Il biologo cinese Qu Dongyu è il nuovo direttore generale della Fao

Eletto al primo scrutinio, battuti i candidati di Francia e Georgia. Qu ha lavorato per trent'anni nel settore agricolo e alimentare, nello sviluppo di tecnologie digitali per l'agricoltura e le aree rurali, dove ha anche introdotto il microcredito

Fao cinese Qu Dongyu eletto direttore generale
VINCENZO PINTO / AFP
Qu Dongyu

È bastato il primo scrutinio per eleggere il cine Qu Dongyu nuovo direttore generale della Fao. Il candidato cinese, Qu Dongyu, viceministro dell'Agricoltura di Pechino, ha battuto i candidati di Francia e Georgia nel voto per la guida dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (FAO). Con 108 voti favorevoli, Qu ha prevalso nel primo turno in cui ha subito raggiunto la maggioranza richiesta nel voto a cui hanno partecipato 191 paesi. Qu sostituisce il brasiliano Josè Graziano da Silva e occuperà la sua nuova posizione come CEO il 1 agosto per i prossimi quattro anni.

Qu era tra i favoriti dal momento che vantava il probabile sostegno dei Paesi del cosiddetto G77, tra questi diversi Paesi latinoamericani come il Brasile, di cui il gigante asiatico tradizionalmente fa parte. La Cina conosce bene anche la complessità della questione, soprattutto ora che è coinvolta in una guerra commerciale con gli Stati Uniti, che l'ha costretta a rifornirsi di cereali e soia in altri mercati, motivo per cui considera l'alimentazione una priorità nella sua agenda.

Fao cinese Qu Dongyu eletto direttore generale
VINCENZO PINTO / AFP
Qu Dongyu

Qu Dongyu, biologo di formazione, ha lavorato per trent'anni nel settore agricolo e alimentare, nello sviluppo di tecnologie digitali per l'agricoltura e le aree rurali, dove ha anche introdotto il microcredito. La Cina aspira "sempre più a posizioni di responsabilità" all'interno dell'Onu, ha spiegato Richard Gowan, analista di CrisisGroup, un centro di analisi degli affari internazionali non governativi. Nei mesi scorsi, Pechino ha intensificato gli sforzi diplomatici mettendo spesso mano al portafogli soprattutto per aggiudicarsi il sostegno degli stati africani.

Pechino aveva ottenuto una prima vittoria con il ritiro a marzo del candidato camerunense, Medi Moungui. Secondo un diplomatico, la Cina avrebbe pagato un debito di circa 70 milioni di dollari (62 milioni di euro) in cambio. Pressioni intense sarebbero state fatte anche nei confronti di Paesi sudamericani: il Brasile e l'Uruguay, secondo fonti diplomatiche citate da Le Monde, sono stati minacciati "con il bando delle loro esportazioni agricole verso la Cina se questi due paesi non avessero dato il loro voto".



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