Addio a Stanley Ho, fece di Macao la Las Vegas asiatica

Addio a Stanley Ho, fece di Macao la Las Vegas asiatica

Il re dei casinò aveva 98 anni e non ha mai scommesso un soldo in tutta la vita. Fu il primo imprenditore a ottenere la licenza per il gioco d'azzardo nella colonia portoghese, nel 1961, e rimase l'unico operatore fino al 2002, quando l'amministrazione locale aprì il settore agli investitori stranieri.

Stanley Ho Macao gioco azzardo

© STRINGER / IMAGINECHINA / IMAGINECHINA VIA AFP
- Stanley Ho Hung-fung

È morto all'età di 98 anni Stanley Ho, re del gioco d'azzardo di Macao, l'ex colonia portoghese oggi Regione amministrativa speciale cinese. L'annuncio è stato dato dal quotidiano Oriental Daily e in seguito confermato dai familiari del magnate.

Ho, originario di Hong Kong, era ricoverato presso il Sanatorium Hospital della città. Stanley Ho Hung-fung viene riconosciuto come l'uomo che ha fatto di Macao la Las Vegas asiatica: fu il primo imprenditore a ottenere la licenza per il gioco d'azzardo nella colonia portoghese, nel 1961, e rimase l'unico operatore fino al 2002, quando l'amministrazione locale aprì il settore agli investitori stranieri.

Da allora, il suo impero subì la concorrenza degli altri cinque gruppi di casino ancora oggi attivi e che contribuiscono per circa l'80-90% del totale delle tasse incassate annualmente da Macao.

I suoi interessi non erano limitati al gioco d'azzardo: la sua società privata, la Sociedade de Turismo e Diversoes de Macau, Stdm, spazia dagli alberghi di lusso agli elicotteri e alle corse dei cavalli.

Il tycoon è stato per decenni uno degli uomini più ricchi d'Asia, e ha avuto 17 figli da quattro donne.

Un rifugiato con 10 dollari in tasca

Ho nacque il 25 novembre 1921 dalla famiglia Ho Tung, di origine euro-asiatica, una delle quattro famiglie più potenti e ricche di Hong Kong nell'era coloniale, ma vide terminare presto i privilegi derivatigli dalle sue origini, dopo che il padre perse tutto e scappò in Vietnam, abbandonando la famiglia quando Ho aveva tredici anni.

Si rifugiò a Macao durante la Seconda guerra mondiale, portando con sé solo dieci dollari di Hong Kong di allora, frutto di una settimana di lavoro come operatore telefonico per le forze britanniche, poco prima che la colonia britannica cadesse sotto l'attacco giapponese.

Determinato a riconquistare la sua fortuna, Ho trovò lavoro preso la Macau Cooperative Company, la più grande azienda sul territorio della colonia portoghese, in parte controllata dai giapponesi, che contrabbandava generi alimentari e prodotti di lusso: divenne milionario a 24 anni, raccontò in seguito, e investì nel cherosene e nel settore immobiliare, prima di costruire il suo impero di case da gioco.

Ho si era guadagnato l'ammirazione degli abitanti di Hong Kong e Macao per il suo stile e per la sua filantropia, ma fu a lungo sospettato di avere contatti con le Triadi, la criminalità organizzata di Hong Kong, accusa che respinse. Dal 2009 le sue condizioni di salute erano peggiorate, in seguito a un'operazione chirurgica al cervello, dopo una caduta in casa.

Nel 2012, al termine di una lunga battaglia legale, trasferì la maggiore parte delle sue quote della sua società, Sjm Holdings - valutata oltre sei miliardi di dollari - ai familiari, pur rimanendo formalmente presidente del gruppo fino al 2018, quando si ritirò, all'età di 96 anni. L'eredità più visibile del suo impero, è il casinò Gran Lisboa, completato nel 2010, che è uno dei più noti edifici di Macao.

Le stravaganze e i legami con Pyongyang

Ho amava il tango e le sue stravaganze lo fecero comparire sulle cronache mondane: tra queste ci fu l'acquisto all'asta per 8,9 milioni di dollari nel 2007 di una testa di cavallo in bronzo rubata dalle truppe anglo-francesi dopo il rogo del Vecchio Palazzo d'Estate di Pechino nel 1860, e che lo scorso anno restituì alla Cina.

L'episodio più bizzarro che fece parlare di lui risale, forse, al 2003, quando la Corea del Nord offrì asilo all'ex dittatore iracheno Saddam Hussein, e Ho si dichiarò intermediario dell'operazione che, disse, avrebbe forse potuto evitare la guerra.

Il re del gioco d'azzardo asiatico era già entrato in contatto con il regime della famiglia Kim: pochi anni prima, nel 1999, il magnate di Hong Kong aveva investito trenta milioni di dollari per aprire un casinò a Pyongyang. Nonostante fosse a capo del più grande impero asiatico dei casinò, non giocò mai d'azzardo.

"Ho sempre detto ai miei figli e ai miei cari amici", raccontò nel 1999 in un'intervista alla Far Eastern Economic Review, "evitate di giocare forte e, se potete evitarlo, non scommettete affatto".