America2020: l'ipercinetico Trump e la cometa di Haley

America2020: l'ipercinetico Trump e la cometa di Haley

La campagna elettorale americana (ri) scopre la Rust Belt e si ricorda di quanto possa pesare sulle urne. L'America profonda è anche profondamente trumpiana? E intanto sullo sfondo emerge una figura della quale qualcuno (sbagliando) si era dimenticato e che sembra tanto una anti-Kamala

usa 2020 donald trump nikki haley rust belt

© DOMINICK REUTER / AFP
- Una statua dell'eroe popolare Joe Magarac, l'uomo d'acciaio che proteggeva i lavoratori della siderurgia a Braddock, in Pennsylvania

AGI - Le campagne sono vinte (e perse) sul campo. Questa è la lezione che alla fine arriverà da America 2020. Non c'è coronavirus che tenga, dominano le forze che vide per la prima volta il genio di Isaac Newton, la legge di gravità dell'universo della politica, tutti stanno tornando inesorabilmente a terra.

I repubblicani sono già sul terreno, Trump ha dato il via a una convention meno patinata di quella dei dem, la differenza non è nella qualità delle immagini, ma in due parole "futuriste": movimento e velocità. L'Air Force One atterra a Charlotte, Trump apre la convention con un discorso a sorpresa, allacciate le cinture, decollo, l'ipercinetico presidente torna a Washington e nella serata americana si collega dalla Casa Bianca per un altro intervento, accompagnato "in presenza", dall'americano medio, dalla gente comune. Niente mascherine, distanziamento minimo. Due Americhe. Populismo? Certo, come quello glamour di Joe (Biden) ritratto a Milwaukee come l'uomo qualunque che tracima di virtù, quello da cui puoi comprare un'auto usata. È la politica, bellezza, e tu non puoi farci niente.

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©  AGI
Usa 2020

La convention repubblicana era la tessera del mosaico che mancava per sapere, per capire quanto sono in rotta di collisione le due Americhe. "One man show" scrive il New York Times, certo che lo è, cos'altro avrebbe dovuto essere? Il Partito repubblicano è trumpiano (leggere bene i sondaggi, i documenti che accompagnano i grandi numeri, sono istruttivi e ribaltano la narrazione del partito diviso, forse lo è al Congresso, ma quella è "the swamp", la palude e la base elettorale è trumpiana come mai era stata prima).

Basta farsi un giro in Pennsylvania o in un altro Stato della working-class per capire che siamo sempre dentro la sceneggiatura della "guerra dei due mondi". La battaglia è ancora quella del ranch e del grattacielo, cavalli selvaggi e metropolitana, pick up e limousine, il fucile e il jet, "the grill" e la nouvelle cuisine di Manhattan.

Ascolti tv? Attendiamo i dati di Nielsen Rating sulla prima serata. nel frattempo è stato anticipato che il livestream della convention sul canale di C-Span ha totalizzato circa 440 mila spettatori. La convention dei democratici il primo giorno si era fermata a 76 mila. Non è un dato sul quale fare alcuna conclusione è un semplice elemento di cronaca e i dati complessivi potrebbero raccontare una realtà diversa. Vedremo.

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Sondaggi? Arriveranno anche quelli, copiosi, quello di Politico/Morning Consult pubblicato oggi è riassunto così: "No Bump". Nessun rimbalzo. La coppia Biden-Harris resta ferma con il 48% dei consensi contro il 42% di Trump. Non è un buon segno per i dem. Ma anche qui occorre prudenza, sono in vantaggio e lo mantengono.

È lo show di un solo candidato, certo che lo è, ma all'orizzonte si vede già il dopo di questo autoscontro tra senescenti (Biden ha 77 anni, Trump 74 anni), il profilo della campagna che verrà (forse) e comincerà subito, il giorno dopo il 3 novembre, quella dell'anno 2024.

Abbiamo visto la tigre, Kamala Harris, scendere nell'arena di Milwaukee, un altro passo rispetto a Biden, grinta, attacchi diretti, jab, gancio, un ruggito, la vibrante senatrice della California che corre con la Black America per riunire tutta l'America (questo è il detto, poi un giorno vedremo forse il contraddetto).

Lunedì a Charlotte abbiamo visto una sua possibile concorrente, la sagoma di Nikki Haley (di origine indiana, come Harris), donna in gamba, tosta, fu la dama di ferro all'Onu, la spina nel fianco dell'ambasciatore russo nel Palazzo di Vetro, un carro armato Abrams in mezzo al campo da gioco di Mosca. Fu lei a mettere il Cremlino di fronte a una nuova realtà, alla Casa Bianca non c'era più l'accomodante Obama, ma Trump.

Durante la crisi dei missili con la Corea del Nord Russia e Cina come sempre fecero fronte comune preannunciando il loro no alle sanzioni americane contro Kim jong-un, di fronte al veto minacciato da Mosca e Pechino, Haley non fece un plissé, decise una contromossa che sul piano diplomatico è inusuale: presentare in ogni caso una bozza contro il regime di Kim e metterla ai voti. "Se siete contenti delle azioni della Corea del Nord, mettete il veto. Se siete amici della Corea del Nord, mettete il veto", furono le parole di ghiaccio della Haley. Dall'altra parte dello schermo, a guardare la scena c'era lo zar, Vladimir Putin e a Pechino la sfinge dell'Oriente, Xi Jinping. Due titani, lei in mezzo a scagliare frecce.

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© Olivier DOULIERY / AFP
Nikki Haley

È la biografia a raccontare la sua ascesa. La Haley è di origine indiana, il suo cognome da nubile è Randhawa, la famiglia viene dalla regione del Punjab. Nata nella Carolina del Sud, Haley è una repubblicana al titanio, sostenuta in passato da Mitt Romney, ha scalato le posizioni nel partito. Eletta per la prima volta alla Camera nel 2004, diventa nel 2011 governatore della Carolina del Sud.

È un razzo a decollo verticale in un Partito repubblicano a corto di leadership. Lei occupa lo spazio che gli altri non sono in grado di riempire - soprattutto con una figura da sottosopra come Trump - e lo fa con determinazione. Haley in South Carolina è una che non ha mezze parole, ama il discorso diretto, mostra da subito di non avere alcun timore reverenziale nei confronti dei leader, vara una politica fiscale che taglia le tasse, aumenta gli stipendi agli insegnanti, ma li lega alla qualità delle prestazioni, la sua visione è quella di facilitare il business, ridurre al minimo i contrasti sindacali. Sta in campo per vincere. E vince facile in South Carolina per la seconda volta nel 2014.

Nel 2016 le viene affidata la replica del Partito repubblicano al discorso sullo stato dell'Unione di Barack Obama. Entra sulla scena uno che in fondo per determinazione le somiglia, Donal Trump. Scocca la scintilla che le cambierà ancora una volta la carriera e la vita: Trump la nomina ambasciatrice permanente all'Onu. La sua forte posizione pro Israele è un elemento decisivo nella scelta, è il primo elemento di discontinuità nella politica estera obamiana, soprattutto dopo la rottura totale tra Israele e l'amministrazione Obama. Haley stravolge la liturgia consolidata delle riunioni del Consiglio di Sicurezza dell'Onu: critica i partner riluttanti, li espone alle loro contraddizioni, tratta duramente, minaccia di far votare una risoluzione anche se sa che non passerà mai.

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© DOMINICK REUTER / AFP
Un sostenitore di Trumnp ad Altoona, Pennsylvania

È uno stile che manda a carte quarantotto la consumata tradizione dei russi, la loro felpata strategia di non muovere i pezzi sulla scacchiera e vincere sempre la partita. Hanno davanti una regina, prima di fare matto, devono abbattere lei. Non dovranno impegnarsi a farlo, perché Haley il 31 dicembre del 2018 lascia improvvisamente l'incarico di ambasciatrice all'Onu. I dissidi con Trump - se ci mai sono stati - non si sono visti, ieri supporto totale al presidente. La partita di Haley è più grande, la scalata del Gop. Può farlo, ieri ne abbiamo visto il preludio. È una voce dentro il Partito repubblicano, ma diversa dal trumpismo e questo tono, la figura di Haley, in futuro sarà destinata a scontrarsi con il clan dei Trump, a cominciare da Donald Jr. e Ivanka, tutti in pista per un domani politico. La politica americana è fatta di dinastie, anche questa è una prova per il banco della storia. Arriverà la cometa di Haley?

"Questo presidente ha un record di forza e di successo. A casa, il presidente è la scelta chiara sul lavoro e sull'economia. Ha fatto avanzare l'America, mentre Joe Biden ha frenato l'America", dice Haley all'America conservatrice. "Frenare", ecco una parola che si contrappone al racconto del movimento, della velocità che emerge da Charlotte. Così ecco Trump su twitter prendere a sportellate Biden ricordandogli la frase (infelice, un autogol agli occhi dell'America del piccolo e grande business) sull'essere pronto a un nuovo lockdown: "Biden vuole chiudere il paese che sta crescendo. Ridicolo". Gong, è la campana dell'economia a suonare.

Che fanno a Wall Street? Soldi, come sempre. I futures erano posizionati stamattina per uno sprint, la seduta al Nyse ha aperto con un lieve segno positivo, schermo acceso, vedremo il dato finale. Nota sul taccuino: il New York Times ha registrato che i dati sul gradimento di Trump nell'economia sono sempre alti, anche questo fa parte dei segnali deboli della campagna presidenziale, è un'altra spia rossa che lampeggia nel sommergibile della campagna di Biden.

Le campagne sono sempre vinte sul campo. E a questa metafora non sfugge la battaglia delle battaglie politiche: le elezioni presidenziali in America. Si decidono in quelli che si chiamano "Battleground  States". "Battleground", secondo il Merriam-Webster il suo primo uso conosciuto in un testo della lingua inglese risale al 1573, è una parola composta "battle" + "ground", battaglia e terreno. La metafora della guerra declinata sulla politica non sfugge al logos, all'etimologia, non si può scindere il significato dal significante, per vincere deve stare sul campo di battaglia. Vista la prima giornata della convention repubblicana, il dinamismo di Trump, i democratici saranno costretti a cambiare strategia. O cambiano, o rischiano di perdere l'importante vantaggio che hanno ancora. Cambieranno.

La villa più importante del mondo, quella a numero 1600 di Pennsylvania Avenue, la Casa Bianca, non si conquista stando chiusi nel "basement", con gli spot sulla tv e online e le nobili dichiarazioni sul paese che unito non è e non può esserlo perché (anche) lo storytelling democratico è giocato sul "noi e voi" d'impronta sempre obamiana. C'è una faglia culturale larga e profonda, intrisa di temi non condivisi.

L'America razzista di Trump raccontata dai dem a Charlotte viene ovviamente respinta da Trump ("abbiamo fatto per gli afroamericani quanto non si faceva dai tempi di Lincoln") e da Haley ("va di moda dirlo, ma è una bugia") e George Floyd viene evocato perfino da Donald jr., primogenito di Trump, quando dice che "la morte di George Floyd è stata una sciagura, e anche i poliziotti sono d'accordo". Qui c'è il tentativo di avvicinare il voto dei neri che non si fidano dei democratici, degli indecisi, dei moderati. Per questo i repubblicani piazzano all'estrema sinistra il movimento del Black Live Matters e lo collegano ai dem con una parola che in America evoca antiche battaglie politiche, "socialisti".

È Tim Scott, l'unico senatore repubblicano della Black America, del South Carolina, a ricordare a Biden i suoi "47 anni" a Washington e materializzare nella figura dell'ex vicepresidente il bersaglio retorico della campagna, "l'utopia socialista".

"Four more years", scandiscono a Charlotte. "Dodici anni", dice Trump in un gioco di scherno che fa parte del suo essere sulfureo. Non sarà facile, Trump ha davanti una tempesta perfetta e 70 giorni di campagna elettorale per cambiare il corso degli eventi. Troppi e troppo pochi. Può succedere di tutto.

"Battleground States", qui è la chiave della partita. In Pennsylvania, terra natale di Joe Biden, Trump è andato fare quello che fa un qualsiasi candidato alla Casa Bianca, visitare la fabbrica, incontrare la gente della working class, qui nel 2016 il ticket democratico Hillary-Kaine collassò come un buco nero. C'è solo un dettaglio che materializza il Diavolo, come sempre quando c'è di mezzo The Donald. In uno di quei momenti che ne segnano il gusto per lo sberleffo politico, Trump ha fatto tappa a Scranton - paese dove è nato Biden - e ha fulminato il racconto fiabesco sulle origini del candidato dem con due parole scartavetrate, brutali (e vere): "He left". Se ne è andato.

Le campagne sono vinte (e perse) sul campo. Pennsylvania, qui è la metafora del vinci o perdi di questa storia. Passaggio su "The Hill" di un articolo scritto da Charlie Gerow, uno dei più influenti strateghi repubblicani: "Guidate lungo le strade secondarie di una qualsiasi delle contee più rurali della Pennsylvania e vedrete decine di cartelli giganti fatti a mano, dipinti a spruzzo su compensato o su cartone con vernice a tempera, a scrivere un semplice messaggio: T-R-U-M-P. Vedrete gli stessi cartelli appesi ai silos nei terreni agricoli della contea di Lancaster, nel paese degli Amish.

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© DOMINICK REUTER / AFP
Rankin, Pennsylvania, nella Rust Belt

Lo stesso vale per i cartelli della campagna Trump-Pence, più piccoli e più richiesti, che punteggiano i prati del centro dello stato, attraverso il livello settentrionale e nel sud-est della Pennsylvania". La campagna repubblicana è iniziata quando è partita la convention democratica e il passo dello storytelling, l'intensità e velocità sono completamente cambiati. Trump ha strambato e lo farà ancora molte volte. Perde? Vince? Non lo sappiamo, se si votasse oggi, The Donald va a casa. Ma non si vota oggi e una cosa appare chiara: combatte, fa una campagna da "underdog", la strategia di cui ha parlato qualche tempo fa il suo nuovo campaign manager, Bill Stepien, ma lui, Trump, non lo dice, anzi afferma esattamente il contrario. Il suo slogan è "Keep America Great!". Mantenere che in questo caso appare come il tentativo di una incredibile "remuntada". Per vincere devi stare sul campo. Servono presenza, movimento, fantasia e la machiavellica Fortuna.

L'America non è "Le mille luci di New York" (splendido romanzo di Jay McInerney, il protagonista è la figura di una vita dissipata nella cocaina, redattore di una rivista chic di New York, reparto fact-checking, licenziato da una spietata signorina Rottenmeier dove Heidi non c'era), l'America è quella della famiglia del Midwest americano raccontata da Jonathan Franzen ne "Le correzioni": "Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell'aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia". Scendete dall'Empire State Building, la battaglia si combatte a terra, tra i campi del Midwest, negli Stati del Sud, nella Rust Belt. Non è la brillante Colazione da Tiffany (il sublime Truman Capote) è sempre il "Furore" di John Steinbeck, la "Luce d'agosto" di William Faulkner: "Nella mia terra la luce ha una sua qualità particolarissima; fulgida, nitida, come se venisse non dall'oggi ma dall'età classica". Luce, tenebre, vita, America.

Le campagne sono vinte (e perse) sul campo. Nel 2016 Hillary Clinton si illuse di avere in mano la "Rust Belt", di aver eretto il "muro blu". Guardate la mappa, è una grande cavalcata nel cuore dell'America, manifattura, industria mineraria, energia, agricoltura: si parte dallo Stato di New York (Schenectady, Syracuse, Rochester, Buffalo, Jamestown), si scende in Pennsylvania (Eerie, Franklin, Oil City, Pittsburgh), si sprofonda nell'Ohio degli immensi campi agricoli (devi prendere l'aereo per vederne l'inizio e la fine) e delle fabbriche dove l'acciaio si piega e diventa "Made in America" (Cleveland, Toledo, Mansfield, Lima, Marion, Chillicote, Dayton, Portsmouth, Cincinnati), si punta verso l'Indiana (Richmond, New Castle, Kolomo, Lafayette, Fort Wayne), allunghiamo, dritti verso l'Illinois (Chicago, Rockford, Danville, Decatur, Galesburg), al confine con il Missouri e il Kentucky, qui sferraglia il Novecento, il ferro e il fuoco dell'Illinois (Henderson, Harrisburg, Carbondale, Marion, Granite City, East St. Louis, Alton), al passo via ancora verso Nord, ecco il Wisconsin (Milwaukee, Janesville, Racine).

Le regioni del carbone, dell'acciaio del mais votano, West Virginia, il polo tessile sull'Atlantico. L'America dei produttori. L'America che decide. Andiamo sulle sponde del lago Michigan, lo attraversiamo (è grande come lo Stato del West Virginia) e sbarchiamo in Michigan (Benton Harbor, Battle Creek, Grand Rapids, Flint, Pontiac e lei, fumante, d'acciaio, operaia, ricca e povera, splendida e in rovina, industriosa e creativa, americana, "The Motor City", la Detroit della Chrysler cantata da uno spot dell'era di Sergio Marchionne: "Imported from Detroit). Un'America-officina, ciminiera, ruggine e scintillante acciaio.

Per entrare alla Casa Bianca deve vincere qui, dove si lavora, si suda, si vive e muore senza passaporto perché non c'è nessun altro posto, questa è l'America. La Pennsylvania è il working-class State che per 30 anni era stato democratico fino a quando nel 2016 una grande stratega elettorale come Kellyanne Conway abbatte il muro blu di Hillary Clinton. Le campagne sono vinte sul campo. Quella di Trump sarà quella del tornio e del ranch, della catena di montaggio e della mungitrice, del tornio e del latte e del ferro, del carbone e dei girasoli. Va caccia del "Forgotten Man", l'uomo dimenticato. Presto vedremo se quell'uomo (nel bene e nel male) si è dimenticato dei quattro anni di Trump.