Londra crede nell'accordo sulla Brexit ma sulla pesca non cede

Londra crede nell'accordo sulla Brexit ma sulla pesca non cede

Il ministro degli Esteri, Dominic Raab, confida che si possa giungere a un'intesa se l'Unione Europea mostrerà "pragmatismo, buona volontà e buona fede". Il nodo è l'accesso dei pescherecci europei alla futura zona economica esclusiva britannica. La concorrenza e la risoluzione delle future controversie sono gli altri scogli da superare

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© AFP - Dominic Raab e Michel Barnier

AGI - Il ministro degli Esteri britannico, Dominic Raab, ha dichiarato che "si può fare un accordo" con l'Unione europea sulle relazioni commerciali post-Brexit, ma ha ammonito che la questione della pesca rimane un "oggetto del contendere" nei negoziati. Intervistato da Sky News, Raab ha detto che Ue e Gran Bretagna stanno entrando "nell'ultima settimana circa" di negoziati commerciali "sostanziali".

Con il periodo di transizione in scadenza tra poco più di un mese, il ministro degli Esteri ha lasciato intendere che i negoziati potrebbero presto raggiungere un accordo, ma ha ribadito che l'Ue deve accettare come una "questione di principio" le posizioni di Londra sulla pesca, dossier su cui si sono arenati i colloqui negoziali. Se a Bruxelles "mostrano pragmatismo, buona volontà e la buona fede che hanno caratterizzato l'ultima parte dei negoziati, e certamente noi abbiamo mostrato flessibilità, penso che si possa fare un accordo", ha dichiarato Raab.

Le distanze sulla pesca

La pesca è uno dei nodi più difficili da sciogliere nel negoziato tra Unione Europea e Gran Bretagna. Nell'Unione Europea i pescherecci di ogni Paese hanno accesso pieno alle acque degli altri salvo le 12 miglia marine prossime alla costa ma la pesca di ogni specie è legata a precise quote che vengono stabilite ogni dicembre. Una volta uscita dall'Unione Europea, la Gran Bretagna propone di discutere ogni anno con Bruxelles le quote riservate ai pescherecci degli Stati Ue entro 200 miglia marine di zona economica esclusiva, come fa, ad esempio, la Norvegia. L'Unione Europea intende però mantenere lo status quo a causa dell'impatto durissimo che le flotte del vecchio continente subirebbero se non avessero più libero accesso alle acque britanniche entro le 12 miglia marine dalla costa. Al momento, il 60% del pesce catturato in acque britanniche viene raccolto da pescherecci stranieri.

Boris Johnson non sembra affatto intenzionato a cedere su questo punto. "La nostra posizione sulla pesca non è cambiata, possiamo solo progredire se l'Ue accetta la realtà che dobbiamo essere in grado di controllare l'accesso alle nostre acque", ha dichiarato ieri premier britannico durante un question time alla Camera dei Comuni.

Gli altri due scogli: concorrenza e governance

L'Ue è pronta a offrire a Londra un accordo commerciale senza precedenti che escluda dazi doganali e quote ma non accetterà lo sviluppo di un'economia deregolamentata alle sue porte, che competerebbe in modo sleale: Bruxelles non vuole, ad esempio, vedere il Regno Unito inquinare un po' di più, quando i produttori del continente devono rispettare rigorosi standard ambientali. In materia ambientale, come in materia di diritto del lavoro o trasparenza fiscale, Bruxelles ha quindi una richiesta: che i britannici si impegnino a non ridurli. Ma chiede anche una "clausola evolutiva" per aumentare gli standard minimi nel tempo, in modo che "le regole del gioco" rimangano invariate. Tra le eventualità, ciascuna parte potrebbe suggerire aggiornamenti, che potrebbero poi essere concordati.

L'Ue va oltre su un argomento che la preoccupa particolarmente: gli aiuti di Stato. Teme che il Regno Unito sovvenzionerà per ritorsione le sue imprese e la sua economia, mentre le regole europee sono molto severe. La soluzione potrebbe arrivare da un meccanismo di consultazione in cui ciascuno informerebbe l'altro dei propri progetti di sovvenzione, o anche la definizione di regole comuni. 

In caso di divergenza su determinati standard, l'Ue vorrebbe poter ricorrere a contromisure unilaterali e immediate come i dazi doganali. Ma Bruxelles avverte che non accetterà un approccio "selettivo" che consentirebbe al Regno Unito di derogare a determinate regole, a scapito di tariffe che Londra sarebbe disposta ad accettare.

Londra e Bruxelles non hanno ancora raggiunto un accordo sulla "governance" del futuro rapporto, in particolare sui meccanismi da mettere in atto in caso di controversia. La 'blindatura' legale del futuro testo è essenziale per gli europei poiché il recente disegno di legge britannico ha rimesso in discussione alcune parti del precedente trattato concluso tra le due parti: il Withdrawal Agreement, che disciplinava l'uscita del Regno Unito il 31 gennaio e il periodo di transizione che termina alla fine dell'anno. La svolta ha seriamente minato la fiducia di Bruxelles.

Le due parti stanno negoziando un meccanismo di risoluzione delle controversie. Potrebbe essere istituito un tribunale arbitrale per le violazioni dell'accordo, simile a quello che esiste in altri trattati commerciali in tutto il mondo. Bruxelles potrebbe, d'altra parte, dover rinunciare alla sua volontà di vedere la Corte di giustizia europea (Cgue), che ha sede a Lussemburgo, svolgere un ruolo nel processo per qualsiasi questione relativa al diritto europeo. Da Londra è arrivato un secco no in nome della sua sovranità.