Il trucco dell'Fbi per 'bucare' l'iPhone resterà segreto (e anche quanto è costato)

Il Bureau riuscì - grazie a una società esterna - a violare lo smartphone dell'attentatore di San Bernardino. Un giudice nega il diritto a sapere come c'è riuscito

Il trucco dell'Fbi per 'bucare' l'iPhone resterà segreto (e anche quanto è costato)

La tecnica con la quale l’Fbi ha ‘bucato’ l’iPhone di Syed Faruk, responsabile dell’attentato di San Bernardino del dicembre 2015 nel quale morirono 14 persone, non sarà resa pubblica. Questa la decisione presa dalla giudice Tanya Chutkan, in risposta alla richiesta di Vice News, Associated Press e Usa Today di conoscere i dettagli tecnici della violazione informatica del telefono a marzo 2016. 

La giudice ha respinto la richiesta, presentata sotto il Freedom of information act (Foia) - istituto giuridico che stabilisce il diritto di chiunque di avere accesso ai dati e ai documenti detenuti dalla pubblica amministrazione - in ragione del fatto che la divulgazione del tipo di strumento usato per forzare l’accesso ai contenuti dell’iPhone e di quanto è stato pagato per raggiungere questo risultato potrebbe esporre il fornitore del servizio ad attacchi da parte di altri hacker. Inoltre, il prezzo pagato dall’Fbi è un dato ritenuto strategico per la difesa del territorio nazionale e potrebbe essere usato per strutturare nuovi attacchi.

All’indomani dell’attentato di Bernardino, California, ci fu uno scontro intenso tra la Apple, casa produttrice dell’iPhone 5c usato da Syed Faruk, e il dipartimento di Giustizia statunitense. La corte aveva chiesto all’azienda di Cupertino di collaborare nell’indagine per sbloccare il telefono del terrorista. Alla richiesta la società americana si era detta non disponibile, opponendo il fatto che un simile comportamento avrebbe esposto la sicurezza dei propri clienti. Nel marzo del 2016 tuttavia gli investigatori erano riusciti ad avere comunque accesso al dispositivo, forzato grazie alla collaborazione di una società esterna, la cui identità non è nota.

“Risulta logico e plausibile che il venditore possa essere meno capace dell’Fbi di proteggere le proprie informazioni di fronte a un attacco informatico. La conclusione dell’Fbi che rendere pubblico il nome di chi ha eseguito la violazione dell’iPhone potrebbe esporre lo strumento del venditore, e di conseguenza delle informazioni cruciali in campo tecnologico, risulta ragionevole”, ha scritto la giudice nelle motivazioni rese pubbliche sabato sera.

In passato l’ex direttore dell’Fbi James Comey, silurato con l’arrivo di Donald Trump, aveva dichiarato durante una conferenza che la violazione del telefono del terrorista di San Bernardino sarebbe costata “più di quanto guadagnerò nel resto di questo mandato, che durerà sette anni e quattro mesi”. Secondo la ricostruzione fornita da Reuters la cifra si sarebbe aggirata intorno a 1.4 milioni di dollari.

 

 



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