Venti giorni per evitare il cartellino rosso di Bruxelles sui conti pubblici

La procedura di infrazione è ancora solo minacciata, non ancora avviata. Tra Europa e Italia la resa dei conti ancora non c’è. Conti, soluzioni possibili e analisi secondo alcuni quotidiani

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EMMANUEL DUNAND / AFP 
Pierre Moscovici e Giovanni Tria

Cartellino giallo, non ancora rosso. Quest’ultimo arriverà il 26 giugno se non si corre ai ripari. La procedura di infrazione è pertanto solo minacciata, non ancora avviata. Tra Europa e Italia la resa dei conti ancora non c’è. Pur tuttavia i conti andranno fatti e c’è già chi prova a farli: Il Giornale, ad esempio, parla di “un salasso” di entità compresa tra i 65 e i 70 miliardi di euro. Sarebbe questo il costo della cosiddetta “ricetta europea” per correggere e rimettere in sesto in conti economici dell’Italia e tenere il deficit sotto controllo. Un percorso basato sull’aumentare le entrate e contenere le spese. Tre sarebbero invece i miliardi necessari per evitare la procedura secondo Libero, il preventivo più basso.

Nella sua edizione cartacea La Stampa di Torino, invece, segnala che per evitare la procedura di infrazione Ue “servono subito dieci miliardi”. “Più altri 20-30 miliardi da mettere in conto nella manovra di autunno”. Palazzo Chigi dice di “volere un accordo” e per questo "auspica un dialogo costrutti, ma al tempo stesso respinge l’idea di una manovra bis", si legge sul quotidiano sabaudo. Secondo la Repubblica, mentre il governo cerca di spargere ottimismo, in realtà si sta attrezzando per calare la scure dei tagli sulla Sanità.

“Nella bozza sul Patto per la salute, presentata ieri dal ministro della Sanità Giulia Grillo ai tecnici delle Regioni – si legge in un breve articolo dedicato all’andamento del deficit – all’articolo 1 è spuntata una strana postilla, quasi una clausola di salvaguardia. Lì si dice che gli aumenti del fondo sanitario promessi dalla legge di bilancio, previo accordo tra Stato e governatori - 2 miliardi in più nel 2020 e 1 miliardo e mezzo aggiuntivo nel 2021 - non sono così sicuri. Anzi, rischiano proprio di saltare, se fosse necessario per il ‘conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica’”.

I tempi per porre rimedio alla situazione contabile del Paese sono strettissimi, un mese. Poi il 9 luglio l’Italia potrebbe diventare il primo Paese a finire formalmente sotto procedura per debito. E per l’esecutivo gialloverde non resta molto tempo “per elaborare nuove concessioni come in dicembre scorso” annota Federico Fubini in un’analisi sul Corriere della Sera, “meno ancora adesso che i rapporti fra partiti e fra leader sono ben più logori di sei mesi fa”.

Aggiungendo: “Dev’essere anche per questo che alcuni fra gli investitori esteri tornano a chiedersi se il futuro dell’Italia sia davvero nell’euro. Ormai sul mercato i derivati che assicurano contro il rischio che il Paese passi a una nuova lira svalutata sono più ricercati – e sempre più costosi – rispetto a quelli che assicurano solo contro un’eventuale insolvenza. I titoli pubblici di Roma emessi in dollari, non convertibili in caso di Ital-exit, tornano a offrire rendimenti decisamente più bassi di quelli in euro proprio perché solo i primi proteggono chi li possiede dal rischio di vedersi rimborsare in lire. Se l’Italia oggi paga sulla Spagna un aggravio nel costo dell’indebitamento persino superiore a quanto pagava sulla Germania 13 mesi fa, è anche per questi timori di ‘exit’ che tornano a serpeggiare”.

In un’intervista a la Repubblica il il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis spiega la decisione dell’esecutivo comunitario che ora passa al vaglio dei governi europei e si dice disponibile al dialogo. E al quotidiano di Largo Fochetti dice anche che “l’approccio in politica economica del governo italiano non ha funzionato, anzi, sta danneggiando l’economia del Paese. Il governo ha cercato di usare spesa in deficit per rilanciare l’economia. E invece vediamo crescere il disavanzo e il debito e assistiamo ad un rallentamento dell’economia”.

Mentre a Il Sole 24 Ore Pierre Moscovici, Commissario europeo per gli Affari economici e monetari, afferma: “Non voglio discutere dei parametri. Si tratta di mettere sul tavolo cifre, fatti, misure che permettano di influenzare un giudizio. Giudizio che peraltro non è atteso dalla Commissione, ma a questo punto dai paesi membri. È infatti al Consiglio, ai paesi partner dell’Italia, a cui spetta l’eventuale apertura di una procedura per debito eccessivo”.

E il quotidiano di Confindustria ricorda che il debito italiano “è fuori linea per 160 miliardi” di euro. Su dove può condurre il duello con Bruxelles si esercita il quotidiano di via Solferino ipotizzando quattro scenari sul monitoraggio dei conti che ha per sfondo altrettanti settori dove le cose non funzionano: conti pubblici, lavoro, investimenti, giustizia e banche. Ovvero, “Cosa non va”, una radiografia dell’economia italiana che è anche un’analisi della nostra società, riassumibili anche in 8 gap, come si può leggere nell’edizione online. 



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