Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Monaci picchiati dalla polizia. Saccheggi, negozi e auto dati alle fiamme. Gas lacrimogeni. Monasteri assediati dalla polizia. Colpi di arma fuoco. Almeno due morti, tanti feriti. Notizie frammentate, testimonianze raccolte per telefono: è l'ambasciata americana a riferire degli spari sui manifestanti, altri turisti raccontano di una città sotto assedio, chiusa agli stranieri. L'agenzia ufficiale cinese Xinhua, Nuova Cina, parla di feriti gravi tra i poliziotti, e di una situazione tornata sotto controllo nelle prime ore del sabato. Lhasa ha vissuto così il suo giorno più lungo del nuovo millennio.
Il Tibet si ribella contro la Cina che - sostengono i tibetani - l'ha occupato militarmente, politicamente, culturalmente per sessanta lunghi anni. Non è la prima volta che accade. L'ultima fu alla fine degli anni '80. All'epoca ad accendere la scintilla della protesta popolare fu un'escalation di incidenti. Tra questi, una doppia richiesta del Dalai Lama al Governo cinese: concessione di uno statuto autonomo speciale sul modello di quello già definito per Hong Kong, e demilitarizzazione della Provincia. Pechino bollò la proposta come indecente. I tibetani scesero nelle strade per sostenere il loro capo spirituale. L'Esercito di liberazione popolare (lo stesso che nel 1950 aveva giustappunto "liberato" il Tibet da non si sa bene quale invasore) soffocò la protesta nel sangue.
Oggi ad accendere la stessa scintilla non è il Dalai Lama (che dalle prime, sommarie ricostruzioni dei fatti sembrerebbe non avere un ruolo diretto nella crisi scoppiata lunedì scorso a Lhasa, malgrado le accuse del Governo cinese che considera responsabile «la sua cricca»), ma le Olimpiadi di Pechino. A cinque mesi dal fischio d'inizio dei Giochi, i movimenti internazionali per i diritti umani hanno già iniziato a suonare la grancassa. Il Governo cinese ha protestato energicamente, parlando di «offensiva ideologica», e sostenendo che la politicizzazione delle Olimpiadi è contro lo spirito di Pierre De Coubertin.
Tuttavia, l'indignazione della nomenklatura cinese non impedirà a tutti coloro che a vario titolo nell'ultimo mezzo secolo sono stati vessati dal regime (minoranze etniche, religiosi, giornalisti, liberi pensatori) di fare sentire la loro voce. E di trovare l'opinione pubblica internazionale pronta ad ascoltarla, come dimostrano le recenti dimissioni di Steven Spielberg da direttore artistico delle Olimpiadi per il tacito sostegno offerto dalla Cina ai massacri del regime sudanese nel Darfur.
Per i tibetani è un'occasione preziosa, unica e imperdibile per sostenere la loro causa. Una causa che, grazie all'opera politica svolta dal Dalai Lama durante il suo mezzo secolo di esilio, oggi conta centinaia di milioni di simpatizzanti nel mondo. Quale momento più propizio per utilizzare questo enorme patrimonio di consensi internazionali?
Il ragionamento non fa una grinza. E spiega come e perché nelle ultime ore prima i monaci, poi migliaia di tibetani comuni, abbiano trovato il coraggio di sfidare Pechino e andare allo scontro fisico con la polizia cinese.
Peccato, però, che l'avversario non si lasci intimorire. Le cronache dimostrano che in Cina, nonostante le Olimpiadi prossime venture, negli ultimi mesi la situazione dei diritti umani è perfino peggiorata rispetto al passato. Gli attivisti continuano a marcire nelle carceri, la stampa resta imbavagliata e l'informazione non circola liberamente (ieri le cronache dal Tibet dei telegiornali stranieri sono state oscurate a singhiozzo).
Può sembrare un paradosso, ma l'avvicinarsi dei Giochi sta producendo un effetto esattamente opposto a quello sperato: per Pechino ogni scusa è buona per stroncare sul nascere qualsiasi iniziativa destinata a turbare la "società armoniosa" teorizzata dal presidente, Hu Jintao. Il Tibet - come Taiwan, lo Xinjiang e qualsiasi altra Provincia del vecchio Impero - fa parte dello Stato cinese. L'integrità territoriale del Paese non si discute. Tanto meno con chi scende in piazza a protestare.
Con queste premesse, la rivolta dei monaci di Lhasa non sembra avere alcuna prospettiva di successo. Forse è per questo motivo che ieri sera, mentre alcuni testimoni nella capitale tibetana parlavano di legge marziale, un politico esperto e navigato come il Dalai Lama ha deciso di invitare la sua gente alla moderazione. Lanciando però un ennesimo appello alle autorità cinesi, «affinchè smettano di usare la forza e indirizzino il risentimento a lungo covato dal popolo tibetano verso il dialogo con il popolo tibetano stesso».
lucavin@attglobal.net
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Il commento
TERRA DI CONQUISTA
Monarchia indipendente fin dal 7° secolo e poi regime teocratico accentrato nella figura del Dalai Lama, dal 13° secolo il Tibet ha alternato anni di autonomia ad anni di dominazione. Nel 18° secolo la Cina impose il suo protettorato sul Tibet, che cercava di stabilire relazioni sempre più strette con la Gran Bretagna per affrancarsi da Pechino. Ma nel 1907 Londra e Mosca decisero che qualsiasi commercio con il Tibet avrebbe dovuto avere l'avallo di Pechino, che nel 1910 ne approfittò per invadere militarmente il Paese. Nel 1911 i cinesi si ritirarono, e il Tibet rimase nazione sostanzialmente indipendente fino al 1949
L'invasione del 1950
Nel 1949 Mao proclamò la fondazione della Repubblica popolare cinese. Nel 1950 i cinesi invasero il Tibet, soffocando nel sangue nel '59 una rivolta e costringendo alla fuga il Dalai Lama. Migliaia di tibetani furono massacrati, altri presero la via dell'esilio. Fonti indipendenti stimano in un milione e 200mila i morti tra il 1950 e il 1990. Più del 90% dei monasteri vennero distrutti tra il 1965 e il '68: di 6.200, nel 1970 ne rimanevano 10. Nel 1989, poco prima dei fatti di piazza Tienanmen, scoppia una rivolta: Pechino impone la legge marziale a Lhasa. Responsabile del giro di vite è Hu Jintao, attuale presidente cinese e in quegli anni responsabile del Partito in Tibet
Investimenti e discriminazione
L'immigrazione crescente di cinesi di etnia Han in Tibet, attirati dalle possibilità di lavoro e dagli incentivi del Governo centrale, ha trasformato il Paese, lasciando ai margini l'identità culturale dei tibetani e i tibetani stessi, che vengono discriminati sul fronte degli impieghi e dei salari. Allo stesso tempo il Governo di Pechino ha investito in quella che dal 1965 è la Regione autonoma tibetana miliardi di dollari, migliorando le infrastrutture in una società da sempre molto isolata e arretrata rispetto al resto del mondo. Secondo le statistiche cinesi, il Prodotto interno lordo del Tibet nel 2003 era cresciuto di 28 volte rispetto al 1978
In treno sul tetto del mondo
Secondo i tibetani però, a beneficiare della crescita sono soprattutto gli immigrati cinesi, che dominano l'economia. Il 3 luglio 2006 è stato inaugurato il primo collegamento ferroviario tra Pechino e Lhasa, uno dei segni più importanti del cambiamento. A 4.000 metri di altezza, la ferrovia è destinata ad aumentare sensibilmente gli scambi ma le dichiarazioni rese dall'ex presidente cinese Jiang Zemin nel 2001 chiariscono che l'investimento non è economico, ma politico: «Mi consigliano di non portare avanti questo progetto, commercialmente poco razionale. Ma questa è una decisione politica, ne faremo un successo a tutti i costi»
15/03/2008