Atene cerca la sponda di Haftar nel gioco dell'energia

Il capo dell'autoproclamato Esercito nazionale libico è ad Atene per incontri al vertice del governo. Al centro dei colloqui c'è l'interesse anche della Turchia per una regione chiave per l'approvvigionamento energetico

atene libia haftar
 CreditPANAYOTIS TZAMAROS / NURPHOTO
 Il ministro degli Esteri greco Nikos Dendias (a destra) e il maresciallo Khalifa Haftar (a sinistra)

Il generale Khalifa Haftar, capo dell'autoproclamato Esercito nazionale libico, è ad Atene per incontri al vertice del governo. Una visita a due giorni dalla conferenza internazionale sulla Libia a Berlino, convocata dal governo tedesco e alla quale la Grecia, nonostante la sua insistenza, non è stata invitata. Haftar è evidentemente scontento per l'assenza di Atene e la sua missione odierna è un evidente tentativo di presentarsi come colui che farà da portavoce degli interessi ellenici nella conferenza.

La Grecia è irritata per l'accordo di delimitazione dei confini marittimi raggiunto alla fine di novembre da Turchia e Libia, un accordo che permette ad Ankara di ampliare le sue frontiere marittime in una zona strategica del Mediterraneo orientale, a scapito degli interessi greci. il 'nodo' è quello del trasporto di gas dal Mediterraneo orientale verso l'Europa.

Proprio ieri, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato che, in forza di quell'accordo, la Turchia comincerà "il prima possibile" a perforare in una zona contesa del Mediterraneo orientale ricca di idrocarburi. La Turchia moltiplica da diversi mesi le iniziative nel braccio orientale del Mediterraneo, dove sono stati scoperti negli ultimi anni importanti giacimenti di gas. In virtù dell'accordo, Ankara ritiene di poter accampare rivendicazioni su alcuni giacimenti e di avere voce in capitolo anche sul progetto di gasdotto EastMed, che deve esportare in Europa il gas israeliano attraversando la zona pretesa dai turchi.

Ankara è interessata al fatto che i tubi nel suo territorio facciano parte di un corridoio chiave per l'approvvigionamento energetico del ricco mercato europeo, il piano per collegare i gasdotti Trans-Anatolico (Tanap) e Trans-Adriatico (Tap), nonchè il prolungamento del Turkstream verso l'Europa, inaugurato lo scorso 8 gennaio da Erdogan e dal presidente russo Vladimir Putin. Con l'accordo tra Ankara e Tripoli, ha spiegato Erdogan, "non è più possibile, da un punto di vista giuridico, fare esplorazioni, perforazioni o far passare un gasdotto nella zona situata tra la linea di demarcazione continentale di Turchia e Libia senza il loro avvallo".

La reazione di Atene non si è fatta attendere. In un'intervista a un'emittente privata, Kyriakos Mitsotakis, il premier greco ha annunciato che "la Grecia metterà il veto a ogni soluzione politica in Libia", se il memorandum tra Tripoli e Ankara "non viene revocato". Ma anche Egitto, Cipro e Israele sono sul piede di guerra: ieri, insieme a quello greco, i ministri dell'Energia dei tre Paesi, riuniti al Cairo nel quadro del Forum del gas del Mediterraneo orientale (Emgf), hanno criticato l'accordo di delimitazione dei confini marittimi. Tra l'altro, a conferma degli sforzi di Erdogan per allargare la sua sfera di influenza nel Mediterraneo orientale, Ankara ha già avviato l'invio di truppe in Libia. Si tratta del primo intervento militare turco in un Paese non limitrofo dall'invasione di Cipro nel 1974: da allora, i soldati turchi hanno combattuto in forma sporadica nel nord dell'Iraq contro la guerriglia curda e, dal 2016, nel nord della Siria.

Erdogan deve fronteggiare l'asse formato da Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, Paesi che appoggiano tutti il generale Khalifa Haftar. Obiettivo dichiarato della missione è frenare l'offensiva delle milizie del generale ribelle, uomo forte della Cirenaica, ed evitare la caduta di Tripoli dispieganndo la potenza militare del secondo maggior esercito della Nato (477 mila uomini, fregate, cacciabombardieri, blindati, droni). Ma non solo. Sottesa alla strategia di Erdogan c'è anche l'altra partita che si sta giocando nel Vicino Oriente, dove si sono cristallizzati due blocchi: quello che perseguita il movimento dei Fratelli Musulmani (sebbene includa regimi islamisti) e quello che lo sostiene.

Il primo è guidato da Egitto, Arabia Saudita ed Emirati. Nell'altro ci sono il Qatar, la Turchia e, dalle elezioni dello scorso ottobre, la Tunisia. In questa lotta geopolitica, la Turchia è interessata ad avere un partner a Tripoli che possa sostenere le sue posizioni. Ma se Haftar prende il potere in Libia, la Turchia dovrà ridurre i suoi sogni di potenza geopolitica nel Mediterraneo.



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it