La missione lampo di Mike Pompeo in Israele

La missione lampo di Mike Pompeo in Israele

Primo viaggio dall'inizio del lockdown per il capo della diplomazia americana in una destinazione molto gradita: "È una testimonianza della forza della nostra alleanza"

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©  (Afp) -  A sinistra il segretario di Stato Usa Mike Pompeo, a destra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, per la prima volta in quasi due mesi ha lasciato Washington per volare dall'alleato israeliano, il premier Benjamin Netanyahu, alla vigilia della riconferma di quest'ultimo alla guida dello Stato ebraico per i prossimi 18 mesi, nel governo di unità concordato in extremis con l'ex avversario Benny Gantz per mettere fine a un anno e mezzo di impasse politica.

Una visita-lampo di otto ore che nelle intenzioni di Pompeo prelude a una più ampia ripresa della sua attività diplomatica in giro per il mondo, bruscamente interrotta a causa della pandemia di coronavirus: l'ultimo viaggio è stato alla fine di marzo quando si è recato per poche ore a Kabul e poi a Doha, nell'ambito dell'impegno Usa per sostenere il processo di pace afghano.

"Sarà un piccolo inizio ma speriamo di ripartire, così come speriamo di poter riaprire l'economia non solo qui negli Stati Uniti ma anche in tutto il mondo", ha affermato in conferenza stampa la settimana scorsa. 

L'arrivo in Israele del capo della diplomazia americana, il primo alto dignitario straniero a mettervi piede da quando è scoppiata la pandemia di coronavirus ed è stato decretato il lockdown, è "una testimonianza della forza della nostra alleanza", si è affrettato a sottolineare Netanyahu, parlando dalla sua residenza di Gerusalemme accanto a Pompeo, con una selva di bandiere americane e israeliane alle spalle.

Sceso dall'aereo con una sgargiante mascherina a stelle e strisce sulla faccia, il capo della diplomazia Usa ha visto sia il premier che il leader centrista Gantz, da domani ministro della Difesa, prima di assumere la premiership a rotazione tra un anno e mezzo. Nell'agenda, anche un incontro con il futuro omologo israeliano, Gabi Ashkenazi, numero due di Blue e Bianco destinato ad assumere la carica di ministro degli Esteri nel nuovo governo il cui insediamento è slittato a domani proprio per l'arrivo di Pompeo.

È saltato invece il faccia a faccia con l'ambasciatore americano David Friedman a causa dei "lievi problemi respiratori" di cui soffre e che, nonostante il tampone negativo al Covid-19, gli hanno impedito di partecipare all'evento. 
 

Prima di incontrare Netanyahu, Pompeo ha avuto parole dure per l'Iran (principale nemico, nel mirino di entrambi) che "aizza il terrorismo" anche durante la pandemia di coronavirus, un atteggiamento che "la dice lunga sull'animo di coloro che guidano quel Paese"; il segretario di Stato non ha mancato di attaccare anche la Cina, pur senza citarla apertamente, lodando Israele come "grande partner" che "condivide le informazioni sul Covid, diversamente da alcuni altri Paesi che provano a confonderle e nasconderle". 

Ma al centro della visita-lampo ci sono stati i colloqui sull'annessione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, prevista nel piano di pace per il Medio Oriente promosso dall'amministrazione Usa ma fermamente opposta dai palestinesi. Un progetto caro a Netanyahu che lo ha ampiamente sbandierato in campagna elettorale di fronte all'elettorato e lo ha fatto inserire nell'accordo per il nuovo governo di unità, con una clausola che prevede la possibilità per l'esecutivo di far avanzare la legislazione per ampliare la sovranità sulla Valle del Giordano e le colonie in Cisgiordania a partire dal 1 luglio. 

Secondo l'ex ambasciatore Usa in Israele, Daniel Shapiro, "l'amministrazione Trump vuole moltissimo che questa annessione accada", poco preoccupata delle complicazioni logistiche e più interessata a galvanizzare l'elettorato pro-Israele negli Stati Uniti (compresi ebrei conservatori e cristiani evangelici) in vista delle elezioni di novembre per la Casa Bianca. Lo stesso Netanyahu potrebbe essere tentato di agire velocemente, nonostante tutti i rischi e le conseguenze che una simile manovra avrebbe sullo scacchiere internazionale, per venire incontro a Trump alle prese con la campagna per la rielezione e per mettere al sicuro il risultato prima di un possibile cambio a lui sfavorevole alla Casa Bianca, dovesse il magnate newyorkese essere costretto a cedere il posto a un democratico.

D'altra parte, il via libera di Washington all'annessione passa per l'accettazione del piano nella sua interezza, compreso il congelamento per quattro anni delle colonie al di fuori del 30% della Cisgiordania che ricadrà sotto giurisdizione israeliana, e l'impegno a negoziare in buona fede con l'Anp per la formazione di uno Stato palestinese sul resto dei Territori occupati, nelle condizioni previste dal piano stesso. Un presupposto che ha già creato proteste e malumori in una parte della comunità dei coloni, che resta contraria alla creazione di uno Stato palestinese.

Inoltre, Netanyahu è stato accusato in patria di aver usato il piano Usa per convincere gli elettori a votare per lui alle elezioni ma di preferire - una volta confermato premier - il mantenimento dello status quo di un'occupazione infinita al rischio di una crisi diplomatica. Non solo i palestinesi e la Giordania, ma anche l'Unione europea ha già fatto sapere di essere contraria a gesti unilaterali che distruggerebbero definitivamente le chance di attuare la soluzione dei due Stati.

Pompeo, alla vigilia della visita, in un'intervista al quotidiano filo-governativo Israel Hayom ha spiegato il suo arrivo con il desiderio di aggiornare Netanyahu e Gantz, "faccia a faccia" sul piano di pace di Trump per la regione, un progetto "abbastanza dettagliato, realistico e attuabile". "Voglio condividere con loro parte del lavoro che stiamo continuando a fare al riguardo", ha dichiarato il capo della diplomazia Usa, ricordando che l'annessione dipende in definitiva dal governo israeliano, e di voler quindi "capire cosa ne pensa il futuro nuovo governo".

Intanto, in Cisgiordania è tornata a salire la tensione: un 15enne palestinese è stato ucciso durante scontri con i soldati israeliani nel campo profughi di Al Fawar, vicino a Hebron; ieri, nel villaggio di Yabed a ovest di Jenin, un soldato israeliano 21enne, impegnato in un'operazione notturna per compiere arresti, è morto dopo essere stato colpito alla testa da una grossa pietra.