La prospettiva africana sullo sviluppo sostenibile

Il futuro del continente dipende dalla lotta ai cambiamenti climatici, ma non solo. Il progetto CIVICS per aggiornare l’economia dell’Africa ai nuovi standard mondiali

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JEKESAI NJIKIZANA / AFP
Africa

Il messaggio di Belay Begashaw, direttore generale del Sustainable Development Goals Center for Africa, lanciato nel corso della suo intervento a Milano a Palazzo delle Stelline lo scorso 11 luglio, in occasione della Lecture organizzata dalla Fondazione Eni Enrico Mattei, è chiaro e parla di adattamento per l’Africa più che di mitigazione nella sfida al riscaldamento globale. La partita sarà in gran parte giocata sulla capacità dei Paesi e delle singole comunità di adattarsi ai cambiamenti che interverranno invece che sulla riduzione delle emissioni di gas serra. Per farlo occorre però rivedere le strategie messe in campo fino a oggi in ambito internazionale e puntare su una serie di azioni a partire dalle esigenze dei singoli territori e dei loro cittadini.

Quello di Milano è stato il terzo evento nell’ambito di una serie di Lecture che la Fondazione Eni Enrico Mattei sta promuovendo per il 2019 sull’Africa nella sua sede di Milano. Il merito di questa serie di appuntamenti è quello di dare voce all’Africa attraverso eminenti personalità africane in grado di proporre una visione alta e composita delle dinamiche che oggi caratterizzano il continente e delineare possibili futuri scenari sui temi dello sviluppo, della sostenibilità e della lotta ai cambiamenti climatici.

“La Lecture ha offerto degli spunti di approfondimento molto interessanti che condivido pienamente. Molto spesso il mondo occidentale è portatore di una visione dell’Africa molto diversa da quella che hanno gli africani e Begashaw su questo è stato molto chiaro” ha spiegato Emanuela Colombo, coordinatrice scientifica del programma di ricerca della Fondazione Eni Enrico Mattei "Africa: Research, Empowerment, Partnership - REP" e tra le organizzatrici dell’evento milanese.

Il problema climate change per gli africani

Il tema di discussione è stato quello degli interventi e delle strategie per la lotta al climate change e a favore dello sviluppo sostenibile. “Ovviamente anche agli africani interessa questo argomento, ma non esattamente nei termini in cui siamo abituati a discuterne noi in Europa – ha spiegato Emanuela Colombo, che è anche professore ordinario di Fisica Tecnica Industriale presso il Politecnico di Milano – ed è molto importante comprendere e ascoltare il loro punto di vista. Il climate change e la lotta alle emissioni di gas serra non sono una priorità per l’Africa così come lo sono per noi occidentali. Intanto perché non sono loro i principali responsabili delle emissioni di CO2 e poi perché le priorità sono altre: lotta alla fame, alla povertà, migliore accesso ai servizi idrici. La lotta ai cambiamenti climatici diventa importante nel momento in cui aiuta a contrastare gli effetti sul territorio che rischiano di rendere ancora più fragile il raggiungimento della sostenibilità”.

“In Africa – ha raccontato Belay Begashaw – il numero di catastrofi continua ad aumentare dagli anni '70; queste catastrofi sono principalmente il risultato di siccità, inondazioni ed epidemie e possono anche aumentare di frequenza ed entità a causa dei cambiamenti climatici. Molte comunità africane dipendono per la loro sussistenza dal settore primario. 

I cambiamenti delle temperature e delle precipitazioni influenzano la produzione e la produttività delle colture agricole e degli animali e causano grande sofferenza al popolo africano, più che in qualsiasi altra regione del mondo. Secondo la FAO, nel 2017, 32 milioni di persone in 20 Paesi africani hanno subito crisi alimentari causate da shock climatici. La vita di milioni di persone in Africa è a rischio con l’aumento delle temperature; la distruzione delle colture a causa di insetti infestanti, forti siccità e conflitti in Nigeria, Somalia e Sud Sudan hanno causato un aumento dell'insicurezza alimentare. Le popolazioni africane hanno contribuito molto poco alle emissioni di gas serra, ma hanno invece molto sofferto gli impatti climatici”.

Questo perché il cambiamento climatico aumenta la vulnerabilità di diversi settori, principalmente l’agricoltura, ma anche altri settori interconnessi come la salute, l’accesso ai servizi idrici integrati, la disponibilità di energia, le infrastrutture, la disponibilità di terre e la conservazione della biodiversità. “La popolazione africana – spiega Begashaw – dipende molto dal clima. Diventa quindi urgente mettere in atto delle misure di adattamento a breve e medio termine seguite da strategie di mitigazione a più lungo termine”.

Questa necessità non viene però percepita con la stessa urgenza fuori dal continente africano. “A livello globale sono stati stanziati maggiori finanziamenti per la mitigazione, ma anche quelli minori per l'adattamento non fluiscono come previsto. Per esempio, solo il 25% dei programmi di finanziamento approvati e lanciati da iniziative a sostegno del clima a partire dal 2003 sono finalizzati all'adattamento. Inoltre, i primi venti destinatari dei finanziamenti per l'adattamento hanno ricevuto il 48% dell'importo totale stanziato e approvato, rispetto al 75% ricevuto dai primi venti destinatari dei finanziamenti per la mitigazione”.

Un fondo “verde” per finanziare il cambiamento

“Il fondo verde per il clima è una delle principali fonti di sovvenzione per le strategie di adattamento. Quest'anno ha erogato il maggiore volume di finanziamenti per l'adattamento con 400 milioni di dollari. Nel 2017 l’importo totale stanziato per l'adattamento dai principali fondi per il clima è stato di 3,9 miliardi di dollari. Si stima che alla data attuale le risorse finanziarie necessarie per supportare i paesi africani nell’adattamento ai cambiamenti climatici siano pari a circa 20-30 miliardi di dollari all'anno”, ha aggiunto Begashaw. Per comprendere le preoccupazioni dei leader africani basta pensare che il 95% dell’agricoltura in Africa fa affidamento sull’acqua piovana. Sono tuttavia proprio le precipitazioni quelle che potrebbero risentire maggiormente del climate change.

“L'agricoltura – prosegue Begashaw – rimane il settore più importante nella maggior parte delle economie africane, rappresentando il 15% del PIL totale e impiegando oltre la metà della popolazione. La maggioranza dei terreni agricoli è spesso di proprietà comunale ed è gestita, senza un mandato chiaramente definito, da piccoli agricoltori che lavorano per la propria sussistenza e con scarsi margini d’investimento per rendere le coltivazioni meno vulnerabili agli impatti climatici. I consumatori urbani a basso reddito, che ne spendono la metà in generi alimentari, saranno anch'essi colpiti dalle perdite agricole essendo costretti a spendere di più in importazioni costose”. Non solo un problema che riguarda l’agricoltura, ma che riguarda anche altri settori: per esempio quello legato all’energia. “In Africa vi è una forte dipendenza dalle centrali idroelettriche, che sono state colpite da eventi estremi come siccità e inondazioni con l’interruzione delle forniture di energia elettrica”.

A rischio sono anche altri aspetti come la salute minacciata sia dalla crisi alimentare che dalla diffusione di agenti patogeni. “Esistono numerose azioni da intraprendere per l’adattamento al cambiamento climatico”, secondo Begashaw: “Innanzitutto è necessaria una comprensione più chiara dell’andamento del climate change in Africa. È necessario quindi apportare miglioramenti al monitoraggio dei modelli meteorologici e climatici e, nel settore agricolo, tutte le strategie di adattamento devono essere sviluppate in linea con le prospettive di trasformazione a lungo termine. Altri settori, tra cui energia e salute, dovranno integrare i cambiamenti climatici nella loro pianificazione e prepararsi a condizioni avverse. Inoltre occorre sviluppare partenariati con istituti finanziari per garantire finanziamenti a lungo termine per le misure di adattamento ai cambiamenti climatici e facilitare la diffusione e l’accessibilità dei dati climatici da utilizzare nella ricerca scientifica, l’implementazione di strategie di protezione dell’agricoltura, come l'irrigazione supplementare e salvavita per i piccoli agricoltori, la costruzione di infrastrutture di fornitura affidabili per la distribuzione di fertilizzanti e varietà di semi resistenti alla siccità e la promozione dell'assicurazione indicizzata delle piogge delle colture.”

Cambio di paradigma per l’Africa

“Serve fare anche molta ricerca in Africa per poter guidare le politiche con metodi e risultati efficaci. Il Centro SDGs di Begashaw rappresenta una vera eccellenza per il Continente ed è auspicabile che ne sorgano altri. Invece di far sì che gli africani si formino in Europa o negli Stati Uniti dovremmo creare scuole locali per favorire una nuova generazione di genius africani”, ha spiegato Emanuela Colombo che con la Fondazione Eni Enrico Mattei ha lanciato il progetto CIVICS per favorire un approccio dal basso per la messa in atto di programmi di adattamento ai cambiamenti climatici. “Tra le attività di ricerca della Fondazione Eni Enrico Mattei, l’approccio di CIVICS trova la sua massima espressione proprio nei concetti sopra menzionati. Con questo progetto – spiega Emanuela Colombo – la Fondazione Mattei è in grado di fornire supporto ai Paesi in via di sviluppo africani.

Tale sostegno si esprime come un framework che, come una bussola, direziona le scelte politiche di crescita in ambito sociale, ambientale ed economico (migliorando PIL, posti di lavoro, economia, etc.) e allineandole a obiettivi globali di riduzione degli impatti ambientali (CO2, gas effetto serra, ecc). Con questo disegno progettuale, la Fondazione Mattei dimostra come i concetti di ‘sviluppo’ e ‘sostenibilità’ possano procedere di pari passo anche nei Paesi in cui l’accesso all’energia e alla distribuzione equa della ricchezza sono ancora una forte problematica. Il framework è il risultato di un approccio integrato che vede alla base una ricerca scientifica sia teorica che sperimentale, portata avanti grazie a una forte cooperazione con enti locali africani, processi di capacity-building inclusivi, utilizzo di strumenti e software open source e creazione di modelli ripetibili, scalabili e condivisibili, al fine di promuovere a livello locale processi di crescita ed empowerment solidi e duraturi. La ricerca non è più ‘per loro’ ma ‘con loro’ e mira a cambiare la narrativa africana, facendo in modo che sia la voce stessa africana a farsi portatrice delle reali necessità del continente”.



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