di Geminello Alvi
Roma, 8 lug. - Divenendo primo ministro Li Keqiang aveva promesso forti cambiamenti rivolti a migliorare la competitività globale della economia cinese. E in maggio inoltre un meeting del governo aveva avvertito i media che entro l’anno si sarebbe addirittura prodotto un piano per la piena convertibilità della valuta cinese. Puntuale si è ora deliberata la creazione di una zona franca a Shangai dove sperimentare tassi di interesse senza più vincoli e la libera contrattazione del renminbi. I media governativi che ne hanno dato ieri notizia, vedono nella decisione un mezzo per favorire l’innovazione dei prodotti finanziari e il flusso di investimenti diretti da o verso la Cina.
Non è per la verità chiaro, se e in che misura la zona franca limiterà anche i vincoli doganali, e il grado di oscillazione che sarà concesso ai vari tassi d’interesse e valutari nell’insieme dell’economia cinese. E la maggioranza degli analisti resta piuttosto scettica riguardo alla piena convertibilità del reminbi su tutto il territorio cinese, prevista non prima del quadriennio 2015-2018. Infatti il rallentamento della crescita economica da un verso impone più efficienza nel sistema finanziario e nella determinazione dei suoi prezzi relativi, ma al contempo rende più fragili i bilanci bancari e tutti gli equilibri finanziari cinesi.
Nella free trade zone deve peraltro riconoscersi pure un ulteriore significativo vantaggio per Shangai che nel 2009 si era già vista concedere la approvazione a divenire il secondo centro finanziario cinese in concorrenza con Hong Kong. E deve poi ricordarsi che col suo porto di Yangshan e un investimento di 18 miliardi di dollari Shangai punta inoltre a divenire il più grande scalo di containers del mondo. La zona franca completa questi privilegi.
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