Il caso di Rahaf, sotto protezione a Bangkok e in fuga dalla famiglia saudita

La ragazza saudita di 18 anni ha chiesto asilo all'Australia dopo aver rinunciato all'Islam. Un rimpatrio significherebbe forse morte certa. La sua storia sta facendo il giro dei principali media mondiali

Il caso di Rahaf, sotto protezione a Bangkok e in fuga dalla famiglia saudita
 Afp
 Rahaf Mohammed al-Qunun

Articolo aggiornato alle ore 15,00 del 7 gennaio 2018.

Il suo sogno di raggiungere l’Australia, chiedere asilo e mettersi in salvo da una famiglia che ha reagito in maniera violenta al suo rifiuto all’Islam si è era interrotto all’aeroporto di Bangkok. È lì che, da un paio di giorni, vive Rahaf Mohammed al-Qunun, una ragazza saudita di 18 anni: si era barricata in una stanza dello scalo thailandese per proteggersi da un rimpatrio forzato verso il suo Paese d’origine. La storia di Rahaf ha guadagnato risonanza globale grazie ai suoi appelli lanciati via Twitter, dove ha fatto sapere di essere disperata e in pericolo di vita: teme che il suo destino, se dovesse essere trasferita nuovamente in Arabia Saudita, sia la morte.


La sera del 5 gennaio la giovane ha pubblicato il primo tweet per far sapere al mondo di essere nei guai: “La mia vita è in gioco e se dovessi essere costretta a tornare in Arabia Saudita sarò in reale pericolo”. Si trovava già a Bangkok, la capitale della Thailandia, dove era arrivata scappando dal Kuwait dove si trovava con la famiglia. Il suo obiettivo era raggiungere l’Australia per avanzare la richiesta di asilo. Con in mano il passaporto, i biglietti aerei e un visto valido per tre mesi (verificato dal Guardian), la ragazza ha dovuto far scalo obbligato in Thailandia. Prima di imbarcarsi verso l’Oceania, però, è stata fermata: in un tweet la giovane ha raccontato che un ufficiale saudita le ha ritirato il passaporto.


Ora Rahaf ha lasciato l'aeroporto di Bankgok affidata ai funzionari dell'Unhcr. Lo hanno riferito le autorità thailandesi nel primo pomeriggio di oggi. Alla giovane è stato permesso di restare in Thailandia sotto la supervisione dell'Unhcr.

Il rifiuto della religione e le minacce, fisiche e verbali

A convincere Rahaf a scappare dai suoi genitori sono state le minacce e la forza usate nei suoi confronti: il suo rifiuto all’Islam le sarebbe costato una serie di violenze, fisiche e verbali, come ammesso dalla giovane che ha fatto sapere di essere in possesso di prove che inchioderebbero la famiglia.


“Sono stata minacciata di morte in passato e anche ora in pubblico – ha scritto Rahaf riferendosi a un tweet che sostiene provenire dall’account di un suo cugino in cui le si prospetta l’uccisione al suo ritorno – Credete che la mia famiglia si sufficientemente moderna per negoziare le mie scelte di vita? Io so che non è così, mi considerano una loro proprietà”.


L’ambasciatore tedesco in Thailandia, Georg Schmidt, ha espresso la propria vicinanza alla ragazza saudita. La sua situazione, nonostante l’eco raggiunta dai suoi tweet, si era complicata: a stamattina ancora nessun rappresentante dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati aveva potuto raggiungere e parlare con Rahaf. 

Il precedente del 2017

Non è la prima volta che una donna saudita in fuga dalla famiglia viene fermata in Thailandia mentre cerca di raggiungere l’Australia in aereo. Un caso simile accadde ad aprile 2017 e il precedente non fa ben sperare: la 24enne Dina Ali Lasloom venne bloccata e imbarcata verso il proprio Paese. Nei giorni successivi l’ambasciata saudita sostenne che si trattava di “un caso familiare”. Della giovane, a distanza di quasi due anni, non si hanno più notizie certe. 



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