AGI - Donald Trump non è contento dell'andamento dei negoziati con l'Iran ma lascia ancora aperta la finestra del dialogo senza escludere, come nel suo stile, l'ipotesi di un intervento militare. Il presidente americano ha dichiarato di non essere soddisfatto del fatto che Teheran non voglia concedere ciò che Washington ritiene indispensabile, ossia le parole magiche "no armi nucleari", aggiungendo di non aver preso una "decisione finale" su possibili attacchi e che ulteriori discussioni sono previste già nelle prossime ore. "Voglio un accordo. Voglio evitare una soluzione militare ma a volte bisogna farlo", ha detto ai giornalisti prima di salire sul Marine One.
Attorno a queste parole si accumulano segnali che alimentano il timore di un'escalation imminente. Diverse compagnie aeree, tra cui la Turkish Airlines e vettori iraniani, hanno cancellato voli di questa notte tra Istanbul e Teheran oltre a un collegamento per Tabriz citando le minacce di attacchi statunitensi. Sul piano diplomatico, il ministro degli Esteri dell'Oman - Paese mediatore - ha incontrato il vicepresidente americano, JD Vance, per aggiornarlo sugli sviluppi e gli ha ribadito che "la pace è a portata di mano".
Intanto però numerosi Paesi stanno invitando i propri cittadini a lasciare la regione o a rinviare viaggi non essenziali. L'Italia ha ribadito l'appello ai connazionali presenti in Iran a lasciare il Paese e ha confermato il rientro del personale non indispensabile dell'ambasciata a Teheran, mantenendo l'allerta per l'intera regione e sconsigliando spostamenti anche in Iraq e Libano. La Germania, dal canto suo, ha fortemente sconsigliato viaggi in Israele e a Gerusalemme Est, temendo che un attacco contro l'Iran possa innescare una conflagrazione regionale.
Rafforzamento militare e allerta diplomatica
Gli Stati Uniti hanno autorizzato la partenza del personale non essenziale della loro ambasciata a Gerusalemme, mentre il segretario di Stato Marco Rubio è atteso lunedì in Israele per colloqui centrati proprio sulla questione iraniana. La missione avviene nel contesto del più ampio rafforzamento militare americano in Medio Oriente degli ultimi decenni, con l'invio di due portaerei, tra cui la USS Gerald Ford, al largo delle coste israeliane. Anche il Regno Unito ha spostato parte del proprio personale diplomatico da Tel Aviv e ritirato lo staff dall'Iran, mentre la Cina ha invitato i suoi cittadini a lasciare il Paese "il prima possibile".
Negoziati fragili e richieste irremovibili
Sul fronte dei negoziati, i colloqui indiretti mediati dall'Oman sono considerati l'ultima possibilità per evitare la guerra, ma restano fragili. Washington insiste su una rinuncia totale all'arricchimento dell'uranio e su limiti al programma balistico iraniano, richieste respinte da Teheran che le considera linee rosse. L'Agenzia internazionale per l'energia atomica ha convocato nuove discussioni tecniche a Vienna e ha chiesto all'Iran di cooperare con "la massima urgenza", mentre resta incerta la sorte delle scorte di uranio altamente arricchito.
Impatto economico e ombra militare
Il deterioramento del clima si riflette anche sui mercati, con il prezzo del petrolio in forte rialzo e le Borse in calo per il timore di un conflitto capace di destabilizzare l'intero Medio Oriente. Tra ultimatum, evacuazioni, cancellazioni di voli e dispiegamenti militari, la crisi appare entrata in una fase in cui la diplomazia continua a muoversi, ma sotto l'ombra sempre più concreta dell'opzione militare.