Dalla Brexit al ricovero in terapia intensiva, il primo anno di BoJo a Downing Street

Dalla Brexit al ricovero in terapia intensiva, il primo anno di BoJo a Downing Street

La crisi del Covid lo ha indebolito e c'è anche chi mette in dubbio la reale età del figlio appena nato

Terapia intensiva Covid Brexit Boris Johnson 

© VICTORIA JONES / POOL / AFP - Il premier britannico Boris Johnson con la Regina Elisabetta II

AGI -  A un anno dall'ingresso trionfale a Downing Street, Boris Johnson appare oggi indebolito dalla crisi sanitaria ed economica del Covid, alle prese con una grave recessione in patria e con i negoziati post-Brexit da portare a termine entro il 31 dicembre. E' la parabola del premier conservatore, l'uomo della Brexit, alla guida del governo britannico dal 24 luglio 2019, riconfermato dopo la storica vittoria alle elezioni dello scorso dicembre.

Dopo avere vinto le primarie del Partito Tory - con il 66% dei voti contro il 34% del rivale europeista Jeremy Hunt - e avere ottenuto l'incarico dalla regina Elisabetta II a formare un nuovo governo, il 24 luglio di un anno fa l'ex outsider Johnson entra a Downing Street. Nel suo discorso di insediamento promette di far uscire Londra dall’Ue entro il 31 ottobre, con o senza accordo.

Ma poco più di un mese dopo, si scatena il caos politico-istituzionale: il 28 agosto la sovrana dà il suo consenso alla richiesta del primo ministro di sospendere i lavori del Parlamento per cinque settimane, dal 10 settembre al 14 ottobre, per evitare l'approvazione di una legge che impedisca l'uscita senza accordo dall'Unione Europea a fine ottobre. 

La strategia di Johnson ha pesanti ripercussioni su più fronti: proteste dei cittadini, dure polemiche in patria, dimissioni ed espulsioni dai Tories, crollo della sterlina. BoJo viene accusato di "oltraggio alla Costituzione” dal presidente della Camera dei Comuni, John Bercow, posizione condivisa da più di un milione di cittadini che firmano una petizione contro la sospensione del Parlamento e manifestano in piazza.

E' caos anche all’interno del  suo stesso partito Conservatore con le dimissioni della leader dei Tory scozzese, la pro Remain Ruth Davidson, il capogruppo alla Camera dei Lord, George oung e lo stesso fratello minore del premier, Jo Johnson.  A settembre, dopo la defezione del deputato conservatore Phillip Lee, che si unisce ai Lib Dem, il premier perde la maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni e la sua mozione anti-No Deal viene respinta.

Un altro schiaffo è il verdetto unanime della Corte Suprema britannica, che dichiara non legale la sospensione del Parlamento. Ma Johnson tiene il punto per uscire dall’Ue il 31 ottobre, “altrimenti meglio morto in un fosso”. Il 17 ottobre porta a casa il primo risultato: la firma con il presidente ormai uscente della Commissione Jean-Claude Juncker dell’accordo tra Londra e Bruxelles.

La Camera dei Comuni rinvia la procedura di voto a tempo indeterminato per poter esaminare l’accordo nei dettagli ma soprattutto per non rischiare una Brexit senza accordo. Costretto a chiedere una proroga della scadenza del 31 ottobre, Johnson trasmette alla Commissione Ue una lettera non firmata, ribadendo che avrebbe fatto di tutto per svincolare il suo Paese entro il termine stabilito.

I 27 Stati Ue concordano di posticipare la data di recesso di Londra dall’Unione al 31 gennaio 2020. Instancabilmente il premier britannico continua a battere il chiodo della Brexit “a tutti i costi”, riuscendo a convincere l’opposizione laburista della necessità di convocare elezioni anticipate. Un altro tour de force vinto da Johnson: portare il Paese al voto a dicembre, un primato dal 1923.

Ma il suo successo più eclatante lo ottiene alle urne: con 365 seggi i Tory hanno la maggioranza assoluta a Westminster, un record dai tempi di Margaret Thatcher. Johnson ha carta bianca per formare il suo secondo governo monocolore conservatore, ma soprattutto per realizzare la sua promessa elettorale – “Get Brexit done” – entro il 31 gennaio.

Da febbraio, la situazione diventa meno clemente con l’uomo della Brexit e a scombinare i suoi sogni di grandezza e di rilancio innovatore per la patria di Winston Churchill, il suo mito, ci pensa la pandemia di Covid-19. Per almeno due settimane BoJo opta per una linea negazionista e minimizza la crisi sanitaria partita dalla Cina, che sta già mettendo a dura prova altri vicini europei. “Abituatevi a perdere i vostri cari”: il 13 marzo il premier gela il Regno Unito con questa frase shock, mentre il suo consigliere scientifico suggerisce di puntare all’immunità di gregge.

Johnson avverte che nel Paese il numero dei contagiati potrebbe già avere toccato i 10 mila, ma scuole e università restano aperte. Così si moltiplicano accuse per la mancata gestione dell’emergenza ormai di casa e vengono alla luce ritardi colpevoli del suo esecutivo nel decretare il lockdown, nel proteggere medici e infermieri con attrezzature idonee e nell'assicurare un sistema di diagnosi rapido. 

La chiusura coercitiva di scuole, pub, ristoranti, palestre e cinema scatta il 20 marzo e tre giorni dopo BoJo completa la stretta del lockdown generale. A fine marzo, crea ulteriore scompiglio la vicenda di Dominc Cummings, il super-consulente del premier, pubblicamente 'linciato' per aver violato la quarantena recandosi nella proprietà di famiglia a Durham quando aveva sintomi del coronavirus.

Ironia della sorte, da intoccabile e impassibile di fronte al Covid-19 che contagia e uccide un numero crescente dei suoi concittadini, il 56enne BoJo - che avrebbe festeggiato il compleanno il 19 giugno - pur alto e robusto viene pesantemente colpito dal coronavirus. Il 27 marzo Downing Street annuncia che il premier è positivo, ma affetto da sintomi lievi; si isola in casa e continua a guidare il governo da remoto.

Il 5 aprile arriva la notizia del suo improvviso ricovero al St Thomas Hospital e l’indomani del trasferimento in terapia intensiva. Per alcuni giorni le sue condizioni appaiono gravi: rimane attaccato a un ventilatore polmonare e al suo capezzale arrivano i migliori medici del Regno. Il 12 viene dimesso e appare molto provato in un video, confessando di essere stato “in bilico" per 48 ore, ringraziando medici e infermieri che gli hanno "salvato la vita".

Dopo aver ceduto nei momenti più critici il timone al supplente Dominic Raab, il 27 aprile Johnson torna al lavoro al numero 10 di Downing Street. Due giorni dopo diventa padre per la sesta volta, quando la compagna 32enne Carrie Symonds, con la quale intrattiene un rapporto burrascoso, dà alla luce il figlio, Wilfred Lawrie Nicholas. Una nascita prematura in quanto il lieto evento era atteso per inizio estate.

Dopo aver sperimentato sulla propria pelle la pericolosità del virus, il premier conservatore cambia decisamente rotta e opta per una linea molto prudente che fa attuare con rigore. A inizio luglio, a metterlo in difficoltà è il padre, Stanley, 79 anni. Nonostante Londra sconsigli viaggi all'estero "non essenziali" e la Grecia non consenta voli diretti dal Regno Unito, entra nel Paese via Bulgaria e arriva nella sua casa greca. “Viaggio essenziale” risponde Stanley Johnson, invocando motivi economici legati alla sua proprietà, che vuole affittare per l'estate.

Nel suo ultimo discorso, l’inquilino di Downing Street ha dichiarato che il Paese si sta attrezzando per la seconda ondata e si prepara al peggio, col rischio di avere in tutto 120 mila vittime. Per un ritorno a una normalità significativa, BoJo punta su metà novembre, “il prima possibile in tempo per Natale”. Tra le prossime tappe dell'allentamento del lockdown, con obbligo di mascherina nei mezzi e luoghi chiusi sempre in vigore, dal 1° agosto non sarà più imposto il lavoro da casa e da settembre dovrebbero riaprire scuole, college e università.

Johnson assicura che questa volta il Paese si farà trovare pronto grazie ai 30 mila ventilatori polmonari disponibili, un’ampia gamma di dispositivi di protezione individuale e il prossimo avvio del più grande programma in assoluto di vaccinazione anti-influenzale.

Altrettanto pressante per Johnson è la sfida dei negoziati con l’Ue per arrivare a un accordo commerciale entro fine anno. Dopo settimane di sospensione, la recente ripresa delle trattative ha già evidenziato disaccordi persistenti con Bruxelles su alcuni punti e settori chiave, con il rischio sempre più concreto, ancora una volta, di un no-deal, e con conseguenze ulteriormente devastanti per l’economia britannica.

Intanto il premier sta già pagando il prezzo dei suoi ultimi errori: se al momento del ricovero godeva di un consenso del 63%, ora la popolarità di Johnson non supera il 39%. Stesso andamento - secondo gli ultimi sondaggi - per il suo governo che dal 52% dei consensi quando ha decretato il lockdown, il 23 marzo, oggi è appoggiato da solo il 32% dei britannici. E come se non bastasse, dopo aver fatto tremare il governo Tory solo quattro mesi fa, Cummings torna nell'occhio del ciclone, rischiando nuovi problemi legali. Il cottage di famiglia dove si è rifugiato non sarebbe a norma e potrebbe essere demolito. 

La gogna mediatica non risparmia l'erede del premier, da giorni al centro di speculazioni e battute ironiche dopo la diffusione, sabato scorso, di un ritratto di famiglia nel quale il figlio Wilfred è apparso enorme - con proporzioni di un bambino di un anno - e con troppi capelli - "più del padre" - per un neonato di soli due mesi e mezzo.