AGI - Sono ormai 15 anni che il cinema iraniano racconta e anticipa i grandi cambiamenti e le istanze che scuotono la società del Paese.
Il critico cinematografico Claudio Zito, uno dei massimi esperti della filmografia iraniana, ne ha parlato con l'AGI.
Repressione e intimidazione dei cineasti
In Iran, la repressione delle proteste anti-governative, scoppiate a fine dicembre a Teheran e dilagate in tutto il Paese, ha fatto le sue vittime anche tra esponenti del mondo della cultura, mentre è in crescita la campagna di intimidazione contro i cineasti del Paese.
Il cinema in Iran è da anni in prima linea nella denuncia dei problemi politici e sociali. Registi come Jafar Panahi, Palma d'Oro nel 2025 per 'Un semplice incidente', e Mohammad Rasoulof, candidato agli Oscar l'anno scorso con 'Il seme del fico sacro', hanno portato sul grande schermo temi inediti finora nel cinema iraniano: gli scioperi degli operai, la crisi economica e della famiglia, le rivendicazioni delle donne, la rabbia e la violenza di una società che gli analisti descrivono ormai come in "stato di protesta permanente".
Simboli di libertà e autorità morali
"Per gli iraniani, i loro registi e attori sono dei simboli di libertà e delle cartine al tornasole, loro malgrado, del livello di censura e di repressione", spiega all'AGI il critico cinematografico Claudio Zito, ideatore e curatore del blog 'Cinema iraniano'. "Pensiamo allo stesso Panahi o all'attrice Taraneh Alidoosti, che hanno pagato con il carcere le loro opinioni" contrarie alla Repubblica islamica. "Nonostante i rischi hanno scelto di rimanere nel proprio Paese con la schiena dritta e questo fa di loro delle autorità morali", prosegue Zito, anche autore del volume dedicato al regista Jafar Panahi, 'Visioni di contrabbando' (Digressioni).
Omicidi e interrogatori: la denuncia di Panahi
Proprio Panahi, al momento negli Usa per la campagna degli Oscar, ha denunciato ieri sul suo account Instagram l'omicidio del regista Javad Ganji, 39 anni, avvenuto il 9 gennaio: "È stato colpito da due proiettili delle forze di sicurezza in piazza Sadeghiyeh a Teheran. Intanto, l'intelligence dei Guardiani della Rivoluzione islamica ha intensificato la pressione sui registi con interrogatori", si legge nel post del cineasta. "Il regime sta tentando di cancellare il massacro dei manifestanti intimidendo gli artisti, inventando narrazioni di lealtà e seppellendo la verità sotto la repressione giudiziaria", aggiunge Panahi, riferendo che i registi Majid Barzegar e Behtash Sanaeiha "sono stati convocati separatamente e interrogati duramente per ore a causa della loro recente dichiarazione congiunta che condannava la violenza e la repressione dello Stato".
Il cinema in semiclandestinità e i film spartiacque
Quasi a riflettere il sentimento che anima ormai le piazze iraniane, convinte dell'impossibilità di riformare il sistema, "anche gran parte del cinema ha ormai abbandonato i modelli e le regole imposte dalla censura, preferendo lavorare in semi clandestinità", fa notare Zito. Il critico elenca poi alcuni film che hanno rotto gli schemi, anticipando i cambiamenti radicali che sta vivendo l'Iran. 'Una separazione' del regista Asghar Farhadi è un film del 2011 "che fa sicuramente da spartiacque", racconta Zito, "segna un'immagine nuova della società iraniana: mostra dei personaggi istruiti del ceto medio urbano, una famiglia in crisi e dove marito e moglie sono assolutamente sullo stesso piano. La crisi della famiglia, sotto le spinte delle rivendicazioni femminili di parità di diritti, è una costante del cinema iraniano di questi anni, conseguenza dei cambiamenti in atto nella società".
Rivendicazioni femminili e scioperi operai
In questo senso, altri due titoli emblematici sono 'Leila e i suoi fratelli' (2022) di Sa'id Rustayi, dove la protagonista è interpretata da Alidoosti e 'Il seme del fico sacro' (2024) di Rasoulof, in cui vediamo le attrici recitare già senza velo. "In entrambi i casi c'è una famiglia patriarcale messa sotto scacco dalla forza delle rivendicazioni di autonomia, indipendenza e di opposizione allo status quo mosse dalle donne che ne fanno parte", spiega Zito.
In ‘Leila e i suoi fratelli’, come poi anche nell'ultimo Panahi c'è anche un elemento di novità importante: i film mostrano degli scioperi e degli operai puniti per il loro impegno sindacale. "Non si era mai visto uno sciopero nel cinema iraniano", conclude il critico, confermando che i registi hanno in qualche modo anticipato le istanze che in queste settimane abbiamo visto come centrali nelle proteste soffocate nel sangue: sanzioni, crisi economica, inflazione e infine il desiderio di superare la Repubblica islamica e le sue catene.
La catena di violenza e instabilità
A sollevare la domanda su dove porterà tutta questa violenza è di nuovo un film. Con 'Un semplice incidente' Panahi fa scorrere davanti alla macchina da presa proprio "la catena di vendetta e violenza in cui si è infilato l'Iran, diventato talmente instabile che ogni tre, quattro anni deve affrontare una nuova ondata di proteste", conclude Zito, "con le piazze che si radicalizzano e la repressione che diventa sempre più violenta".
JAFAR PANAHI ALLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2025 (VIDEO)