Quelle banlieue svedesi di cui nessuno ama parlare
Quelle banlieue svedesi di cui nessuno ama parlare
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La polveriera di Stoccolma

Violenza tra gang a Malmo

Quella stampa reticente che infiamma la xenofobia

Le ragioni di un fallimento e la lezione dell'Italia

Prima del recente giro di vite, la Svezia era il Paese europeo che accoglieva più rifugiati in assoluto rispetto alla popolazione. Solo nel 2015 oltre 160 mila persone (in arrivo principalmente da Iraq, Siria e Afghanistan) sono giunte in Svezia per chiedere asilo, un numero enorme per una popolazione residente di appena dieci milioni di abitanti. Stoccolma è fiera della sua immagine di patria dei diritti civili. Un dibattito concreto sulle conseguenze dell'immigrazione di massa è quindi difficile e a provarci si rischia di essere bollati come razzisti. Ma non si possono accogliere grandi masse di immigrati provenienti da culture distanti senza avere la minima idea di come integrarli, relegandoli in ghetti preda di emarginazione e disoccupazione. Già, perché a tanta alienazione contribuisce l'impossibilità per la manodopera straniera non qualificata di trovare un lavoro nel Paese scandinavo. A causa delle barriere linguistiche e di un mercato del lavoro fortemente regolato, la Svezia è il Paese europeo dove un immigrato ha le maggiori probabilità di restare disoccupato. Se tra gli svedesi il tasso di disoccupazione è il 4%, tra gli stranieri residenti in Svezia il dato è al 22%. Non esiste un altro paese sviluppato con un differenziale così elevato, sottolinea l'Ocse nel suo Immigration Outlook 2016. Nel Regno Unito non esiste il minimo gap. E il differenziale è minimo in due nazioni sottoposte a ingenti flussi come la Grecia e l'Italia, che nonostante la crisi economica, sono secondi in Europa solo a Londra come capacità di integrare gli stranieri nel mercato del lavoro. Forse è tempo che Stoccolma ceda a Roma quella bandiera di "superpotenza umanitario" che ama tanto sventolare.

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