In collaborazione con l'Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese
Roma, 12 feb. - Per gentile concessione dell'editore Anteo, pubblichiamo un estratto del volume "Tibet, crocevia tra passato e futuro" di Marco Costa.
TIBET, CROCEVIA TRA PASSATO E FUTURO
Storia, Sviluppo e Potenzialità della Regione Autonoma Cinese
Marco Costa
Anteo, 2014
€ 12,75
All'interno del volume capitoli a cura di Andrea Fais, Marco Scarinci, Andrea Turi, Stefano Vernole.
Estratto dal Cap. 2 (pp. 47-49)
Con la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, la questione tibetana assume nuove implicazioni. La liberazione del popolo tibetano dalle catene della schiavitù feudale, la partecipazione della minoranza nazionale tibetana nel pieno rispetto dei suoi costumi e tradizioni allo sviluppo della società socialista nella Cina di Mao, poteva essere un fatto compiuto in breve tempo; all’Esercito Popolare sarebbero bastati pochi giorni nel 1950 per spazzare via dal potere il governo teocratico-feudale tibetano e il pugno di nobili e ecclesiastici che opprimevano la popolazione, quella parte cioè dei circa 60.000 componenti la classe superiore che sfruttava i restanti 1,2 milioni di tibetani tenuti in condizioni di schiavitù manifesta. Come bastava un semplice ordine affinché il Dalai Lama fosse arrestato nel suo palazzo, il Norbou Linka, per impedirne la fuga in India. Il nuovo governo popolare centrale poteva prendere sotto il suo controllo non solo le questioni di politica estera e non lasciare intatto il sistema politico e sociale, l’esercito e la moneta, in attesa che il governo locale e il popolo tibetano decidessero da soli i tempi e i modi delle riforme. Tutto ciò non avvenne. L’Esercito Popolare non si è comportatò in Tibet come un esercito occupante, ma scelse di rimanere autosufficiente e autonomo per non pesare sulla popolazione; non represse o arrestò gli elementi conservatori (che avevano collaborato con le potenze straniere imperialiste), che pure dal 1951 al 1959 avevano organizzato bande armate e compiuto violenze in varie parti della regione, lasciando il compito al governo locale nonostante che nella sua maggioranza fosse il centro interno della controrivoluzione; non attaccò mai le forze locali ostili, ma solo reagito una volta aggredito nella insurrezione controrivoluzionaria del 1959. Il governo centrale aveva infatti sottoscritto e mantenuto accordi affinché la trasformazione politica ed economica del Tibet avvenisse gradualmente e soprattutto col pieno consenso e la cooperazione degli strati superiori del clero tibetano. L’Accordo in 17 punti per la liberazione pacifica del Tibet sottoscritto dal governo centrale e quello locale il 23 maggio 1951 tracciava questa linea. Nelle parti riguardanti la riorganizzazione dell’esercito e le riforme ancora nel 1959, dopo otto anni, era al punto di partenza per il boicottaggio dei separatisti tibetani, eppure il governo popolare centrale aveva concesso altri anni di tempo affinché maturassero le condizioni per una sua piena applicazione. Ciò rispondeva alla lungimirante e corretta politica del governo popolare centrale, della Cina socialista guidata da Mao, verso le minoranze nazionali, applicata alla specifica situazione del Tibet, per far sì che il popolo tibetano e la regione autonoma del Tibet occupassero degnamente il loro posto nella Repubblica Popolare, secondo tutte le tutele previste per le minoranze nazionali. La storia della liberazione pacifica del Tibet parla da sola. Va ricordato che dal XIII secolo almeno, gli avvicendamenti e la sovrapposizione tra potere religioso e potere temporale nel Tibet ricalcavano ancora i medesimi schemi. La struttura politica e religiosa del Tibet fu determinata gradualmente dai successivi governi imperiali. Nel 1275 l’imperatore Kubilai Khan (dinastia Yuan) conferì al capo della setta buddhista di Sakyapa il titolo di referente per l’impero unificando il potere temporale e spirituale nella figura del Dalai Lama. Alle successive cerimonie di investitura dei nuovi Dalai, compreso l’ultimo il XIV, saranno sempre presenti inviati del governo centrale. I cambiamenti delle dinastie reggenti in Cina non portano modifiche alla struttura di potere tibetana. La nuova dinastia imperiale dei Qing, conferma il potere del Dalai nel 1653.Il governo locale (kacha) era definito come compiti, struttura e funzioni come organo amministrativo, composto da 4 kaloons, dignitari d’alto rango inferiori solo al reggente che rispondeva al Dalai Lama. La struttura sociale di tipo feudale che vedeva sul gradino più alto poche centinaia di famiglie di nobili, gli alti ecclesiasti e i membri del governo possedere tutte le ricchezze della regione si manterrà sostanzialmente fino al 1959.
12 febbraio 2014
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