AGI - Gregory "Greg" Bovino è diventato un personaggio di rilevanza globale quasi per caso, o meglio per immagine. I video che lo ritraggono a Minneapolis durante le retate contro i migranti, con un cappotto lungo verde oliva, bottoni dorati, taglio di capelli rasato, hanno fatto il giro del mondo. Non indossa la mimetica né il giubbotto antiproiettile dei suoi uomini: si staglia davanti alle telecamere come figura solitaria, riconoscibile, volutamente diversa. Ordina ai manifestanti di liberargli la strada. Tanto che media europei, in Germania ma non solo, hanno letto in quell'estetica un richiamo autoritario, parlando apertamente di iconografia fascista o nazista. In pochi giorni, Bovino è passato da funzionario federale noto a livello locale a simbolo internazionale della linea dura sull'immigrazione americana.
Bovino ha 55 anni ed è cresciuto a Blowing Rock, una piccola cittadina di montagna nella North Carolina occidentale, nel cuore della cosiddetta Bible Belt. Un ambiente conservatore, comunitario, fortemente segnato da valori religiosi e dall'idea di ordine. A scuola pratica wrestling: non è un talento naturale, ma viene ricordato come disciplinato, determinato, rispettoso delle gerarchie. La sua storia familiare è però più complessa di quanto il suo linguaggio pubblico su "law and order" lasci intendere. Da parte paterna, Bovino discende da immigrati italiani: il nonno Vincenzo era figlio di Michele Bovino, minatore calabrese emigrato negli Stati Uniti nel 1909. Una classica storia di migrazione povera, avvenuta prima delle grandi restrizioni del 1924.
L'incidente del padre e la giustificazione morale
Un evento segna profondamente l'adolescenza di Greg. Nel 1981, quando lui ha 14 anni, il padre Michael Bovino provoca un incidente guidando ubriaco: una giovane donna muore, il marito resta gravemente ferito. Il padre finisce in prigione per pochi mesi dopo aver patteggiato, perde il bar che gestiva, il matrimonio si dissolve. La madre ottiene la custodia dei figli. Forse non è casuale che, da adulto, Bovino citi spesso il tema degli incidenti causati da immigrati irregolari ubriachi come giustificazione morale delle deportazioni.
La carriera nella Border Patrol e la ricerca di visibilità
Bovino racconta però di aver deciso di entrare nella Border Patrol dopo aver visto da bambino il film The Border con Jack Nicholson. Afferma di esserne rimasto colpito perché gli agenti vi apparivano corrotti o cinici: lui voleva dimostrare che esisteva un altro modo di "proteggere il confine". Si arruola nel 1996. Studia conservazione delle risorse naturali e poi amministrazione pubblica, lavora nella polizia locale e quindi entra nella Border Patrol. La sua carriera si sviluppa soprattutto lungo il confine sud-occidentale, in California, fino a diventare capo del settore di El Centro, una delle aree più sensibili. Già in quegli anni emerge un tratto costante: Bovino cerca visibilità. Organizza operazioni mediatiche, rilascia interviste, cura la propria immagine. In un'occasione - raccontata dal Chicago Sun Times - Bovino avrebbe invitato giornalisti a seguirlo mentre attraversava a nuoto un canale di irrigazione nell'Imperial Valley, avvertendo i migranti della forza delle correnti. Ha problemi disciplinari per l'uso dei social, viene più volte richiamato per post giudicati "troppo politici". In un podcast del 2021, afferma: "Rendere il confine sicuro è una mia responsabilità personale".
Il ruolo sotto Trump e la costruzione del personaggio
Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, Bovino assume un ruolo nuovo: non solo comandante operativo, ma volto narrativo della repressione migratoria. Si definisce "commander at large", guida blitz in città lontane dal confine - Chicago, Minneapolis, Charlotte - e accetta apertamente il ruolo di figura polarizzante. Il cappotto di Minneapolis non è un dettaglio casuale: è la costruzione consapevole di un personaggio. Mentre i suoi uomini restano anonimi, Bovino si espone, diventa riconoscibile, quasi teatrale.