Non si fermano gli scontri nel Nagorno-Karabakh

Non si fermano gli scontri nel Nagorno-Karabakh

Armenia e Azerbaigian non accolgono le ripetute richieste di cessate il fuoco nel territorio conteso. E la propaganda rende difficile comprendere la situazione sul campo

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© AFP - Stepanakert, capitale dell'enclave separatista

AGI - Dopo una settimana di intensi combattimenti, non si intravede una soluzione al conflitto nel Nagorno Karabakh e Armenia e Azerbaigian non sembrano neppure disposti a discutere un cessate il fuoco. Le sirene d'allarme hanno suonato ancora stamane a Stepanakert, capitale dell'enclave separatista armena situata a 50 miglia dalla linea del fronte: dopo i colpi venerdì dell'artiglieria pesante, un nuovo attacco, questa volta con razzi, ha causato danni alla città. E gli scontri sono andati avanti anche lungo la maggior parte della zona transfrontaliera nel Nagorno Karabakh. Ma non è chiara la distinzione tra propaganda e verità sul campo perché Baku ed Erevan hanno entrambi dato aggiornamenti parlando dei loro successi.

Nel tentativo di attirare l'attenzione sul conflitto, le autorità di Stepanakert hanno oggi invitato la comunità internazionale a riconoscere la loro indipendenza per porre fine alla guerra: secondo il ministero degli Esteri della repubblica non riconosciuto a livello internazionale, "nelle condizioni attuali, il riconoscimento dell'Artsakh è l'unico meccanismo esistente per ripristinare la pace e la sicurezza nella regione".

Di certo, in un conflitto ancora molto nebuloso, ci sono le parole del presidente del territorio separatista, Arayik Harutyunian, che vestito con un'uniforme militare, ha detto ai giornalisti di aver iniziato "l'ultima battaglia" per il Nagorno Karabakh. Meno chiaro il numero delle vittime: secondo il Nagorno-Karabakh, hanno perso la vita 51 soldati armeni, 202 in totale dall'inizio degli scontri, mentre l'Azerbaigian mantiene segreto il bilancio dei morti. Inoltre nessuna delle due parti invece sembra intenzionata a rinunciare a una briciola delle proprie posizioni: sebbene abbiano accennato alla possibilità di riprendere i negoziati, le condizioni che hanno posto sono inaccettabili.

"La pazienza di Baku è finita"

Il presidente azero, Ilham Aliev, ha assicurato che "è sempre pronto al dialogo", ma ha sottolineato che la pazienza di Baku è finita: "Non abbiamo tempo per aspettare altri trent'anni. Il conflitto deve essere risolto ora", ha detto, accusando di inazione il Gruppo di Minsk dell'Osce (l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), composto da Russia, Stati Uniti e Francia; e ha esortato "chi vuole aiutare l'Armenia, a dirle di lasciare i territori occupati". La risposta del primo ministro armeno, Nikol Pashinian, non si è fatta attendere: secondo lui, finché le armi risuonano, non c'è dialogo possibile. "In caso di aggressione esterna, il compito principale è proteggere la popolazione dagli attacchi. Solo dopo sarà possibile parlare di colloqui. Nell'attuale situazione di aggressione su larga scala, possiamo tranquillamente affermare che la popolazione del Karabakh non si tirerà indietro". E Pashinyan ha colto l'occasione per denunciare ancora una volta la partecipazione turca al conflitto segnalando la presenza di quasi 150 alti ufficiali militari turchi che dirigono le azioni delle truppe azere e dei mercenari siriani reclutati da Ankara.

La situazione di tensione ha costretto il presidente dell'autoproclamata repubblica, Araik Aratunian, ad andare al fronte per combattere contro le forze azere. Aratunian, che trent'anni fa aveva partecipato alla prima guerra tra Armenia e Azerbaigian, ha chiamato a "difendere con inesauribile fedeltà" il "diritto inalienabile di vivere nella nostra patria".