AGI - La guerra scatenata da Donald Trump in Medio Oriente è arrivata anche in Europa e colpisce con forza crescente anche l'Italia. Lo rileva Confindustria nella congiuntura flash di aprile in cui spiega che lo scenario economico è "peggiorato" e lo shock energetico innescato dal conflitto già ha un impatto sigificativo.
"Il prezzo del petrolio è alto, nonostante la fragile tregua nella guerra in Medio Oriente", sottolinea il Centro studi di Confindustria (Csc) spiegando che "l'impatto dello shock energetico già si legge in molti dati sull'economia italiana:
- cade la fiducia delle famiglie, anticipando una frenata dei consumi;
- risalgono i tassi sovrani;
- si abbassano le attese sull'industria, che stava provando a risalire;
- frenano i servizi.
Reggono però gli investimenti che nei primi tre mesi del 2026 sono ancora sostenuti dalle risorse del Pnrr.
La tenuta degli investimenti e le costruzioni
I dati congiunturali, osserva Confindustria, evidenziano "segnali di tenuta" degli investimenti per il primo trimestre. A marzo, resta quasi invariata la fiducia delle imprese manifatturiere di beni strumentali, dopo gli aumenti di gennaio-febbraio. Nelle costruzioni, la fiducia delle imprese aumenta per il secondo mese, trainata dalle attese di occupazione, anche se con peggiori aspettative sui piani di costruzione.
Consumi e risparmio delle famiglie
Nel quarto trimestre, secondo il Csc, il tasso di risparmio era sceso al 7,8%, poco sopra il livello pre-pandemia. A febbraio le vendite al dettaglio si sono contratte (-0,2%), specie per i beni alimentari. A marzo crescono poco gli acquisti di auto (+0,6%), ma la fiducia è peggiorata bruscamente: ciò potrebbe far salire il risparmio già nel primo trimestre, frenando i consumi.
Produzione industriale e servizi in frenata
A febbraio la produzione industriale, rileva il Csc, era aumentata di appena +0,1%, insufficiente a recuperare il calo di gennaio (-0,6%): nel primo trimestre la riduzione acquisita è di -0,5%. A marzo il Pmi è in zona espansiva (51,3 da 50,6), ma l'attività è sostenuta dall'accumulo "precauzionale" di scorte in vari settori, per anticipare aumenti di prezzo. La fiducia delle imprese industriali è in modesto aumento, ma "l'impatto della guerra emerge nella brusca flessione delle attese di produzione".
Con la guerra brusca frenata dei turisti stranieri
I servizi in Italia stavano accelerando a inizio 2026, in particolare con una spesa dei turisti stranieri al +6,3% tendenziale a gennaio. Ma con la guerra, a marzo l'indicatore Sp-Pmi è caduto bruscamente in zona recessiva (48,8 da 52,3), riflettendo un calo della domanda. La fiducia delle imprese dei servizi è salita di poco, ma peggiorano le attese sugli ordini.
Scenari sui costi energetici per le imprese
Il Centro Studi Confindustria ha stimato di quanto potrebbero aumentare quest'anno i costi energetici per le imprese in Italia, in diversi scenari: se la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026, con un petrolio a 140 dollari in media annua, le aziende pagherebbero 21 miliardi in più e l'incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali (dal 4,9% al 7,6%). La stima, contenuta nella congiuntura flash di aprile, applica i rincari delle commodity energetiche alla struttura dei costi di produzione delle imprese. Nel questionario di marzo dell'indagine rapida sull'attività nell'industria italiana, somministrato tra il 18 e il 25, alle grandi imprese del settore associate a Confindustria, è stato chiesto di individuare i principali ostacoli connessi al conflitto in Medio Oriente, distinguendo tra criticità già emerse e problematiche attese in caso di un prolungamento oltre un mese. Questo ha consentito al Csc di raccogliere informazioni dirette sugli impatti della guerra subiti dalle aziende industriali italiane, in netto anticipo sui dati statistici ufficiali.
Lo scenario migliore: 7 mld in più in bolletta per imprese
"Già nel 2025, per gli strascichi sui prezzi di gas e petrolio dell'impennata del 2022 - sottolinea Confindustria - la manifattura italiana pagava una bolletta energetica più alta dei principali competitor europei (Francia e Germania), con un'incidenza dei costi energetici sui costi totali maggiore rispetto a 6 anni prima (del +25%, dal 3,9% pre-Covid, al 4,9%). Per il 2026, nell'ipotesi che la guerra in Iran finisca a giugno (con un petrolio a 110 dollari in media annua), che riprendano i flussi commerciali pre-conflitto e che la capacità produttiva dei paesi del Golfo rimanga adeguata a sostenere l'offerta mondiale, le imprese manifatturiere italiane si ritroverebbero a pagare ulteriori 7 miliardi di euro l'anno in più in bolletta rispetto al 2025; l'incidenza dei costi energetici risulterebbe superiore di 1 punto percentuale, salendo dal 4,9% nel 2025 al 5,9% nel 2026".
Lo scenario peggiore: insostenibile per nostre imprese
Se invece, osserva il Csc, "la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026, con un petrolio a 140 dollari in media annua, le imprese pagherebbero 21 miliardi in più e l'incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali (dal 4,9% al 7,6%). In questo caso, si arriverebbe intorno ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), non sostenibili per le nostre imprese. Le quali vedrebbero erosa la loro competitività sia in Europa che a livello internazionale, considerato anche che i prezzi di petrolio e gas sono più bassi per le imprese localizzate in altre aree del mondo, in particolare nel continente americano".
Le principali preoccupazioni delle imprese italiane
I risultati dell'indagine mostrano come le preoccupazioni delle imprese si concentrano soprattutto su tre fattori: il costo dell'energia, indicato come criticità dal 25,0% dei rispondenti, i costi di trasporto e/o assicurazione (21,9%) e il costo delle materie prime non energetiche (18,4%). Quest'ultimo assume un rilievo maggiore nelle prospettive, risultando la principale fonte di preoccupazione (20,7% delle imprese) qualora il conflitto si protragga; seguono il costo dell'energia (19,4%) e i costi di trasporto e/o assicurazione (15,4%). Tra le ulteriori criticità già ben evidenti si segnalano gli ostacoli alle esportazioni (11,2%) e l'aumento del costo dei semilavorati (8,5%); quest'ultimo assume un peso maggiore nello scenario prospettico, venendo indicato come rischio dal 10,3% degli intervistati in caso di prolungamento del conflitto oltre un mese.