Non solo Brexit, ecco dove l'Europa si spaccherà ancora nel 2018

Una comunità a "geometrie variabili" destinata a dividersi su tanti dossier. Dove sta andando la Ue?

Non solo Brexit, ecco dove l'Europa si spaccherà ancora nel 2018

L'Europa si è già spaccata e la Brexit​ ne è l'esempio più lampante. Il punto per il 2018, secondo il bollettino dell'Ispi, non è tanto capire se ci saranno altri "exit", quanto piuttosto verificare su quali e quanti dossier l'Europa si spaccherà ancora.

Il 2018 sarà infatti ancora un anno di spaccature, e sempre più a "geometrie variabili". Se una volta queste ultime identificavano gli ambiti in cui alcuni paesi erano disposti o pronti a collaborare di più rispetto agli altri, adesso sembrano rappresentare soprattutto i dossier su cui essi si dividono, assumendo posizioni via via più distanti tra loro. Tutto ciò con un'aggravante: la tradizionale ricerca del compromesso tramite il "log rolling" - ovvero la disponibilità di un paese ad appoggiare la richiesta forte di un altro paese in un dossier per poi avere il suo appoggio su un altro dossier ritenuto piu' importante - appare sempre piu' difficile. Perché questa logica funzioni appieno è infatti necessario un quadro cooperativo continuo e ineluttabile. Certamente non quello che caratterizza l'Ue di oggi. Questa via al compromesso si presenta dunque sempre più impervia e spinge gli stati a ragionare dossier per dossier. A massimizzare sempre e in ogni momento il proprio guadagno, o quanto meno a ostacolare il guadagno dell'altro.

Uniti sulla Brexit. Per ora

In questo quadro cooperativo sempre più a tinte fosche, le linee di faglia nord-sud e est-ovest sono quelle più marcate. Ma non sono certamente le uniche. Le spaccature dentro l'Ue sono infatti molto più eterogenee - a geometrie variabili appunto - e in grado di cambiare rapidamente passando da un dossier all'altro. Se si considera quello importantissimo della Brexit, tuttavia finora i 27 paesi membri hanno dato prova di una certa unità di intenti. Si è chiuso così con una vittoria di Bruxelles il primo round negoziale, quello in cui si dovevano dirimere alcune questioni chiave prima di arrivare al divorzio con Londra: dalla mobilità dei cittadini ai soldi dovuti da Londra alle casse Ue, dal periodo di transizione all'Irlanda del Nord. Di fronte a una Ue unita, il più delle volte è stata Londra a doversi adeguare e a tornare sui propri passi. Si tratta però di temi che interessavano trasversalmente tutti i paesi membri. Da nord a sud, da est a ovest dell'Ue, tutti avevano da guadagnare da quanto si riuscisse a strappare a Londra. Difficilmente questo sarà il caso del prossimo anno, quando i negoziati entreranno nel vivo e si dovrà decidere cosa ne sarà dei rapporti tra Ue e Gran Bretagna su temi come il commercio, i servizi, la circolazione dei capitali. Qui gli interessi nazionali sono molto più complessi ed eterogenei, e il rischio di spaccature a geometrie variabili è dietro l'angolo.

La faglia est-ovest sui migranti

Dove invece le spaccature continuano a correre principalmente lungo l'asse est-ovest è il dossier migrazioni. Il Consiglio europeo di dicembre si è chiuso con un ennesimo nulla di fatto. L'oggetto del contendere è la riforma del Regolamento di Dublino. La Commissione aveva messo sul piatto, tra le altre cose, anche un piano di ricollocamenti permanenti dei migranti, e il Parlamento europeo si era già espresso positivamente. Ma dal gruppo di Visegrad è arrivato un secco no, che ha scatenato dure reazioni non solo dai più diretti interessati - Roma e Atene - ma anche da parte della Germania e della Francia. All'interno dei due fronti le differenze comunque non mancano, soprattutto in quello "occidentale". Macron​ ha infatti già chiarito da tempo che la Francia non è disposta ad accogliere i migranti economici e Schengen rimane ancora sospeso per sei Paesi del blocco occidentale, Germania inclusa. Più unito invece il fronte orientale che sta dando prova di una bassissima propensione alla solidarietà intra-europea. E questo non mancherà di avere conseguenze. A partire dalle negoziazioni sul quadro finanziario pluriennale 2021-2027. I paesi membri dovranno decidere cosa ne sarà dei 1.000 miliardi di euro - spalmati in sette anni - del bilancio Ue, tanto più che verrà meno un importante contributore netto come Londra (oltre 10 miliardi di euro all'anno).

Continuerà a crescere il malcontento tra i rimanenti contributori netti, soprattutto nei confronti dei poco solidali paesi dell'est, con la Polonia nel mirino con i suoi 80 miliardi di fondi strutturali assegnati al paese nel settennato 2014-2020. Tutto ciò peraltro mentre la Commissione va avanti verso la sospensione del voto polacco in Consiglio dopo le proposte illiberali di riforma della giustizia da parte del governo conservatore. Un nutrito gruppo di contributori netti, a partire dalla Germania, spingono per ancorare l'erogazione dei fondi strutturali al rispetto dei principi fondanti dell'Unione europea, tra cui appunto democrazia e solidarietà.

La Bce alla prova del "tapering"

Dove invece la frattura continuerà a correre principalmente tra nord e sud è la governance della moneta unica. Le proposte di Macron per rilanciarla - anche tramite la figura del Ministro delle finanze - hanno un cammino tutto in salita. Nel 2018 rischiano di tornare momenti ad alta tensione. A forte richiesta di Germania e Paesi Bassi, la Banca centrale di Draghi procederà verso il "tapering", ovvero la riduzione del ritmo di acquisto dei titoli (al momento 60 miliardi al mese) nell'ambito del proprio programma di "quantitative easing" (QE).

I paesi del nord lamentano che questo non ha più senso dato che la crisi economica è ormai alle spalle e che anzi il QE disincentiva l'avvio di riforme strutturali e politiche di riduzione del debito nel sud dell'Europa, Italia in primis. Se a ciò si aggiungono le incognite legate all'esito delle elezioni italiane e alle perduranti debolezze del settore bancario, un nuovo rialzo degli spread sui titoli di stato potrebbe essere dietro l'angolo. Per l'Italia peraltro le tensioni potrebbero arrivare anche dall'estero. A tener banco non sarà solo la crisi catalana. Malgrado alcuni recenti segnali positivi, il 2018 sarà infatti per Atene l'anno della prova del fuoco. Entro agosto la Grecia uscirà infatti dal suo terzo programma di salvataggio europeo in quasi dieci anni e punta a far ritorno sui mercati finanziari. Un ritorno che però è ancora irto di ostacoli e che non sarà necessariamente agevole. I mercati finanziari ci hanno ormai abituato da molti anni alla volatilità dei tassi sul debito ogni qual volta forti tensioni affiorano in Europa. Un destino che accomuna tutti gli indebitati paesi del sud Europa, e appunto l'Italia, il più indebitato di tutti. Con il rischio peraltro che il fronte del sud si spacchi perché troppo debole rispetto a quello del Nord e con un appoggio da parte della Francia di Macron su cui non contare molto, visto che gli stessi conti pubblici francesi di certo non brillano.

L'Europa ritroverà la forza di progettare?

Se lo sguardo si sposta ancora oltre, per ricomprendere le tensioni che arrivano dallo scenario internazionale - dal Mediterraneo/Golfo alle politiche di Trump, dalla Corea alla tenuta dell'accordo sul nucleare con l'Iran, dall'assertività russa a quella meno vistosa ma sempre più invasiva di Pechino - le fratture europee a geometria variabile rischiano di ripresentarsi.
Eppure alcuni segnali di ricomposizione ci sono. L'accordo sulla difesa comune è di certo ben lungi dal tradursi in un esercito europeo, ma è positivo perché segnala una ritrovata progettualità europea che mancava da troppo tempo. Ed è proprio questa la sfida per l'Ue nel 2018 e negli anni a venire: ritrovare la forza di progettare. Senza temere di abbattere quello che non funziona più, perché altrimenti le tante crepe e fratture rischiano di far crollare l'intera casa comune.

 



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