Il motto di Don Milani citato da Ursula von der Leyen

Il motto di Don Milani citato da Ursula von der Leyen

Quell'I Care che Don Milani spiegava così: "Su una parete della nostra scuola c'è scritto grande 'I Care', è il motto intraducibile dei giovani americani migliori. 'Me ne importa', 'mi sta a cuore'. È il contrario esatto del motto fascista 'me ne frego'“.   

motto don milani citato da Ursula von der Leyen

© Aleandro Biagianti / Agf 
- Barbiana, l'interno della scuola di Don Lorenzo Milani, nella foto la scritta I Care 

AGI - Quando gli venne assegnata, non certo come premio, la cura delle anime di Barbiana, il 31enne don Lorenzo Milani, appena il giorno dopo l'arrivo andò in Comune per acquistare una tomba nel cimitero della minuscola e poverissima frazione nel Mugello. È davanti a quella stessa tomba che Papa Francesco renderà omaggio al sacerdote "dalla parte degli ultimi" a 50 anni dalla morte, auspicando "che anche io sappia prendere esempio da questo bravo prete".

Il primo episodio chiarisce bene di che pasta fosse fatto quel sacerdote spedito in una sorta di 'confino' perché troppo progressista per l'Italia dei primi anni '50, quella divisa, come il resto dell'Occidente, da un Muro che stabiliva molto rigidamente ruoli, gerarchie e collocazioni. E Don Milani aveva stabilito subito quale fosse la sua.

Ordinato sacerdote il 13 luglio '47, è cappellano a San Donato a Calenzano, Comune operaio del Fiorentino, dove fonda una scuola popolare. L'impegno nel sociale è tanto forte che sette anni dopo, alla scomparsa del parroco arriva il colpo di scena: don Milani non ne prende il posto ma viene trasferito a Barbiana. 

Anche lì ci sarà una scuola, ed è da lì che arriva il motto citato oggi da Ursula von der Leyen: "I Care". Lì, infatti, maturano, 'Esperienze pastorali', 'Lettera ai cappellani militari', 'Lettera a una professoressa': casi letterari ma anche politici, che mettono nero su bianco un'attenzione agli ultimi sostanziata nei fatti, non declamata in astratto. Temi scomodi nell'Italia di allora e che nella legislazione dell'epoca si traducono in parole pesanti: perché l'obiezione di coscienza, oggetto di Lettera ai cappellani militari allora non era prevista. Voleva dire 'diserzione' e gli fruttò un processo per istigazione a delinquere.   

Quando, invece, due ragazzi della sua scuola vengono bocciati all’esame d’ammissione alle magistrali chiederà se è "possibile che il Padreterno faccia nascere gli asini e gli svogliati solo nelle case dei poveri?". Tutte scelte pagate con aspre polemiche con le gerarchie ecclesiastiche, incomprensioni, fedele però a quella frase ricordata oggi dalla presidente della Commissione Ue, quell'I Care che Don Milani spiegava così: "Su una parete della nostra scuola c'è scritto grande 'I Care', è il motto intraducibile dei giovani americani migliori. 'Me ne importa', 'mi sta a cuore'. È il contrario esatto del motto fascista 'me ne frego'“.   

Una frase insieme a tante altre che non hanno perso freschezza - nè, purtroppo attualità - come "non c'è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali“, o "ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia“. Frasi che, in sostanza, insieme a 'I Care' passano a buon diritto da quella sperduta chiesetta di montagna alla cassetta degli attrezzi, come si usa dire oggi, dell'Unione europea.