Cosa è Qwant, l'anti-Google francese che ha convinto la Cina garantendo privacy e sicurezza

È un motore di ricerca nato nel 2013, finanziato dalla Cdp di Parigi e dall'Europa. Il suo algoritmo promette massima tutela dei dati di chi lo utilizza

Cosa è Qwant, l'anti-Google francese che ha convinto la Cina garantendo privacy e sicurezza
 (Afp)
 L'ex ministro dell'educazione francese Najat Vallaud Belkacem prova il motore di ricerca Qwant

La decisione delle autorità cinesi di bloccare Google anche per i residenti stranieri, aziende, studenti, insomma tutti quelli che risiedono anche temporaneamente nel Paese è stata sicuramente un duro colpo per Big G. Ma è stata accolta come una grande opportunità per un motore di ricerca francese, che dal 19 ottobre 2017 ha anche una sede in Italia. Si chiama Qwant, è nato nel 2013, è un progetto francese ma che col tempo ha assunto un profilo decisamente europeo. Continentale.

Si è presentato al mercato come l’anti-Google, senza timore che la sfida potesse sembrare ridicola o poco credibile. Adesso, proprio dalla Cina arriva la prima vera vittoria nei confronti del gigante californiano. Già, perché i 22 milioni di persone che in Cina non avranno più accesso al motore di ricerca più famoso al mondo, potranno invece usare Qwant, che a Pechino sta più che bene e che gli ha dato il via libera incondizionato.

La filosofia di Qwant, e come fa soldi

Perché? Semplice. Qwant - che si chiama così perché ha insieme la 'Q' che sta per la quantità di dati presente in rete, e 'want', volere, in inglese - ha fatto della sua filosofia un modello di business che è l’antitesi di Google: non traccia gli utenti quando fanno le ricerche, tutti i dati personali degli utenti rimangono in patria (in questo caso in Cina), ha fatto del rispetto dei diritti fondamentali delle persone e della privacy una bandiera.

Quando lo si usa per la prima volta, ti invita a condividere un messaggio che suona come una mission aziendale: "Perché accettare da un motore di ricerca quello che non accetteresti nella vita?". Il riferimento a Google e agli altri motori di ricerca è abbastanza esplicito. 

L’azienda assicura che i risultati non sono viziati dal pagamento di inserzioni o da conflitti di interesse, come invece è capitato a Google, stando almeno ai motivi della maxi multa inflittagli dalla Commissione europea per i risultati delle ricerche negli e-commerce.

“Noi non tracciamo gli utenti e non usiamo cookie” ha detto al Corriere della sera il co fondatore, presidente e primo azionista di Qwant Èric Léandri, parigino di 47 anni, che prima della fondazione della sua startup ha avuto una lunga carriera da manager per diverse internet company francesi. “Possiamo usare i risultati delle ricerche, ma senza legarli alle persone, pazienza se per questo dobbiamo sacrificare parte dei profitti”.

Qwant quindi non rinuncia del tutto al business dei big data, che è l’unica cosa che permette i ricavi dei motori di ricerca. Ma  non tracciando gli utenti impedire a chi vuole fare pubblicità di risultare tra le ricerche delle singole persone, che è una potente fonte di reddito per Google.

Perché accettare da un motore di ricerca quello che non accetteresti nella vita?

Nella pagina che spiega il funzionamento di Qwant, c’è scritto che la tutela della privacy degli utenti è garantita dal fatto che il suo algoritmo consente di dissociare l’indirizzo IP (la carta di identità di chi naviga in Internet) dalla ricerca stessa. In questo modo non viene raccolto alcun dato personale, rendendo la ricerca anonima.

Una vittoria del modello francese (ed europeo) per l'innovazione

Certo, quella tra Qwant e Google rimane la battaglia di Davide contro Golia. Secondo i dati Similarweb, sebbene Qwant stia crescendo, il numero di utenti mensili è di circa 52 milioni di persone, Google conta nello stesso periodo 2,2 miliardi. Per ora ha come principali finanziatori la Caisse de Dépots, la Cdp francese, che ha investito 15 milioni per il 20% delle azioni, e il restante 60% fa capo al gruppo dei fondatori, tra cui un italiano: Alberto Chalon, amministratore delegato della società. Mentre la Banca di investimento europea (Bei) nel 2015 ha concesso un prestito alla società di 25 milioni, convertibile nel 10% delle azioni.

Che dietro l’ascesa di questo progetto ci sia la Cdp francese, non è un caso. Fa parte di un altro tassello della strategia di Parigi per accreditarsi hub mondiale dell’innovazione. La Francia nel 2011 ha creato l'Ambition Numerique Fund, fondo di venture capital supportato da Caisse des depots et consignations e Bpifrance, banca pubblica di investimento. 300 milioni da investire in startup, grazie anche al programma La FrenchTech, una rete di 9 incubatori e acceleratori locali ad alto potenziale di crescita.

Due anni dopo ne sono stati mobilitati altri 300 milioni, e tra gli investimenti c’è anche quello in Qwant. In 5 anni, si legge sul sito della Cdp, hanno investito in 35 startup 150 milioni, supportato aziende che hanno creato 3mila posti di lavoro. 

L’Europa, altro finanziatore del progetto, conduce da anni una battaglia contro i big della Silicon Valley e in difesa dei dati e della privacy dei suoi cittadini. Con il commissario Margrethe Vestager in prima linea, che lo scorso anno ha multato Google per ostacolo della concorrenza sull’ecommerce per 2.42 miliardi di euro.

E al Web Summit di Lisbona lo scorso novembre ha annunciato che andrà avanti per evitare che operazioni di acquisizione da parte di aziende del tech portino nelle mani di pochi i dati di tutti. “A maggio daremo nuove regole alle aziende sull’uso dei dati. Vogliamo tutelare i dati dei nostri cittadini”, aveva detto in apertura della più importante conferenza europea sull’innovazione. L’interesse degli stati nazionali è alto. E le parole del commissario europeo ne sono una dimostrazione abbastanza evidente.

Qwant sembra per ora un bel progetto (va detto che il motore di ricerca funziona bene, ed è ordinato in maniera notevole nella distinzione tra ricerca web, news e social), e comincia a macinare le prime vittorie sul mercato. Una vittoria molto francese, ma anche un po’ europea. Un motore di ricerca che è già europeo, continentale, e sembra rispondere all’esigenza di trovare una propria via al digitale sentita con urgenza anche dall’Europa.

È vero, rimane sempre la storia di Davide contro Golia. Ma il mondo digitale ci ha abituati a non ritenere del tutto impossibile la sfida. In Italia, Soundreef e Siae sono un esempio di quello che può succedere. Qwant forse non sarà la nuova Google. Ma ha dimostrato che un nuovo modello è possibile. 

@arcangeloroc



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it