di Piero Sinatti
Con Hua Guofeng scompare l'ultimo rappresentante della generazione dei rivoluzionari cinesi. È morto ieri all'età di 87 anni, longevo come la maggior parte dei "compagni d'arme" di Mao Zedong. Alla storia è passato soprattutto come il primo successore di Mao. Alla guida del Partito comunista cinese fu designato, tra la sorpresa generale, dallo stesso Mao sul letto di morte che in quella circostanza pronunciò una frase rimasta celebre: «Se la causa del Partito è nelle tue mani, io sono tranquillo». Rimase poco nelle sue mani, dal 1976 al 1981.
Con la sua leadership si chiude il tormentato, cruento e rovinoso periodo della Rivoluzione culturale, l'ultima battaglia intrapresa da Mao nel 1966 per consolidare il suo vacillante potere e affermare al tempo stesso la sua linea politica utopica, autarchica ed egualitaria.
Nato nel 1921 nella provincia centrale dello Shanxi da una famiglia di contadini poveri, entrato nelle file dell'Armata comunista durante la Resistenza contro gli occupanti giapponesi, Hua combatte contro i nazionalisti del Kuomintang, rivelando doti di abile organizzatore.
A capo del Partito nello Hunan, la provincia natale di Mao, Hua vi dirige alla fine degli anni 50 la campagna del "Grande salto in avanti" per la costruzione delle Comuni del popolo, una sorta di collettivizzazione ultra-egualitaria che provocò decine di milioni di morti per carestia e fece vacillare il potere di Mao.
Subito dopo la morte di Mao, contraddicendo le volontà del defunto, che avrebbe voluto essere cremato, ordinò l'imbalsamazione della sua salma e la costruzione del grande mausoleo nella piazza Tienanmen, dove essa venne collocata per i grandi pellegrinaggi di massa.
Nella Rivoluzione culturale, Hua si schierò dalla parte di Mao, combattendo sia contro i "destri" (tra cui il futuro riformatore Deng Xiaoping) accusati da Mao di voler restaurare il capitalismo, sia contro gli "ultrasinistri" del movimento maoista delle Guardie rosse. Entrato nel Comitato centrale del Pcc nel 1969, quattro anni dopo entra nel Politburo.
Successivamente è nominato ministro della pubblica sicurezza nel Governo di Zhu Enlai. Il Paese e il Partito vivono un periodo di grande incertezza, di scontro tra le diverse fazioni, di crisi economica. Alla morte di Zhou, nel gennaio 1976, Hua assume la carica di primo ministro. Si scontrano le fazioni di "sinistra", rappresentata dalla famigerata "Banda dei quattro" (guidata da tre ideologi di Shanghai e dalla moglie di Mao Jiang Qing), con quelle "di destra" con a capo Deng Xiaoping. L'ago della bilancia è ormai spostato dalla parte dei "destri", in un Paese stanco della miseria e delle violenze. Harry Wu, il maggior memorialista del Gualg cinese, il Lao Gai, racconta in un suo libro esemplare (Bitter Winds del 1994), che il premierato di Hua coincide con il miglioramento delle condizioni di vita nel campo di lavoro coatto.
Hua ha avuto il merito (o l'astuzia) di schierarsi contro la Banda dei quattro e di ordinarne l'arresto, vedova di Mao compresa. Il gioco della alleanze lo fa schierare con l'antico avversario (e vittima) di Mao: Deng Xiaoping. Tra il 1976 e l'anno successivo si rafforza l'influenza di quest'ultimo nel Partito. Inizia la politica delle riforme: si introducono i primi rapporti di mercato nella campagne. Si autorizza e legittima il principio del profitto. Da qui muove la strategia che trasformerà la Cina: è la fase iniziale dell'accumulazione. Per dare stabilità e un (relativo) benessere a un Paese stremato dallo sperimentalismo ideologico di Mao. Il merito di Hua è quello di aver consentito (volente o nolente) il rafforzamento di Deng, i cui seguaci conquistano posizioni chiave nel partito-Stato. Hua resterà (fino alla sua uscita dal Comitato centrale nel 2002) un convinto sostenitore della teoria che «il pensiero di Mao è sempre stato corretto».
21/08/2008