Pechino ha bisogno di riordinare lo sviluppo
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Pechino ha bisogno di riordinare lo sviluppo

Pechino ha bisogno di riordinare lo sviluppo

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La Cina deve cambiare. Sembra un'affermazione paradossale visto che l'ex impero di mezzo è ormai la seconda economia del pianeta - entro il 2020 potrebbe diventare la prima -, crea ogni undici settimane l'equivalente dell'economia greca, produce più del 20% dell'output industriale del globo e ha visto crescere nel recente passato gli investimenti in R&S a un ritmo del 20% annuo.
Tale cambiamento non è tanto necessario perché la Cina sta rallentando il suo ritmo vertiginoso di crescita, quanto piuttosto perché il Dragone sta diventando un Paese molto complesso: il tutto con l'aggravante delle enormi dimensioni del suo territorio e della sua popolazione.
Se prima erano le rimostranze delle minoranze etniche a creare i maggiori grattacapi al Partito, oggi si registrano evidenti criticità a livello economico e sociale. Si sono, in particolare, inceppati alcuni meccanismi, che hanno storicamente rappresentato il volano dell'economia cinese. È inesorabile il calo dell'export, che sotto l'effetto della crisi sta creando i presupposti per l'affermazione di un deficit duraturo della bilancia commerciale, sono in costante e repentino calo i valori immobiliari, il mercato delle automobili - fino a pochi mesi fa vera terra promessa degli assemblatori occidentali - si sta lentamente assestando verso tassi di crescita molto contenuti.
Più preoccupante è la situazione da un punto di vista sociale: per due motivi. Da un lato, è ormai diventato troppo grande il divario reddituale tra costa orientale e zone interne della Cina, tra città e campagne, tra immigrati nei nuclei urbani e popolazione residente. Dall'altro, l'Accademia delle Scienze ha per la prima volta registrato che anche gli abitanti delle città esprimono un sentiment negativo per il loro futuro.
La Cina insomma è cresciuta moltissimo, molte persone sono uscite dalla soglia della povertà ma lo sviluppo si è rivelato non bilanciato. Anche per il Dragone, la crisi del 2008 ha giocato un ruolo cruciale: in questo caso, non tanto da un punto di vista economico - lo stimolo di 560 miliardi di dollari varato da Hu Jintao ha, in fondo, funzionato bene e subito - quanto piuttosto da un punto di vista politico. Con la crisi (degli Stati Uniti e dell'Europa), è venuta meno la credibilità del modello dell'Occidente e tutti gli sforzi del Politburo per emulare il percorso delle economie occidentali si sono improvvisamente fermati.
Oggi però diviene più che mai indispensabile che il Partito intraprenda con decisione la via del cambiamento. Serve la stessa coesione a livello politico e lungimiranza, che è stata alla base dell'inarrestabile percorso di crescita economica, oggi sotto gli occhi di tutti. Questa coesione, auspicata, deve introdurre una nuova discontinuità: verso un modello di Cina più aperto. È necessario che si cambi registro sul fronte finanziario e valutario; in particolare, se la piena convertibilità del renminbi appare un percorso quasi obbligato per liberare l'enorme mercato dei capitali cinesi, è altrettanto rilevante la riforma del sistema di fissazione dei tassi di interesse (su depositi e prestiti): oggi fissati dal Governo sono una delle principali cause della ridotta propensione al consumo dei cinesi. È inoltre quanto mai opportuno che il Pil cinese non sia troppo dipendente dalle imprese di stato e venga invece liberata l'energia creativa delle imprese private: l'innovazione - sancita come obiettivo chiave del XII Piano quinquennale - non può avvenire solo attraverso campioni nazionali; è opportuno, se non necessario, lasciare ampio spazio alla sperimentazione in grado di generare innovazione radicale, quell'innovazione indispensabile per invertire un trend, altrimenti incontrovertibile, di ritorno delle industrie occidentali alle rispettive basi: se infatti la crescita attuale dei costi del lavoro sarà tale anche nei prossimi anni, è probabile che nel 2025 produrre negli Stati Uniti per il mercato locale avrà lo stesso costo di realizzare i medesimi beni nell'ex impero di mezzo. È, infine, fondamentale che si dia attuazione a un'architettura del welfare coerente con una società che, da un lato, sta invecchiando e, dall'altro, deve aumentare i propri livelli di consumo: la creazione di un sistema sanitario moderno e di un vero sistema pensionistico devono rappresentare priorità immediate.
Insomma, dopo l'economia socialista di mercato, è oggi necessario il varo di una "architettura di sviluppo sostenibile in salsa cinese". Ne ha bisogno il Politburo, lo necessita il mondo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

25/03/2012
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