiglie erano state costrette ad abbandonare le proprie case dall'inizio delle ostilità dirette tra Pakistan e Afghanistan, lo scorso ottobre.
Sforzi di mediazione infruttuosi
Tuttavia, gli sforzi di mediazione tra Kabul e Islamabad si sono finora rivelati infruttuosi. L'attenzione dei Paesi del Golfo, che avevano guidato i primi tentativi di mediazione, si è spostata sulla situazione interna dopo l'inizio degli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran il mese scorso. Prima dell'attacco di lunedì, la Cina aveva nominato un inviato speciale per mediare tra Afghanistan e Pakistan, impegnandosi a svolgere un "ruolo costruttivo nella de-escalation delle tensioni".
Il rappresentante speciale della Russia per l'Afghanistan, Zamir Kabulov, ha dichiarato che Mosca è "preoccupata" per gli scontri e che potrebbe intervenire per mediare un accordo, se richiesto. "Stiamo cercando una soluzione di compromesso che permetta di fermare gli scontri e di passare alla diplomazia", ha dichiarato, secondo quanto riportato dal quotidiano filo-Cremlino Izvestia.
"La Russia sarà disposta a prendere in considerazione tale opzione se entrambe le parti si rivolgeranno simultaneamente a essa con una richiesta di mediazione. Finora, ciò non è avvenuto", ha aggiunto la fonte.
La posizione dei due Paesi
Il ministro degli Esteri afghano Amir Khan Muttaqi ha dichiarato ieri che il Paese continuerà ad adottare "misure difensive proporzionate e legittime fino a quando l'altra parte non cesserà le sue violazioni". Il ministro dell'Informazione pakistano Attaullah Tarar ha affermato, invece, che gli attacchi sono diretti contro "infrastrutture militari e terroristiche" nell'ambito della "guerra al terrorismo in corso" di Islamabad.
La testimonianza di Alberto Cairo
Quanto accaduto a Kabul è stato raccontato all'AGI da Alberto Cairo, presidente di Nove Caring Humans. "Alle 21 circa, dei caccia pakistani hanno bombardato diversi distretti di Kabul, colpendo la struttura medica di riabilitazione per tossicodipendenti Omid Center, con 2mila letti. Si trova all'interno di quella che era la base americana Phoenix, sulla strada di Pul-i-Charkhi, che conduce a Jalalabad e al Pakistan".
"Nessuno può prevedere quando nuovi attacchi avranno luogo e dove. Che un centro medico sia stato colpito spaventa moltissimo e convince la popolazione che non esistono posti sicuri", deplora il fisioterapista che vive e lavora a Kabul dal 1990, in prima linea nella riabilitazione fisica e socio-economica dei feriti di guerra prima con la Croce Rossa internazionale poi con Nove.
Le radici del conflitto tra Pakistan e Afghanistan
Il Pakistan e l'Afghanistan sono ai ferri corti da tempo: Islamabad accusa i talebani - tornati al potere nell'agosto 1991 - di fornire rifugio e sostegno ai 'terroristi' del movimento talebano pakistano, Tehrik-e Taliban Pakistan (TTP), responsabile di numerosi attacchi mortali sul suolo pakistano.
L'impatto economico e sociale dell'escalation
I danni di questa escalation, scoppiata lo scorso ottobre e poi diminuita, vanno oltre le decine di civili uccisi finora. "La chiusura del confine tra i due paesi e il blocco degli scambi commerciali hanno fatto lievitare i prezzi di molti beni, primi fra tutti quelli alimentari. Considerando la già molto precaria condizione economica e sociale dell'Afghanistan, non si prevede una serena festa dell'Eid, per la fine del Ramadan tra pochi giorni", riferisce ancora Cairo. Il team di Nove sul campo e i beneficiari dei progetti non sono stati colpiti nei raid; gli operatori locali si trovano ora in salvo e continuano a seguire gli sviluppi e monitorare le condizioni di sicurezza. Resta però fortissimo l'allarme nella capitale, aggravato dalla paura di nuovi attacchi con ripercussioni sulla popolazione.
L'appello finale di Nove Caring Humans
Nove esprime la propria vicinanza alle famiglie delle vittime, ai feriti, al personale sanitario e a tutte le persone che stanno vivendo ancora una volta il trauma della guerra. "In nome di una popolazione già stremata da anni di conflitto, precarietà e paura, chiediamo con forza la cessazione immediata delle ostilità, perché venga fermata ogni ulteriore escalation e che ai civili sia restituito almeno il diritto a non vivere sotto la minaccia costante della violenza", conclude l'appello.