La scelta dell'attuale governo cinese di espandere il ruolo economico e strategico di Pechino in Africa e' destinata a modificare molti degli equilibri di potenza futuri.
La questione e' stata approfonditamente trattata in un rapporto intitolato "La Cina in Africa", di Giancarlo Elia Valori, docente ed economista a respiro internazionale, uno dei piu' qualificati conoscitori delle dinamiche economiche, politiche e sociali a livello mondiale.
Il progetto di Pechino va avanti dalla fine della guerra fredda e consiste nel creare una globalizzazione che favorisca la proiezione di influenza della Cina.
La logica della sua espansione in Africa è dettata dal desiderio di assicurarsi un accesso privilegiato alle fonti energetiche e alle materie prime.
Dal 2000, anno del primo Forum di Cooperazione Cina-Africa, l'interscambio fra i due paesi ha continuato a crescere fino a raggiungere i 18,545 miliardi di dollari alla fine del 2003.
Le iniziative di formazione in Cina per operatori, tecnici ed insegnanti africani, e quelle contro l'AIDS, contribuiscono a dare un'immagine positiva di Pechino in tutto il continente subsahariano.
Anche per quanto riguarda la questione di Taiwan, la politica africana cinese da un lato chiude lo spazio internazionale per l'espansione dell'economia dell'isola, dall'altro chiede ai Paesi africani di non riconoscere il governo di Taipei in cambio di sostegno economico.
Sul piano petrolifero, che funge come indicatore dell'importanza geopolitica del nesso Cina-Africa, nel 2006 l'Africa ha raggiunto 1/3 delle importazioni totali nette di petrolio della Cina.
Pechino ha investito risorse nel petrolio sudanese e controlla il 40% delle attivita' petrolifere.
Fin dal 2004, anno della firma del primo contratto di vendita di petrolio gabonese alla Cina, sono stati stipulati con la Nigeria e diversi paesi africani accordi per l'estrazione e l'importazione di petrolio con la partecipazione delle maggiori compagnie petrolifere cinesi.
Oggi un quarto delle importazioni petrolifere cinesi proviene dall'Algeria, dall'Angola, dal Chad, dal Sudan, dalla Nigeria, dal Gabon e dalla Guinea Equatoriale.
L'Africa costituisce il mercato giusto per differenziare le importazioni petrolifere della Cina, che dal 2004 e' diventata secondo importatore netto di petrolio dopo gli Stati Uniti.
Le societa' cinesi presenti in Africa investono quindi in infrastrutture, linee petrolifere, ospedali, fabbriche, in un contesto in cui non rischiano di essere ristrette da norme sulle ONG, da sanzioni o limiti di carattere pubblicitario o di propaganda commerciale "nemica".
Per cio' che riguarda invece la logica dell'equilibrio commerciale della Cina con l'Africa, Pechino acquisisce notevoli vantaggi in aree nelle quali l'Occidente e la Federazione Russa operano con notevoli difficolta'.
Dal 2004 gli scambi tra Cina e Africa sono cresciuti fino a raggiungere, nel 2005, il valore di 40 miliardi di dollari per le importazioni cinesi dall'Africa.
I paesi africani sono il mercato di riferimento ideale per i beni cinesi a basso costo e rappresentano anche l'ambiente ideale per permettere alle aziende cinesi di competere efficacemente con le industrie e le societa' occidentali.
Il governo di Pechino nel commercio vuole favorire la penetrazione dei beni africani nel suo mercato nazionale, con una politica duty free dai paesi piu' poveri e una serie di Free Trade Agreements con i vari paesi Africani.
I 23.000 commercianti cinesi presenti nel Continente Nero importano manufatti cinesi, per la maggior parte utensili meccanici, casalinghi, piccoli elettrodomestici, tessuti e abiti, prezzati in modo specifico per il mercato africano, guadagnando sull'eliminazione dei classici intermediari, come grossisti e distributori.
La Cina punta a focalizzare la penetrazione nei cinque paesi con il maggior potere di acquisto medio rispetto alle altre aree africane, il Sudafrica, la Nigeria, l'Egitto, il Marocco e l'Algeria.
La conseguenza e' la distruzione del potenziale produttivo del settore tessile in Africa, mentre la crescita dell'export cinese in Usa influisce negativamente sul piccolo boom delle esportazioni africane in questo settore, che interessava soprattutto gli Stati Uniti.
Sul piano della finanza industriale, la Standard Chartered Bank ha lanciato il 6 dicembre 2006 il "corridoio di scambio Cina-Africa" per offrire supporto alla piccole e medie imprese africane e cinesi che decidano di operare all'estero.
Pechino e' interessata a coltivare le relazioni con i Paesi piu' marginali del continente africano, quelli nei quali gli occidentali non entrano piu' se non per gli aiuti umanitari e sanitari alla popolazione.
La Cina dal 1998 importa anche notevoli quantita' di legname dal Camerun, dal Congo, dalla Guinea Equatoriale, dal Gabon e dalla Liberia, mentre Paesi africani esportatori di cotone stanno aumentando le loro quote di esportazione di cotone verso la Cina, che ha necessita' di espandere le sue proprie coltivate.
Inoltre la Cina ha da sempre esportato armi in Africa. Nell'arco di tempo tra il 2000 e il 2004 il valore delle transazioni di armi cinesi in Africa ha raggiunto il totale di 500 milioni di dollari.
Circa 750 aziende cinesi oggi operano in Africa. Quelle statali investono soprattutto in operazioni dirette all'import, ovvero petrolio, minerali, aree di pesca, legname, metalli preziosi e infrastrutture, cioe' in tutti i settori trascurati dall'Occidente perche' non interessanti sul piano del profitto medio.
La classe dirigente cinese afferma implicitamente che l'Africa, sul piano macroeconomico, si trova in una fase positiva di lungo periodo: in primo luogo molti paesi africani si sono dotati di misure capaci di sostenere le privatizzazioni e aprire l'Africa al commercio internazionale; in secondo luogo i produttori cinesi ritengono che i loro beni di prima e seconda industrializzazione siano adatti al mercato africano, ancora segmentato e manipolato sul piano simbolico, in quanto poco costosi e di massa.
Sullo sfondo di questa penetrazione economica e politica vi e' uno status duale della Cina contemporanea, che da un lato e' un Paese con un piede nel mondo in Via di Sviluppo, dall'altro fa gia' parte del mondo sviluppato e siede nel Consiglio di sicurezza dell'ONU.
Oggi quello cui punta la Cina e' costruire un "terzo polo" strategico ed economico, in cui lei stessa sia la potenza globale di riferimento, e che sconfigga i progetti di globalizzazione economica delle vecchie potenze eurasiatiche.