Quanto costa al colosso cinese Zte esportare in Usa in tempi di dazi

L'accordo col governo di Washington passa per il pagamento di un deposito e di una multa. Queste le cifre

Quanto costa al colosso cinese Zte esportare in Usa in tempi di dazi
 Afp 
Zte 

Zte è salva. Il numero due delle telecomunicazioni cinese - colpito a fine aprile dall’amministrazione Trump con una tagliola di sanzioni - ha raggiunto un accordo con il governo degli Stati Uniti per la sospensione del bando alle forniture, che negli ultimi tre mesi aveva congelato il business dell’azienda cinese. Vola il titolo in Borsa: le azioni del colosso cinese hanno avuto un rialzo del 24% alla Borsa di Hong Kong, mentre hanno raggiunto il tetto di rialzo massimo giornaliero consentito alla Borsa di Shenzhen del 10%.  L’annuncio segna la fine – almeno per il momento – di uno dei capitoli più aspri della guerra commerciali tra le due maggiori economie del pianeta.

Quanto costa al colosso cinese Zte esportare in Usa in tempi di dazi
 ZTE 

Ci vorrà ancora un po' prima di cantar vittoria. Il bando sarà rimosso dopo il pagamento di un deposito da 400 milioni di dollari da parte di Zte, secondo quanto reso noto dal Dipartimento del Commercio di Washington.

Non solo. In base all'accordo raggiunto con gli Usa il 7 giugno, Zte deve pagare anche una multa di un miliardo di dollari e cambiare i vertici gestionali del gruppo.

Una volta rimosso il bando, Zte – che impiega 84 mila persone – potrà rimettersi in pista. La tregua arriva in coincidenza con la nuova rappresaglia americana che ha rinfocolato le tensioni commerciali tra Pechino e Washington. La Casa Bianca ha minacciato dazi del 10% su 200 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina. Il governo cinese ha prontamente risposto bollando come “totalmente inaccettabile” l’ennesima mossa protezionistica dell’amministrazione Trump.

Quanto costa al colosso cinese Zte esportare in Usa in tempi di dazi
 Cina Zte (afp)

Il bando di vendita di componenti al gruppo per sette anni era stato emesso ad aprile scorso sull'accusa di esportazioni illegali di tecnologia a Iran e Corea del Nord.

La prima vittima eccellente della guerra commerciale aveva annunciato a maggio di aver cessato “importanti attività operative” a causa del divieto settennale di vendita di tecnologia statunitense, lasciando "in stato di shock" il gruppo, come dichiarato dal suo presidente, Yin Yimin. Zte aveva tuttavia assicurato di avere ancora riserve liquide sufficienti per "attenersi strettamente ai suoi obblighi commerciali". Nessun contraccolpo - per dire - sui piani di espansione in Italia. 

A decidere la riabilitazione di Zte – osteggiata dalle frange intransigenti del Senato e al centro dei colloqui bilaterali sul commercio con l’agguerrito governo cinese - fu poi lo stesso Donald Trump che dopo il drammatico annuncio dei vertici cinesi aveva annunciato l’intenzione di riportare in affari il colosso della tecnologia. Trump su Twitter aveva anche aggiunto che "Cina e Stati Uniti stano lavorando bene sul commercio, ma i passati negoziati sono stati cosi' a senso unico a favore della Cina, e per così tanti anni, che e' difficile per loro fare un accordo che sia di beneficio a entrambi i Paesi", assicurando, poi, che "risolveremo tutto".

Così è stato per il colosso di Shenzhen, fino ad oggi al centro di una querelle che però non accenna a smorzarsi. E che sta già mietendo nuove vittime. 



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it