"Un Paese, due sistemi": il principio che regola i rapporti tra Hong Kong e la Cina

La formula fu coniata da Deng Xiaoping in vista del ritorno dell'ex colonia britannica alla Cina

Hong Kong proteste
STR / XINHUA / AFP 
Deng Xiaoping e Margaret Thatcher

"Un Paese, due sistemi" è il modello adottato da Pechino per Hong Kong, dopo il ritorno dell'ex colonia britannica alla Cina, nel 1997, con lo status di regione amministrativa speciale, lo stesso di cui gode anche Macao, ritornata alla Cina nel 1999, dopo la fine del dominio coloniale portoghese.

La formula coniata dall'ex leader cinese, Deng Xiaoping, prevede il riconoscimento di un'unica sovranità all'interno della quale coesistono diverse realtà amministrative. La difesa del modello per l'integrazione pacifica delle ex colonie con Pechino è un punto irrinunciabile per il governo cinese. L'attuale presidente cinese, Xi Jinping, in occasione del ventesimo anniversario del ritorno di Hong Kong alla Cina, nel 2017, aveva promesso di "mettere in atto risolutamente la politica di 'un Paese, due Sistemi'" a Hong Kong.

Cosa prevede la Basic Law

Il rapporto tra Pechino e Hong Kong è regolato dalla Legge Fondamentale (Basic Law), spesso definita la mini-Costituzione di Hong Kong, promulgata nel 1990 e in vigore dal 1997, che prevede un alto grado di autonomia per l'ex colonia britannica. Hong Kong può mantenere i propri poteri esecutivo, legislativo e giudiziario, il proprio sistema socio-economico e lo statuto di porto franco, mentre le politiche estere e di difesa sono delegate al governo centrale di Pechino, che ha anche una guarnigione militare sul territorio. La Basic Law si presta, però, a diverse ambiguità e punti interrogativi sul futuro dell'ex colonia.

L'articolo 5 recita che "il sistema e le politiche socialiste non saranno praticate nella regione amministrativa speciale di Hong Kong e il precedente sistema e stile di vita capitalista rimarranno inalterati per 50 anni", senza offrire una soluzione su cosa accadrà nel 2047, allo scadere dei cinquanta anni dal ritorno di Hong Kong alla Cina, nè dichiarando che la Legge Fondamentale scadrà dopo tale data (e con essa, di conseguenza, anche l'articolo 1, che recita che Hong Kong è "parte inalienabile" della Repubblica Popolare Cinese).

Secondo l'articolo 14, il governo centrale di Pechino è responsabile della sicurezza ("defence") di Hong Kong, mentre il governo locale è responsabile del mantenimento dell'ordine pubblico ("public order") e la guarnigione militare cinese che staziona nell'ex colonia "non interferisce negli affari locali della Regione". Tuttavia il governo di Hong Kong, "qualora necessario", può chiedere l'aiuto delle truppe della Repubblica Popolare per il mantenimento dell'ordine pubblico o in caso di calamità naturali. 

Un'ambiguità ancora maggiore è presentata dagli articoli 45 e 68, che si concentrano sulla figura del capo esecutivo (Chief Executive), la massima autorità politica dell'isola, oggi Carrie Lam, e sull'Assemblea legislativa, il parlamento unicamerale di Hong Kong. "L'obiettivo ultimo", si legge nell'articolo 45, "è la selezione del capo esecutivo tramite suffragio universale su nomina di un largamente rappresentativo comitato di nomina, secondo procedure democratiche", mentre l'articolo 68 recita che "l'obiettivo ultimo e' l'elezione di tutti i membri dell'Assemblea legislativa tramite suffragio universale".

Proprio l'implicita promessa di una forma di suffragio universale, unita al rifiuto della proposta di riforma di Pechino della nomina del capo esecutivo, aveva scatenato alla fine di settembre del 2014 le prime occupazioni a Central, il distretto finanziario di Hong Kong, da parte di studenti e attivisti, poi sfociate nei 79 giorni del movimento degli Ombrelli, fino a quel momento il piu' lungo movimento di protesta mai tenutosi sul suolo della Repubblica a Popolare Cinese.

Il suffragio universale è una delle cinque richieste dei manifestanti pro-democrazia di oggi, ma come raggiungerlo non viene spiegato nella Legge Fondamentale. Maggiore chiarezza sul futuro dell'ex colonia è stata chiesta di recente anche dal politologo John Wilson in un articolo scritto per il South China Morning Post: i manifestanti, scrive, dovrebbero sollecitare il governo di Hong Kong a chiedere a Pechino una "dichiarazione chiara" su cosa accadrà dopo il 2047, su come sarà governata quella che oggi è una regione amministrativa speciale, con quali leggi e con quale sistema legale.



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