Hariri, quelle dimissioni fanno acqua da tutte le parti. Un retroscena

Il primo ministro libanese sarebbe stato in realtà costretto alle dimissioni da Riad. La sua intervista alla televisione del partito non ha convinto nemmeno i suoi più stretti collaboratori 

Hariri, quelle dimissioni fanno acqua da tutte le parti. Un retroscena

Saad Hariri sarebbe stato costretto dall'Arabia Saudita a rassegnare le dimissioni da primo ministro del Libano lo scorso 4 novembre per essersi rifiutato di combattere attivamente Hezbollah - il movimento politico militare sciita e filo-iraniano. Sono le pesanti rivelazioni che alcune fonti vicine al figlio dell'ex premier Rafiq Hariri - assassinato nel 2005 - hanno fatto all'agenzia Reuters, poche ore prima che quest'ultimo rilasciasse un'intervista di un'ora e mezza alla televisione del suo partito, il Mustaqbal (Futuro).

Un'intervista che non ha convinto

Nell'intervista concessa alla giornalista Paula Yacoubian, Hariri ha rivelato che a giorni - "dopo aver preso le necessarie misure di sicurezza" - tornerà a Beirut per discutere delle sue dimissioni con il presidente Michel Aoun, dimissioni che ha ribadito di "aver preso autonomamente, volendo causare uno shock positivo per il paese”. Rappresentanti dell'Esercito libanese, il presidente Michel Aoun, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah e un buon numero di altri rappresentanti politici si erano detti convinti che Hariri si fosse dimesso su esplicito ordine dei sauditi, e che addirittura la lettera di dimissioni che ha letto in tv lo scorso 4 novembre fosse stata scritta da questi ultimi. Alcuni osservatori hanno fatto notare come il linguaggio utilizzato dal primo ministro libanese nell'occasione fosse insolito, e modulato da espressioni non ricorrenti nella sua retorica.

Hariri, quelle dimissioni fanno acqua da tutte le parti. Un retroscena

Alla sua tv, Hariri ha spiegato di essersi dimesso "per molteplici ragioni", tra cui il mancato rispetto della politica della "dissociazione" che è alla base dell'accordo che ha portato alla sua nomina a primo ministro e all'elezione di Aoun, alleato di Hezbollah, a presidente. Con "dissociazione" si fa riferimento alla neutralità libanese rispetto ai conflitti regionali, in primis quello in Siria, dove il ruolo di Hezbollah è stato fondamentale per la tenuta del regime di Bashar al Assad.

Alla luce delle ultime rivelazioni, il recente percorso che ha portato Hariri a dimettersi all'inizio del mese potrebbe non essere così scontato: è davvero l'indignazione di Hariri per il mancato rispetto della politica della dissociazione il motivo di questo uragano politico istituzionale in Libano? Bisogna dare per scontata la sua sincerità, in una intervista realizzata a Riad?

Hariri, quelle dimissioni fanno acqua da tutte le parti. Un retroscena
Said Hariri (Afp)

Quel viaggio a Riad

È lecito porsi domande di questo tipo, e non solo perchè la posizione di Hezbollah rispetto al conflitto in Siria non è cambiata, nè negli ultimi mesi nè rispetto ad un anno fa, quando venne formato il governo di larghe intese di cui Hariri è parte. Alcuni giorni prima di annunciare le dimissioni, Hariri era volato a Riad, dove aveva incontrato una serie di personalità saudite, tra cui il ministro degli Affari del Golfo - colui che lunedì scorso ha detto che "il Libano ha dichiarato guerra all'Arabia Saudita" - Thamer al Sabhan. Deve essere stato, quest'ultimo, un incontro ambiguo, per certi versi inquietante. Secondo le fonti vicine ad Hariri, infatti, il primo ministro sarebbe rientrato in Libano "molto soddisfatto e rilassato", con l'impressione di aver convinto Al Sabhan sulla necessità di mantenere intatto l'accordo politico con Hezbollah, per il bene della stabilità del Paese dei Cedri, e su quella di ridiscutere un pacchetto di aiuti militari sauditi all'Esercito libanese. La serenità di Hariri appare simbolicamente confermata anche da un selfie che quest'ultimo si è scattato con il potente ministro saudita, postandolo poi sul suo profilo Twitter. 

La sera del 3 novembre

A Riad, invece, soddisfatti non lo sono per niente. Secondo le fonti citate dalla Reuters, durante questi meeting nella capitale saudita Hariri avrebbe detto apertamente la sua su come rapportarsi a Hezbollah, sostenendo che un conflitto con quest'ultimo - caldeggiato dall'Arabia Saudita - destabilizzerebbe il Paese. Parole che non sarebbero piaciute ad Al Sabhan, che lo avrebbe quindi congedato senza fargli prefigurare nulla di quel che sarebbe accaduto giorni dopo. Quando Hariri viene "richiamato" a Riad la sera del 3 novembre non si aspetta nulla. Tuttavia, non vede le solite persone ad aspettarlo sulla pista d'atterraggio ma un gruppo di poliziotti sauditi, che subito confiscano a lui e alla sua scorta i telefoni cellulari.

È improbabile che Hariri nei giorni precedenti pianificasse le sue dimissioni, perchè aveva in programma per il lunedì seguente degli importanti incontri istituzionali con emissari del FMI e della Banca mondiale. Da quel momento, e fino all'intervista del 12 novembre una settimana dopo, il primo ministro del Libano non è più comparso in pubblico, fatta eccezione per una foto scattata durante un incontro con l'emiro di Abu Dhabi. Persino l'entourage del suo partito ne ha chiesto pubblicamente il rimpatrio, invocato anche da molti striscioni della Maratona di Beirut. Hariri, tuttavia, ha detto di essere "libero di muoversi all'interno del Regno e fuori”.

All'Arabia piace il fratello di Hariri, Bahaa

Secondo fonti libanesi citate da Middle East Eye, Riad vorrebbe rimpiazzare Saad Hariri con suo fratello maggiore, Bahaa, alla guida del blocco sunnita in Libano. Bahaa dovrebbe trovarsi in Arabia Saudita (gli Hariri hanno la doppia cittadinanza, ndr) e secondo queste fonti gli altri membri della famiglia Hariri avrebbero già declinato l'invito saudita a concedergli l'investitura. Il segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah ha affermato venerdì scorso su Al Manar - la tv ufficiale di Hezbollah, che non ha trasmesso l'intervista di Hariri come hanno fatto anche gli altri media del Partito di Dio - che "i sauditi stanno incitando Israele a lanciare un'altra guerra sul Libano, sono pronti a pagare decine di miliardi di dollari perchè ciò si avveri", ricordando poi come la guerra del 2006 nel sud del Libano "fu prolungata dai sauditi nel momento in cui Israele era propensa a porvi un termine".

 



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