La grande (e pericolosa) confusione tra la cultura russa e la guerra in Ucraina

La grande (e pericolosa) confusione tra la cultura russa e la guerra in Ucraina

Spettacoli teatrali che saltano, artisti che non sanno con chi schierarsi, e università che se la prendono con Dostoevskij: l’escalation militare va di pari passo con un'isteria che non risparmia il mondo dell'arte e nemmeno le statue dei santi

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© CRISTINA QUICLER / AFP

 
- Uno spettacolo di balletto russo 

La Russia era pronta a finire sotto le sanzioni occidentali, ma non si aspettava che misure punitive sarebbero arrivate a colpire atleti, media e mondo della cultura. Il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha ammesso che il governo russo era "pronto per le sanzioni, ma non si aspettava che avrebbero colpito atleti, intellettuali, attori e giornalisti". E non se lo aspettava nemmeno Paolo Nori, l'autore e traduttore di classici russi che, invitato a tenere un seminario su Fedor Dostoevskij all'Università Milano Bicocca, si è visto prima rimandare l'appuntamento "per non provocare tensioni" e poi riconfermare per l'ondata di proteste.

Ma che legame può esserci mai tra uno dei più grandi scrittori russi - la cui influenza è stata ed è pesante su tutta la cultura occidentale - e la pioggia di missili su Kiev? Nessuna, a ben vedere, ma qualcuno dev'essere convinto del contrario, visto che è stato chiesto al sindaco Dario Nardella di buttar giù la statua di Dostoevskij a Firenze. "Non facciamo confusione" ha detto il primo cittadino, "Questa è la folle guerra di un dittatore e del suo governo, non di un popolo contro un altro. Invece di cancellare secoli di cultura russa, pensiamo a fermare in fretta Putin".

Confusione, per l'appunto. La stessa che sta facendo cancellare uno dopo l'altro gli spettacoli con artisti russi. Si è cominciato con la Scala di Milano dove il direttore d'orchestra Valery Gergiev, amico personale di Putin, non ha ceduto alla richiesta del sovrintendente Dominique Meyer e del sindaco Beppe Sala di prendere le distanze dalla guerra ed è stato sostituito sul podio. Poi è stato il turno della soprano Anna Netrebko, che sebbene abbia condannato il conflitto, ha fatto sapere che non intende salire su quel palco il prossimo 4 marzo, quando sarebbe dovuta andare in scena con l'opera lirica di Francesco Cilea, Adriana Lecouvreur, in cartellone fino al 19. Un episodio subito collegato al caso Gergiev, ma che - assicura Meyer - nasce dall'irritazione per una fake news sulla salute della cantante, arrivata in un momento già molto delicato. 

"La verità è che Netrebko era malata, temeva di avere il covid e domenica è andata a fare un tampone. Che è risultato negativo, ma comunque doveva spostare il suo arrivo perché era raffreddata. Certi - spiega il sovrintendente - hanno voluto interpretare questo come una voglia di nascondersi dietro a una 'finta' malattia per non venire. In verità era pronta a venire. Quando ha letto queste informazioni false si è infuriata e adesso non viene per davvero. Anna Netrebko ha fatto una dichiarazione chiarissima sull'Ucraina, si è comportata bene, si è distanziata dalla guerra. Ha avuto un comportamento esemplare. Se si mettono le persone in situazioni psicologiche di questo tipo non va bene per il teatro". Quanto all'aver postato successivamente una foto che la ritraeva con il direttore Gergiev, adesso sparita dai social, "è stata una provocazione, una escalation dei sentimenti" ha chiuso Meyer.

Ma per un 'caso Netrebko' che si cerca di chiudere, un altro se ne apre: il Balletto Yacobson di San Pietroburgo ha dovuto "proprio malgrado" cancellare la prossima tournée italiana, inclusa la tappa a Ravenna al Teatro Alighieri, "di fronte all'impossibilità di organizzare la trasferta nella situazione corrente".

Anche la Biennale di Venezia pende posizione e annuncia che "sta collaborando e collaborerà" in ogni modo con la partecipazione nazionale dell'Ucraina" alla 59esima Esposizione Internazionale d'Arte che si aprirà il 23 aprile, è "vicina a tutti coloro i quali in Russia si stanno coraggiosamente opponendo alla guerra" e assicura che "non chiuderà la porta a chi difende la libertà di espressione e manifesta contro l'ignobile e inaccettabile decisione di aggredire uno Stato sovrano e l'inerme sua popolazione".

Per contro rifiuterà "ogni forma di collaborazione con chi ha invece attuato o sostiene un atto di aggressione di inaudita gravità, e non accetterà la presenza alle proprie manifestazioni di delegazioni ufficiali, istituzioni e personalità a qualunque titolo legate al governo russo". 

Da un paio d'anni abbiamo imparato che a fare le spese di un certo revisionismo sono soprattutto le statue e se a Firenze qualcuno se l'è presa con l'autore di 'Delitto e Castigo', a Bari potrebbe passare un brutto quarto d'ora quella di San Nicola la cui unica colpa è di essere apprezzata da Putin, al punto da avere vicino al piedistallo una dedica autografa del presidente russo

"Quella dedica di Vladimir Putin a pochi passi dalla Basilica di San Nicola deve essere rimossa" è la richiesta contenuta nella petizione lanciata su change.org da un cittadino barese, Antonio Caso, studente e blogger. La petizione in poco tempo ha raccolto oltre 11 mila firme, anche da fuori Puglia, e tutti si sono uniti alla volontà di chiedere al consiglio regionale pugliese di far rimuovere la targa incisa sull'ottone, risalente al 2003, dietro la statua del vescovo di Myra sul piazzale antistante la Basilica di San Nicola a Bari.

Con un che di ironico, l'intenzione originaria era quella di lanciare un messaggio di pace: "Possa questo dono essere testimonianza non soltanto della venerazione del grande Santo da parte dei russi, ma anche della costante aspirazione dei popoli dei nostri Paesi al consolidamento dell'amicizia e della cooperazione" scriveva Putin ai "cittadini di Bari", dati i "legami plurisecolari" che uniscono il capoluogo pugliese a Mosca.