Il caso Wuhan, tra indizi e pregiudizi

Il caso Wuhan, tra indizi e pregiudizi

Che provenga da un laboratorio, come sostengono gli Usa, o da un mercato, il Covid-19 ha assestato un duro colpo alla reputazione internazionale della Cina, accusata di aver nascosto dati e fatti, mentre puniva i medici che avevano per primi lanciato l'allarme. È possibile un'inchiesta internazionale sulle responsabilità di Pechino?

cina virus laboratorio wuhan inchiesta

© Johannes Eisele/AFP - Un dipendente del laboratorio epidemiologico P4 a Wuhan

Un virus sfuggito da un laboratorio o diffusosi da un mercato, non troppo distante, in una città, Wuhan, della Cina interna. Da mesi gli scienziati e i governi si interrogano su come sia nato e su come si sia propagato il coronavirus Sars-nCoV-2, all’origine della pandemia di Covid-19 che ha provocato oltre 3,7 milioni di contagi e più di 260 mila morti in tutto il mondo. 

Il virus che ha portato vicino al collasso i sistemi sanitari e messo in ginocchio le economie mondiali ha provocato anche forti risentimenti contro il Paese, la Cina, che per primo ha segnalato casi di polmonite anomala, riconducibile alla presenza nei malati di un coronavirus simile a quello della Sars.  

La gestione dell’epidemia, il sospetto che Pechino abbia nascosto dati e fatti, mentre puniva i medici che per primi hanno lanciato l’allarme (salvo riabilitarli post-mortem) sono alcuni dei motivi che oggi spingono da più parti a un’inchiesta internazionale sull’origine della pandemia. Dagli esperti sentiti dall’Agi, o che si sono espressi pubblicamente negli ultimi giorni, viene ritenuto improbabile che Pechino possa rispondere del proprio operato, e ancora meno probabile che voglia risarcire la comunità internazionale per i danni causati dalla pandemia, ma rimangono punti oscuri, su cui si focalizzano i sospetti: sospetti rilanciati dagli Stati Uniti, in primis, e da altri Paesi che vogliono fare luce sulle cause dell’emergenza sanitaria globale per poterne prevenire, per tempo, una nuova, qualora si verificasse. 

Pechino non vuole farsi mettere nell’angolo e difende il suo operato: a ogni occasione pubblica, la Cina ribadisce di essere sempre stata trasparente e tempestiva nelle comunicazioni all’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), ma sente crescere il nervosismo attorno a sé per il danno sociale ed economico provocato dal coronavirus. La Repubblica Popolare si oppone con forza all’idea di comparire sul banco degli imputati per il disastro globale, ma ha dato il proprio sostegno a una revisione guidata dall’Oms, che deve essere condotta - ha precisato la portavoce del Ministero degli Esteri, Hua Chunying - in maniera “aperta, trasparente e inclusiva” e “in un momento appropriato dopo che sarà finita la pandemia” sotto la guida del direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Da Ginevra, intanto, l’Oms -accusato dal presidente Usa, Donald Trump, di essere “sino-centrica” al punto da convincerlo a tagliarle i fondi- ha confermato che sono in corso colloqui per una nuova missione nel Paese asiatico: scopo del viaggio, ha spiegato Maria van Kerkhove, a capo della sezione di malattie infettive e di zoonosi, sarà quello di fare chiarezza sui primi casi rilevati di coronavirus e sul salto di specie dall’animale all'uomo. La missione sarà di tipo accademico e servirà a “capire cosa è accaduto all’inizio in quanto a esposizione a differenti animali, in modo da guardare a un nuovo approccio per trovare la fonte zoonotica”.

Il laboratorio di Wuhan

Al centro dei sospetti c’è il Wuhan Institute of Virology, da cui si ritiene possa essere sfuggito il coronavirus all’origine dell’attuale pandemia. Lo stesso presidente statunitense, Donald Trump, ha indicato di avere prove contro il laboratorio della città dell'Hubei, nella Cina interna, mentre il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha evocato addirittura “enormi prove” che indicherebbero nel laboratorio di Wuhan l’origine del virus; e ha puntato il dito, ricordando "la lunga sequela di laboratori al di sotto degli standard” necessari, situati in Cina la quale, ha aggiunto, “ha fatto tutto il possibile per fare in modo che il mondo non venisse a sapere quello che stava accadendo”. Trump ha anche evocato la possibilità di un “terribile errore” commesso dalla Cina nella gestione dell’epidemia, errore che “ha cercato di coprire”, senza riuscirci. 

Dagli scienziati statunitensi e dalla comunità di intelligence, però, non emergono certezze sulla possibilità che il virus sia sfuggito da un laboratorio. Lo stesso virologo Usa Anthony Fauci, a capo della task force della Casa Bianca contro l’epidemia, ha dichiarato che tutte le prove “indicano fortemente” che il virus Sars-nCoV-2 sia di origine naturale e che non sia stato “artificialmente o deliberatamente manipolato”. Anche la comunità di intelligence nutre dubbi sulla possibilità che il virus possa essere uscito dal laboratorio di Wuhan. Si sono mostrate scettiche due fonti al Guardian, l’ipotesi viene considerata “altamente improbabile” anche da due altre fonti citate dalla Cnn. 

Al contrario, il mercato Huanan di Wuhan, al quale sono collegati molti dei primi casi di polmonite anomala in Cina, e che è stato chiuso il 1 gennaio scorso, avrebbe un ruolo centrale nella propagazione del coronavirus, anche se resta da capire come vi sia entrato. La settimana scorsa, gli 007 statunitensi hanno escluso che il virus sia stato creato dall’uomo o geneticamente modificato, anche se, come anticipato a fine aprile dall’ufficio del Dni, il Director of National Intelligence, si riservano di continuare le indagini sulla possibilità che sia saltato dall’animale all’uomo o sfuggito da un laboratorio.

È la presenza del Wuhan National Biosafety Laboratory, all'interno del Wuhan Institute of Virology, che ha generato una serie di interpretazioni sulla nascita del virus, spesso definite complottistiche: le teorie prendono in considerazione sia la vicinanza con il mercato Huanan, circa dodici chilometri, sia il fatto di essere l’unico in tutta la Cina ad avere un livello di bio-sicurezza 4: è il più alto, applicato ai laboratori dove si studiano gli agenti patogeni più pericolosi, con un alto rischio di trasmissione, come l’Ebola.

Nel laboratorio lavora la virologa Shi Zhengli, specializzata nello studio di virus provenienti dai pipistrelli: secondo il Washington Post, la scienziata aveva incontrato in passato scienziati statunitensi che avevano espresso perplessità sul livello di sicurezza dell'istituto. La stessa Shi, però, ha smentito che il virus possa avere a che fare con il suo laboratorio, dicendosi disposta a “scommetterlo" sulla propria vita. 

La ricerca dell’origine del coronavirus è diventata, intanto, un argomento estremamente sensibile per la Cina: il governo ha imposto restrizioni alle pubblicazioni di natura scientifica sull’epidemia di coronavirus, che prima della pubblicazione dovranno essere sottoposte a rigidi controlli accademici. In particolare, quelli relativi all’origine del virus dovranno essere sottoposti ad approvazione governativa prima della pubblicazione (secondo avvisi postati on line da alcuni istituti universitari, tra cui la prestigiosa università Fudan di Shanghai, citati dalla Cnn, e almeno in parte non più visibili). 

L'inchiesta e chi la sostiene

Adesso i riflettori sono puntati sulla prossima Assemblea Mondiale della Sanità, l’organo decisionale dell’Oms, in programma a Ginevra tra il 17 e il 21 maggio prossimi. In prima fila a chiedere un’inchiesta internazionale indipendente sulla pandemia si è messa l’Australia: alla base dell'iniziativa di Canberra c’è anche la proposta di dare all’organizzazione Onu poteri ispettivi nei confronti degli Stati membri nel caso in cui si verificassero in futuro focolai di malattie sconosciute, come avvenuto a Wuhan a dicembre scorso. Il primo ministro australiano, Scott Morrison, ha parlato della proposta in colloqui telefonici con il Presidente Usa, Donald Trump, con il presidente francese Emmanuel Macron, e con la cancelliera tedesca Angela Merkel: dai leader europei, però, è arrivata una parziale frenata all’iniziativa, anteponendole la necessità di focalizzarsi sulla risposta all'emergenza nei rispettivi Paesi.

Gli Stati Uniti, scrive il Wall Street Journal, hanno fatto pressioni sull’Unione Europea per appoggiare l’idea di un’inchiesta indipendente sull’origine della pandemia, e sulla sua gestione da parte della Cina, ma Bruxelles sembra preferire una posizione intermedia nello scontro tra Washington e Pechino. In una possibile indagine, la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, ha dichiarato che vorrebbe vedere la Cina collaborare con l’Ue per capire l’origine del coronavirus. “Penso che questo sia importante per tutti noi”, ha dichiarato il 1 maggio scorso. “Non puoi mai sapere quando nascerà il prossimo virus, quindi tutti noi vogliamo per la prossima volta avere imparato la lezione e avere stabilito un sistema di primo avvertimento che realmente funzioni e che tutto il mondo contribuisca a questo”. 

Malumori sulla proposta di Washington di collegare inchiesta al laboratorio di Wuhan sono emersi, nelle ultime ore, anche dalla stessa Australia, secondo fonti citate dall’agenzia Reuters, ma Canberra starebbe puntando a creare un fronte a sostegno della propria proposta tra i “first movers”, ovvero il gruppo di Paesi che hanno dato una risposta rapida alla pandemia. Oltre all’Australia, nell’elenco figurano Danimarca, Norvegia, Austria, Israele, Repubblica Ceca, Grecia e Singapore, i cui leader il primo ministro australiano ha contattato, avanzando la proposta di aumentare le pressioni sull’Assemblea Mondiale della Sanità per un’inchiesta indipendente sull’origine del coronavirus. Il governo australiano punta anche al sostegno dei membri del G20 per esercitare pressioni sulla Cina ad accettare ispettori indipendenti sul suo territorio ed è pronto a sostenere la proposta Ue di una revisione sull’origine della pandemia allo scopo di prevenirne una nuova in futuro.

I dubbi di Berlino

Il governo tedesco nutre forti dubbi sulle accuse degli Stati Uniti nei confronti di Pechino, secondo le quali il coronavirus sarebbe nato in un laboratorio cinese. Lo scrive lo Spiegel, secondo cui il servizio segreto tedesco Bnd (Bundesnachrichtendienst) ha interpellato i colleghi 007 della rete d’intelligence “Five Eyes” - composta dai servizi Usa, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda - chiedendo esplicitamente di fornire prove circa l’accusa ripetuta nei giorni scorsi non solo dal presidente Donald Trump, ma a gran voce anche dal segretario di Stato Mike Pompeo. Il riferimento è al dossier dei “Five Eyes” di cui aveva riferito la settimana scorsa il quotidiano australiano Saturday Telegraph, nel quale in sostanza si afferma che le autorità cinesi avrebbero cercato di insabbiare quel che accadde all’inizio dell’epidemia nella Repubblica popolare, puntando inoltre sulle “rischiose” metodologie utilizzate in un laboratorio di Wuhan.  A quanto afferma il giornale di Sidney, il documento dei servizi rappresenta la base dello stato d’accusa degli Usa nei confronti della Cina. 

Nel dossier di 15 pagine si riferisce, tra l’altro, di come Pechino avrebbe cercato di silenziare i primi allarmi lanciati dai medici cinesi e come avrebbe consapevolmente sottostimato la vera dimensione della diffusione del virus, non esitando a censurare le informazioni in merito. Nel testo dei “Five eyes” si parla, in questo senso, di “attacco sulla trasparenza internazionale”. Ebbene, nella nota del Bnd destinata alla ministra tedesca alla Difesa Annegret Kramp-Karrenbauer “le affermazioni statunitensi vengono classificate come un calcolato diversivo”, scrive lo Spiegel. Con la sua teoria del laboratorio, si legge nel dossier riservato degli 007 tedeschi, Trump “cerca di distrarre dai propri errori e di indirizzare la rabbia degli americani sulla Cina”.   

Nondimeno, il documento del Bnd comprende anche rilievi specifici nei confronti delle autorità di Pechino: in particolare, dopo la prima deflagrazione del virus avrebbero chiesto all’Oms, “ai massimi livelli”, di ritardare di diffondere l’allarme a livello mondiale. Ossia, il 21 gennaio il presidente cinese Xi Jinping avrebbe chiesto in una telefonata con il capo dell’Oms Tedros Ghebreyesus di “trattenere” informazioni circa la trasmissione da uomo a uomo del virus frenando, in sostanza, l’allarme pandemia. In questo modo, secondo il Bnd, a causa delle manovre della Cina si sarebbero perso “dalle quattro alle sei settimane” nella lotta contro la diffusione del virus.

Propaganda e crisi di popolarità

Cresce, intanto però, il risentimento contro Pechino, esteso a tre continenti: nelle ultime settimane, sette ambasciatori cinesi - per motivi diversi che vanno da incidenti diplomatici alle accuse di razzismo nei confronti degli africani a Guangzhou - sono stati convocati dai Paesi o dagli enti ospiti che hanno presentato rimostranze contro la Cina (Francia, Ghana, Kazakistan, Kenya, Nigeria, Uganda e Unione Africana).

Da un recente sondaggio condotto dal Pew Research Center è emerso che i due terzi degli statunitensi interpellati hanno una visione negativa della Cina, con un balzo di venti punti percentuali da quando Trump si è insediato alla Casa Bianca nel 2017, e anche nell’Unione Europea le quotazioni di Pechino appaiono in forte calo. Francia, Gran Bretagna, Germania e Svezia, che ha chiuso il mese scorso l’ultimo Istituto Confucio, hanno dato di recente segnali di insofferenza verso Pechino. Commenti poco graditi alle orecchie cinesi sono arrivati anche dall’Unione Europea: l’Alto rappresentante per le Politiche Estere e di Difesa, Josep Borrell, ha criticato Pechino per l’aggressività con cui vuole imporre il proprio messaggio al resto del mondo e dimostrare di essere un partner “affidabile e responsabile”.  

“Pechino respinge i tentativi di lanciare un’inchiesta internazionale che teme possa danneggiare la Cina, ma questo non significa che non abbia responsabilità”, spiega Paul Haenle, direttore del Carnegie-Tsinghua center di Pechino, e China director del Consiglio di Sicurezza Nazionale statunitense sotto i presidenti George W. Bush e Barack Obama. “Pechino ha diffuso disinformazione, incluso sostenere che il virus fosse stato portato a Wuhan dall’esercito Usa”, insinuazione contenuta in un tweet del portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Zhao Lijian, risalente a marzo scorso “e sta intraprendendo una campagna di propaganda globale per spostare l’attenzione dall’iniziale copertura del virus e dalla mancanza di trasparenza nell’informare la comunità internazionale”. All’operazione di Pechino si aggiunge quella di Washington. “Il presidente Trump sta chiaramente cercando di spostare la colpa dai suoi errori dopo che il virus si è diffuso negli Stati Uniti”, prosegue. “Inoltre, l’amministrazione sta usando l’epidemia per minare la credibilità internazionale di Pechino e mettere in luce quelli che vede come atroci fini della Cina”.

La diplomazia cinese è oggi percepita più aggressiva che nel passato recente. Gli attacchi dei “wolf warriors” di Pechino, che prendono il nome da un successo cinematografico dai toni ultra-patriottici, i 'lupi guerrieri' dotati di uno “spirito battagliero” per controbattere alle offensive dall’estero, ha avuto come effetto quello di irritare non solo gli Stati Uniti, ma di alienarsi diverse simpatie in Europa. “Specialmente nel nord-ovest dell’Europa”, spiega Clemens Stubbe Østergaard, senior research fellow presso il Nordic Institute of Asian Studies di Copenhagen.

“Nel centro dell’Europea e nell’Europa mediterranea la Cina ha più sostegno. Ma è vero: nel nord-ovest, i Paesi scandinavi, i Paesi Bassi, il Belgio, tendono più su posizioni statunitensi. Si sente molto l’influenza americana in questi Paesi, ma nei Paesi dell’Europa orientale e centrale, o in Grecia, Italia, Spagna e Portogallo, ci sono parti che non sono così favorevoli agli Usa o non così critici con la Cina”. Lo studioso danese si dice scettico sui possibili risultati di un’inchiesta internazionale. “Non va dimenticato”, aggiunge, “che occorre molto tempo per trovare le fonti di questo tipo di virus. C’è voluto molto tempo per identificare l’Hiv o la Sars, e anche per questo coronavirus ci vorrà molto tempo. Non è qualcosa che potrà essere fatto semplicemente da un’inchiesta internazionale in breve tempo”.

Le possibili sedi per un giudizio

La possibilità che la Cina possa essere chiamata a rispondere a livello internazionale della gestione della pandemia di coronavirus, o addirittura della sua origine, è scarsa. Come spiega Natalino Ronzitti, professore emerito di Diritto internazionale presso l'università Luiss e consigliere scientifico dell'Istituto Affari Internazionali (Iai), le sedi internazionali ipotizzabili non sempre sono competenti o non hanno potere vincolante oppure incontrano limiti geopolitici. Più in generale, a bloccare gli sforzi americani per un'indagine sul territorio cinese, in primis nel laboratorio di virologia di Wuhan al centro delle accuse della Casa Bianca, è l'obbligo del consenso da parte di Pechino. E questo, finora, è stato categoricamente escluso. 

Tra le sedi possibili, la prima nella lista è l'Assemblea generale delle Nazione Unite ma una risoluzione sul tema, pur supponendo che venga adottata, "non ha nessun potere di carattere vincolante", ricorda il professore. Competente è il Consiglio di Sicurezza dove però i cinque membri permanenti, tra cui la Cina stessa, hanno diritto di veto. Per Ronzitti, "una risoluzione non sarà mai adottata a questo riguardo". Un'inchiesta può essere richiesta da un altro organismo internazionale, come il Consiglio dei Diritti Umani, ma "per poter essere svolta in loco deve avere il consenso della Cina". Quindi, "non è una via percorribile". 

L'altra possibilità è un procedimento davanti alla Corte internazionale di giustizia dell'Aja, ma è improbabile che gli Usa ne facciano ricorso: "La Corte non ha competenza obbligatoria ma può essere investita da un compromesso, cioè dal consenso tra due Stati, oppure un atto preesistente che attribuisca competenza alla corte". "Non esiste", osserva ancora il professore, ricordando che "qualcuno negli Usa ha esaminato i regolamenti dell'Organizzazione mondiale della sanità per attribuire competenza alla corte ma a mio avviso con scarso risultato". 

Ancora, un'ipotesi, prosegue Ronzitti, è chiamare la Cina in giudizio di fronte a un tribunale di uno Stato dove si sono verificati danni da pandemia. "È poco probabile" perché la gestione della sanità pubblica è un atto sovrano, non privato, e in questo caso uno Stato straniero non può essere convenuto in giudizio. Nonostante questo, negli Stati Uniti sono state iniziate molte azioni, sia da parte di alcuni Stati, sia class action in nome di privati cittadini. Nel diritto americano poi, ricorda il docente emerito, esiste un'eccezione che è il Justice Against Sponsors of Terrorism Act (Jast), norma riformata e ampliata nel 2016 per poter chiamare in causa l'Arabia Saudita per il sostegno a Osama bin Laden alla luce dell'11 settembre. "Oggi ci sono dei senatori repubblicani che vorrebbero introdurre un'altra eccezione, sulla pandemia. Atti del genere hanno scarsissime probabilità di essere adottate".

"L'ultima soluzione che resta agli Stati Uniti sono le azioni unilaterali" cioè le sanzioni. Per esempio, Washington potrebbe non pagare gli interessi sui titoli di Stato americani detenuti dalla Cina (una strada che incontra resistenze enormi all'interno della stessa amministrazione Usa) o più direttamente adottare nuovi dazi commerciali. Ronzitti infine non esiste a definire senza mezzi termini "una sciocchezza" la possibilità di portare la dirigenza cinese davanti alla Corte penale internazionale, ricordando come in primis la Cina non ne abbia ratificato lo statuto. 

In ogni caso, per portare avanti un'indagine in territorio cinese c'è bisogno del consenso di Pechino. L'unica organizzazione internazionale che ha, almeno teoricamente, il potere di superare lo 'scoglio' della sovranità statale è l'Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (Opac) che, sulla base della Convenzione varata nel 1993, alla fine della Guerra Fredda, gode di "un meccanismo attraverso il quale ispettori possono entrare in territori altrui senza il consenso dello Stato per verificare se vengono prodotte o usate armi chimiche. Si chiamano 'ispezioni su sfida' e tra l'altro finora non sono mai state effettuate".

Pechino chiude la porta: "Inchiesta politicizzata"

Ogni opzione, però, viene esclusa dalla Cina. Pechino si dice fortemente contraria a un’inchiesta internazionale sull’origine del coronavirus, che giudica “motivata politicamente” e “fondata sulla presunzione di colpevolezza”. Lo scopo di una simile inchiesta, ha dichiarato il vice ministro degli Esteri Le Yucheng, sarebbe quello di “stigmatizzare” la Cina. Per quanto riguarda il Wuhan Institute of Virology, ha aggiunto, “è aperto alla comunicazione internazionale”.

Già nei giorni scorsi, il ministero degli Esteri aveva chiuso la porta all’iniziativa promossa da Canberra, definendola una “manovra politica”, accusando l’Australia di fare da portavoce degli interessi di Washington e arrivando a minacciare ritorsioni economiche contro il Paese oceanico. I toni si sono accesi, però, in seguito alle dichiarazioni di Pompeo: la prima reazione, affidata ai media statali, sono stati gli editoriali al vetriolo; Pechino ha poi bollato le accuse del segretario di Stato Usa come una manovra per la rielezione di Trump alle presidenziali di novembre prossimo. “Pompeo”, ha detto la portavoce del Ministero degli Esteri Hua Chunying, “ha parlato più volte ma non può portare alcuna prova. Perché? Perché non ne ha”, e le sue dichiarazioni, ha aggiunto, sono dettate solo da “fini politici”.  

L’impressione è che gli Stati Uniti si siano spinti troppo oltre con le accuse, e senza cercare il coordinamento con gli alleati, secondo Ian Bremmer, presidente e fondatore di Eurasia Group. “Non c’è ragione per cui gli americani non si possano focalizzare sul fatto che 'c’è stata una copertura, proveniva dalla Cina, e incolpiamo la Cina di questo'”, dichiara nel suo “World in 60 seconds” sul sito web di Eurasia Group. “Andare troppo oltre sembra la ripetizione del momento delle armi di distruzione di massa che Colin Powell, Dick Cheney e altri hanno avuto con l’amministrazione Bush sull’Iraq. Gli americani alla fine perderanno più credibilità nell’attaccare i cinesi su questo”. 

Sul piano interno, però, dalla Cina emerge forte nervosismo. Secondo un rapporto del mese scorso del Ministero della Sicurezza Statale, citato da fonti dell’agenzia Reuters, emerge che l’ostilità nei confronti della Cina è oggi al livello più alto dai tempi della strage di piazza Tiananmen, nel 1989. Nel testo sottoposto ai leader cinesi, tra cui il presidente Xi Jinping, si evidenza anche la possibilità di uno scontro armato con gli Stati Uniti. Nessuna conferma, né smentita, è arrivata da Pechino.

L’ipotesi di uno scontro armato non è giudicata credibile dal politologo Edward Luttwak, fortemente critico sulla Cina e favorevole a un’inchiesta internazionale sulla pandemia. “Zero conflitto armato. Impossibile. E se ci fosse, durerebbe molto poco”, è la risposta a una domanda diretta. Il ruolo degli Stati Uniti in questa fase, secondo Luttwak, non deve essere necessariamente di primo piano. “I rapporti sono molto deteriorati” con la Cina, secondo il politologo, “ma la cosa importante per gli americani è mettersi di lato e lasciare che altri Paesi prendano la leadership” e chiedano un’inchiesta sull’origine del coronavirus, “cosa che sta già succedendo”. Pechino, però, conclude, “non accetterà mai alcuna indagine”.  

La possibilità che la Cina possa permettere ai team di ispettori internazionali di visitare il laboratorio di Wuhan è “molto bassa”, anche secondo Willy Wo-lap Lam, politologo specializzato nelle elite politiche cinesi e docente presso il Centre for China Studies della Chinese University di Hong Kong. Nel caso di una coalizione di Paesi favorevoli all’inchiesta, prosegue, “non sappiamo come possa reagire Xi, ma la Cina si sente molto nervosa”. Una cosa appare certa: “La Cina non ripagherà mai il danno, ma potrebbe subire qualche forma di boicottaggio”. Il coronavirus ha messo sotto pressione il soft power cinese, con un danno di immagine della Cina “sia come Paese leader, sia nella promozione di un modello cinese contro un modello americano”. La propagazione dell’epidemia ha avuto ripercussioni anche sul presidente cinese, Xi Jinping. “Il suo prestigio ne ha sofferto anche se è ancora la persona più potente della Cina”.

Quali ripercussioni sulla Cina?

L’ipotesi di ripercussioni contro la Cina è allo studio a Washington, anche se non ci sono ancora indicazioni chiare. In risposta a una domanda postagli dall’agenzia Reuters sul possibile ricorso alle tariffe o sulla cancellazione del debito obbligazionario, Trump è ha dichiarato che “ci sono molte cose che posso fare. Stiamo cercando di capire cosa è successo”. La Cina rimane il secondo detentore del debito Usa, e l’esposizione è aumentata a 1.092 miliardi di dollari a febbraio scorso, secondo dati del Dipartimento del Tesoro Usa. Secondo gli analisti, difficilmente Washington farà ricorso a quest’arma contro Pechino, che potrebbe spingere la Cina a ridurre la propria esposizione, proprio in un momento in cui Washington sta aumentando l’emissione di bond per sostenere la risposta alla pandemia e contenerne l’impatto sull’economia. La Cina stessa, secondo Iris Pang, analista di Ing Bank citata dal South China Morning Post, eviterebbe di liberarsi del debito statunitense senza prima avere considerato altre misure punitive contro gli Usa.  

“La conseguenza più importante è che vedremo più conflitto e meno interdipendenza tra le due economie”, prosegue Bremmer nella sua analisi on line. Gli americani “investiranno meno in Cina, ridurranno la catena di approvvigionamento, permetteranno ai cinesi di investire meno negli Stati Uniti, con molti più controlli e in più alcuni alleati americani chiave faranno lo stesso: negli Stati europei più ricchi o in Giappone, per esempio”. 

La crisi attuale ha riportato alla luce anche l’unico capitolo che sembrava essersi concluso con una parziale intesa tra Cina e Stati Uniti, la disputa tariffaria, in fase di tregua dopo la firma dell’accordo di fase 1, a dicembre scorso. “Dobbiamo vedere come va dopo quello che è successo”, ha detto il presidente Usa, Donald Trump, in un’intervista a Fox News, domenica scorsa. “Hanno approfittato del nostro Paese. Ora devono comprare, e se non comprano termineremo l’accordo. Molto semplice”.

Una nuova impennata delle tariffe potrebbe essere la via più praticabile dagli Stati Uniti, secondo l’imprenditore Alberto Forchielli: “Trump potrebbe scombinare il tavolo, fare saltare l’accordo commerciale e poi imporre altre tariffe”. Alla ripresa della guerra tariffaria si potrebbe aggiungere “un piano combinato per portare le società americane ad abbandonare la Cina: il decoupling, più sfacciato e più accelerato. La Cina non avrebbe molte armi di rappresaglia: aumenterebbe i dazi, ma non potrebbe rifarsi sulle società americane, perché cerca di trattenerle”. Su un piano non strettamente commerciale, prevede il fondatore di Mandarin Capital Partners, ci potrebbe essere “un’enorme stretta sugli studenti cinesi negli Stati Uniti”. 

Insomma, misure minori rispetto a una più complessiva richiesta di risarcimento da “migliaia di miliardi, se non decine di miliardi di dollari”, come vorrebbe l’ex chief strategist della Casa Bianca, Steve Bannon.