Nel 2018 già investiti 250 milioni in startup italiane. Le ragioni di un record inatteso

Meno investimenti, ma con più soldi. I primi sei mesi dell'anno segnano già più investimenti degli anni precedenti. Merito della raccolta a due cifre di startup già finanziate, di nuovi veicoli di investimento e più fiducia nel settore che comincia a maturare. Le opinioni di 5 operatori del settore

Nel 2018 già investiti 250 milioni in startup italiane. Le ragioni di un record inatteso
 (Agi)
I principali investimenti in startup nei primi sei mesi del 2018 

Comunque finirà, il 2018 è già l'anno record degli investimenti in startup in Italia: 250 milioni in sei mesi. Il parziale delle operazioni è già almeno il doppio rispetto a agli investimenti fatti dal 2010, anno in cui si è cominciato ad analizzare questo mercato, ad oggi. Finora infatti gli investimenti in startup sono rimasti sempre sostanzialmente bloccati intorno ai 100 milioni l'anno, con qualche eccezione dovuta a grosse operazioni fatte all'estero, come successe lo scorso anno

Una crescita che, secondo gli operatori del settore, ha almeno due ragioni: la prima è che la nascita di nuovi veicoli di venture capital da parte dei principali fondi italiani ha fatto affluire nuovi capitali nelle aziende, e con un taglio medio più alto. La seconda, correlata alla prima, è che siamo davanti ad una normale evoluzione di un mercato che in Italia è nato circa sei anni fa e che oggi, con i primi risultati dei fondi di investimento, può permettersi più fiducia e credibilità in fase di raccolta di capitali utili a nuovi investimenti. 

Il calcolo, fatto da AGI raccogliendo informazioni dai principali fondi italiani e comunicati ufficiali di società e sgr, tiene conto di tutte le startup fondate in Italia e le società che hanno ancora una sede nel nostro Paese ma che negli anni hanno trasferito il proprio quartier generale all'estero. Tutto lascia intendere che questo cambio di passo sia destinato a proseguire ancora nel 2018, che potrebbe chiudersi con il primo mezzo miliardo, o giù di lì, investito in startup. E, anche se l'Italia rimane la nazione con il mercato del venture business tra i meno sviluppati delle grandi nazioni europee, i dati sembrano incoraggianti. Il nostro paese ha cominciato a recuperare terreno, ma gli altri mercati europei restano lontani, con i 4 miliardi investiti in startup in Gran Bretagna, i 2,8 miliardi in Francia, i 2,4 in Germania, il miliardo in Spagna.

Le principali operazioni dei primi sei mesi del 2018 

Tornando ai dati, nei primi sei mesi del 2018 sono state ufficializzate 31 operazioni in startup italiane. Per la prima volta, ed è questo il dato che più spiega il cambio di passo, si è assistito ad un aumento consistente degli investimenti a doppia cifra. Otto di questi investimenti hanno tagli da 10, 20, 40 milioni di euro. E spesso si tratta di nuovi soldi da parte dei fondi che hanno finanziato startup su cui già avevano investito per permettere loro di continuare a crescere dopo il consolidamento.

Queste startup più mature, che in Europa si è deciso di chiamare scaleup, oggi in Italia, secondo un report di Mind The Brige, sono 170. Tra le società finanziate nel 2018 il record spetta a MoneyFarm, nata a Milano sei anni fa ma adesso di base a Londra, che a maggio ha chiuso ottenuto un investimento di 46 milioni di euro con un aumento di capitale sottoscritto guidato dal gruppo Allianz e dalla società di venture capital italiana United Ventures. Subito dopo Cuebiq, azienda che è una evoluzione newyorkese di una startup fondata in Italia, Beintoo, ma adesso negli Usa, che ha raccolto 27 milioni.

Erydel, startup biotech milanese, ha raccolto 26 milioni. Medical Microinstrument, che produce a Pisa strumenti di microchirurgia robotica, ne ha raccolti 20, così come Coreview società milanese che ottimizza la gestione del pacchetto Office 365. Ma anche altre, come Brum Brum, rivenditore di auto online creato a Milano, che ha raccolto 10 milioni, così come Seco che lavora nella microelettronica e la media company milanese Freeda, e Depop, nata nell'incubatore di startup H-Farm di Treviso, oggi negli Stati Uniti.

A queste si aggiungono altre 21 operazioni più piccole, che vanno da 0,5 milioni a 7 milioni, 3 milioni investiti da un nuovo attore del panorama italiano delle startup, Boost Heroes, oltre ad una serie di operazioni in equity crowdfunding (circa 9 milioni) che completano il quadro.

Cosa ha determinato questa crescita degli investimenti in startup? 

Per gli operatori del venture capital italiano il 2018 potrebbe essere l'anno della svolta, ma qualcuno frena gli entusiasmi. I 250 milioni investiti in startup nei primi sei mesi dell'anno sono la prova che l'ecosistema ha cambiato passo.

Le ragioni sono da ricercare soprattutto in nuovi fondi di investimento attivi sul mercato, e di nuovi veicoli di società di venture capital già presenti da qualche anno. "È da folli pensare che tutto potesse succedere in qualche anno. Questo mercato ha bisogno di tempo. E oggi le cose cominciano cambiare", dice Mauro Pretolani, senior partner di Fondo italiano di investimento, società di gestione del risparmio al 43% partecipata da Cassa depositi e prestiti, che da novembre 2017 in Italia è attiva con il veicolo di venture capital FII Tech Growth

"È da folli pensare che tutto potesse succedere in qualche anno. Questo mercato ha bisogno di tempo. E oggi le cose cominciano cambiare"

Ad AGI spiega che questo è il momento per finanziare le startup ad alto potenziale di crescita con investimenti mirati. Sono due quelli che il suo fondo ha portato a termine in questi mesi: uno da 10 in Seco, società di Arezzo che produce computer miniaturizzati, l'altro da 13 milioni in Supermercato 24, piattaforma di consegna a domicilio della spesa nei supermercati. Ha investito in realtà già solide, per permetterne un'ulteriore crescita: "La vera partita delle startup italiane comincia adesso, gli investitori italiani hanno imparato dai primi fondi creati nel 2011 che cominciano a dare dei ritorni economici. Il sistema si è avviato, crescerà ancora".

Nuovi fondi di investimento e i primi risultati del lavoro fatto 6 anni fa

Tra i nuovi fondi delle società di venture capital italiani c'è UV2, secondo fondo di United Ventures, 120 milioni lanciato lo scorso dicembre, che è dietro operazioni come Moneyfarm e Brumbrum. Massimiliano Magrini, che lo guida insieme a Paolo Gesess, ad AGI conferma la tesi che "il mercato delle equity ha bisogno di consistenza e investimenti. Questi dati sono il frutto di quello che si è cominciato a fare 5 anni fa. E poi rispecchiano un trend globale. Nel mondo si sta cominciando a capire che investire in equity è il modo migliore per far crescere queste aziende digitali e le nuove imprese tecnologiche, e poi crescono i volumi degli investimenti".

E se in Italia la scala rimane inferiore rispetto ai miliardi di euro investiti nel resto d'Europa, il motivo, per Magrini, è che "In Italia si è partiti in ritardo". Ma comunque sembra si sia partiti. Della stessa idea Andrea Di Camillo, che a capo di uno dei nuovi veicoli operativi in Italia, il Programma 102 del fondo P101. Anche questo da 120 milioni. Di Camillo spiega ad AGI che il motivo della crescita è che "i fondi, pochissimi fino a qualche anno fa, oggi hanno maggiore credibilità, più numeri per convincere i sottoscrittori, e un numero maggiore di attori sul mercato in grado di supportare gli investimenti".

Il rischio è la risacca quando si esauriranno i nuovi veicoli, come nel 2017

Una normale evoluzione del mercato quindi, adesso che anche si è dimostrato che quello delle startup è un business, anche in Italia, e non una moda. "Certo è che bisognerà capire se questo trend continuerà", frena Di Camillo. "Questi dati sono sicuramente una buona notizia, ma sedersi su questi risultati sarebbe un errore. Bisogna partire di qui per creare una nuova consapevolezza a livello istituzionale, ma anche mediatico per fare in modo che si parli di startup con più consapevolezza". Insomma, per Di Camillo, dopo quest'ondata di finanza nelle casse delle startup è da scongiurare la risacca, ovvero quando anche i secondi veicoli finiranno rischiando di far cadere di nuovo il numero degli investimenti. È quello che è successo nel 2017, con i fondi alla fine del loro ciclo di investimento e nuovi veicoli ancora in fase di raccolta. 

Gli operatori sono tutti concordi: l'ecosistema dell'innovazione in Italia sta maturando. Gianluca Dettori, capo della sgr Primomiglio, sottolinea l'aspetto che in realtà, quello che è importante di questi dati, non è il valore assoluto, ma la velocità: "Stiamo prendendo un pò il ritmo. Ci sono nuovi fondi, nuovi attori e poi si è in un momento in cui sta maturando anche il dibattito su queste aziende. Un report di Mind the Bridge ha spiegato che l'85% delle aziende tecnologiche che sono cresciute sul mercato vive e cresce con i soldi del venture capital. Che è un pò come il vino, matura col tempo e vuole del tempo per diventare maturo.

Oggi, dopo 5 anni dai primi tentativi in Italia, il settore comincia a diventare interessante". "è un processo inevitabile, non poteva non riguardare l'Italia", spiega Augusto Coppola, direttore del programma di accelerazione di Luiss Enlabs. "Il segnale è incoraggiante, come è incoraggiante il fatto che aziende italiane abbiano cominciato ad attrarre investimenti stranieri". Certo, i dati raccontano di una biforcazione netta tra gli investimenti, perché rispetto agli anni precedenti non si sono visti molti investimenti di piccolo taglio, ma molti di taglio medio grande. In realtà, spiega Coppola, "è un trend globale. Ovunque si sta allargando la forbice. Il motivo per alcuni è che gli acceleratori e gli incubatori stanno sfornando molte più startup e la scelta da parte degli investitori si è fatta molto più selettiva".

Per segnalare round di investimento arcangelo.rociola@agi.it 
Twitter @arcangelorociola



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