Il mondo nucleare che divide Putin e Biden

Il mondo nucleare che divide Putin e Biden

Si è molto parlato di hacker, di scambio di spie, di interferenze, di amicizie e inimicizie ma Joe e Vladimir sono due vecchie volpi delle relazioni internazionali, si conoscono, si pesano con lo sguardo, si temono e, in fondo, pur essendo su sponde opposte (democrazia e autocrazia, Atlantico e Eurasia) alla fine si rispettano

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© DENIS BALIBOUSE / POOL / AFP
- Putin e Biden

AGI - Tra Joe Biden e Vladimir Putin c'è di mezzo il mondo. Sul palcoscenico di Ginevra c'è un grande globo dorato che divide i leader delle due potenze nucleari. Il format dei round è stabilito, prima in chiave ristretta solo con i ministri degli Esteri (e gli interpreti), poi allargata, a Villa La Grange, dove venne firmata la prima convenzione di Ginevra nel 1864 e da dove Papa Paolo VI rivolse un appello alle potenze nucleari perché si convertissero in "generosi architetti di pace". Anche oggi, quello che conta è radioattivo, perché sul tavolo, anzi un tavolino, con al centro dei fiori bianchi, che divide i due leader, ci sono le testate atomiche e i missili.

Si è molto parlato di hacker, di scambio di spie, di interferenze, di amicizie e inimicizie ma Joe e Vladimir sono due vecchie volpi delle relazioni internazionali, si conoscono, si pesano con lo sguardo, si temono e, in fondo, pur essendo su sponde opposte (democrazia e autocrazia, Atlantico e Eurasia) alla fine si rispettano.

Perché il vertice nasce da uno stato di necessità ("le relazioni sono al minimo storico", sottolinea il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg al summit di Bruxelles) ma è lo stesso Biden a rendere omaggio a Putin: "È un degno avversario". Alla Casa Bianca sanno bene che senza la Russia non puo' esserci un nuovo ordine mondiale post-pandemico e il Cremlino sa altrettanto bene che dall'America non si può prescindere.

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© Mikhail Metzel / POOL / Sputnik via AFP

 
Putin e Biden al tavolo delle trattive 

Qualcuno direbbe che è la solita vecchia storia del confronto tra la torcia della libertà e l'orso russo ma in un mondo che sta uscendo dall'emergenza coronavirus lo scenario va aggiornato. Al primo punto ci sono le testate nucleari, i trattati di non proliferazione che sono scaduti o da rinnovare. Secondo gli ultimi dati aggiornati 48 ore fa dal Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) di Stoccolma, Stati Uniti e Russia hanno il 90% delle forze nucleari globali.

Secondo il Sipri "entrambi attribuiscono crescente importanza al nucleare nelle loro strategia di sicurezza nazionale". Nel 2021 gli Stati Uniti vantano 5.550 testate nucleari contro le 6.255 della Russia. Di queste, l'America ne ha schierate 1.800 (già collocate nei missili o localizzate in basi militari con forze operative), mentre la Russia ne ha 1.625.

Le altre testate sono utilizzate come riserva strategica, oppure sono state ritirate in attesa di smantellamento. Questo è il quadro sul quale si confrontano le due potenze. Ecco perché è fondamentale per Biden e Putin trovare un accordo. Entrambi non rinunceranno ai loro arsenali, ma una limitazione e un programma di riduzione sono necessari per evitare una corsa senza controllo. 

In questo quadro a Ginevra i due presidenti potrebbero trovare un terreno comune sul dossier iraniano: Biden punta a cancellare la stagione di duro controllo aperta da Donald Trump (uscito dal Jcpoa), Putin è uno dei capi di Stato capace di dare le carte con il regime degli ayatollah di Teheran. In più, quello nucleare è un club del quale fanno parte altri Paesi.

Prima di tutto la Cina, che ha in corso un programma di modernizzazione e espansione dell'arma atomica (Pechino ha 350 testate) e Xi Jinping in un quadro di alta tensione (vedere alla voce Taiwan e Mar della Cina) userà certamente la Bomba come arma di pressione diplomatica.

Nel subcontinente indiano non bisogna dimenticare la persistente tensione tra India e Pakistan, altre due potenze nucleari che secondo i numeri del Sipri hanno rispettivamente 156 e 165 testate a disposizione. In Medio Oriente sulla scacchiera non si possono dimenticare le 90 testate di Israele che, anche con il nuovo governo e la fine del regno di Bibi Netanyahu, ha comunque ribadito la sua ostilità a un accordo sul nucleare iraniano e ha affermato l'autonomia di intervento contro Teheran nel caso di escalation nel processo di arricchimento dell'uranio per scopi militari. Infine, il grande dilemma: l'arsenale di Kim Jong-un, l'atomica della Corea del Nord di cui nessuno conosce con certezza i numeri, ma il Sipri stima possibile che le testate siano tra 40 e 50.

La Casa Bianca e il Cremlino hanno davanti questo quadro. Il totale delle testate nucleari operative è cresciuto quest'anno quota 3.825 contro le 3.720 dell'anno scorso. Sono cresciute, nonostante i trattati e le dichiarazioni dei leader ne prevedano la riduzione. La gran parte di queste testate, circa duemila, sono in uno stato di 'alert' operativo e sono sotto il comando dei generali di Russia e Stati Uniti. A Ginevra Biden sorride e ha le gambe incrociate, Putin è rilassato, con le mani sulle ginocchia, ma sulle loro spalle c'è quel globo che li divide, i destini del mondo.