Il futuro del Libano dopo le dimissioni di Hariri

Il primo ministro: "Ho raggiunto un punto morto, e credo che a questo punto sia necessario dare una scossa"

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Marwan TAHTAH / AFP 
Hariri

Il primo ministro libanese Saad Hariri ha sottoposto giovedì le sue dimissioni al Capo di Stato Michel Aoun, inaugurando ufficialmente una nuova fase - potenzialmente esplosiva - nella rivolta di piazza che in Libano va avanti da due settimane. "Per 13 giorni il popolo libanese ha atteso una soluzione politica che arrestasse il deterioramento del clima. In questi giorni, ho provato a trovare un modo per ascoltare la voce del popolo e allo stesso tempo evitare pericoli per la sicurezza e l'economia. Oggi ho raggiunto un punto morto, e credo che a questo punto sia necessario dare una scossa". Con queste parole il primo ministro ha annunciato la fine anticipata del suo mandato, a pochi minuti dalla fine di alcuni scontri andati in scena nel centro di Beirut tra manifestanti che avevano occupato Piazza dei Martiri, bloccando poi la principale arteria cittadina (il Ring), e residenti locali accompagnati da sopporter di Amal ed Hezbollah, i due partiti sciiti del Paese. Intanto il ministro degli Esteri francese, Jean Yves Le Drian, ha affermato che le dimissioni di Hariri "rendono la crisi in Libano molto più grave".

Il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha esortato le forze politiche libanesi a formare "urgentemente" un nuovo governo. "Gli Stati Uniti chiedono ai leader politici libanesi di favorire urgentemente la formazione di un nuovo governo che possa costruire un Libano stabile, prospero e sicuro che risponda alle necessità dei suoi cittadini", ha scritto il capo della diplomazia Usa in una nota.

Anche le Nazioni Unite, attraverso il coordinatore speciale per il Libano, Jan Kubis, hanno caldeggiato una "rapida formazione del nuovo governo", invitando tutte le parti a "evitare la violenza". Il Libano rischia l'imminente collasso economico, come ha ricordato ieri il governatore della Banca centrale Riad Salameh.

Si rischia la catastrofe umanitaria

Il tasso di cambio ufficiale tra lira libanese e dollaro è schizzato a oltre 1,8 (due settimane fa era a 1,5), le banche sono chiuse dal 18 ottobre, le principali arterie stradali del Paese sono bloccate dai manifestanti o dalle transenne, e il ministro della salute Jamil Jabak (eletto con Hezbollah ma esterno al partito) ha dichiarato che in gran parte delle farmacie e degli ambulatori del Paese iniziano a scarseggiare medicinali essenziali e vaccini, proprio a causa della difficoltà a circolare (Jabak ha alluso anche ad "attacchi a veicoli che trasportavano medicine", ndr), e che il Paese rischia la "catastrofe sanitaria". 

Fadi Abu Shakra, rappresentante del settore energetico ha riferito all'emittente Al Jadeed che nel giro di poche ore i distributori rimarranno a corto di benzina. Ora la parola passa al presidente Aoun, il quale ha già fatto sapere di aver accettato le dimissioni, ma di volersi prendere del tempo prima di fare comunicazioni ufficiali (domani o dopodomani, secondo fonti vicine alla presidenza), che verosimilmente ufficializzeranno lo status "reggente" del governo in carica, fino a nuove decisioni. La piazza - che punta alla formazione di un governo tecnico, elezioni parlamentari anticipate e conseguente elezione di un nuovo presidente - chiede con fermezza un rimpasto integrale del governo formatosi due anni fa, al quale per il momento sia il presidente Aoun che i suoi alleati principali di Hezbollah si oppongono, temendo l'instabilità e i tentativi di marginalizzare nel nuovo governo il partito filo iraniano.

Entrambi hanno invitato i manifestanti a nominare una delegazione incaricata di negoziare questo possibile rimpasto, ma i manifestanti hanno espresso la volontà di non nominare alcun leader per preservare l'orizzontalità della protesta, oltre ad invocare le dimissioni del ministro degli Esteri Gebran Bassil, genero di Aoun e leader del partito da lui fondato, la Corrente patriottica libera (principale partito cristiano maronita).

Tre i possibili scenari

Il quotidiano francofono L'Orient Le Jour ora paventa tre possibili scenari: Aoun incaricherà nuovamente Hariri di formare un governo di tecnici ed esperti non affiliati ai partiti tradizionali, segnalando in questo modo che sia Aoun che Nasrallah assecondano la protesta e le sue istanze principali; un secondo scenario potrebbe implicare un resa dei conti frontale con l'insurrezione popolare, con la nomina quindi di una personalità sunnita alleata di Aoun e Hezbollah, che sarebbe responsabile della formazione di un nuovo governo e probabilmente reprimerebbe le proteste. Infine, la terza opzione è quella della permanenza del governo in carica con funzioni di reggenza, per occuparsi degli affari correnti. Tutto ciò al netto dell'evoluzione della protesta e dei suoi oppositori in piazza. 



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