Cripto, bancarotte e truffe: nel cimitero degli exchange

Cripto, bancarotte e truffe: nel cimitero degli exchange

Ftx e, prima, Mt. Gox sono i casi più eclatanti. Ma le piattaforme di scambio fallite sono centinaia, tra attacchi hacker, scam, morti sospette. E tanta, troppa, opacità

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Il 'cimitero' delle criptovalute 

AGI - Entro, verso, compro, vendo. Semplice. Gli exchange sono le piattaforme dove si scambiano valute elettroniche. Macinano milioni e sono stati fondamentali per la crescita del settore.

Ma nel mondo nato dall'impulso punk di Satoshi Nakamoto, che voleva un sistema decentralizzato e privo di intermediari, gli exchange sono diventati degli istmi. Imbuti finanziari che gestiscono il passaggio di criptovalute e ne condizionano l'esistenza. 

Ftx è solo l'ultimo e più eclatante caso di società ancora poco regolate e mai abbastanza trasparenti. Sono decine i casi di piattaforme, piccole o gigantesche, che nascono e falliscono. Il sito Cryptowisser.com prova tracciare quelle che muoiono in una pagina chiamata “Exchange graveyard”, il cimitero degli exchange. Cari estinti. Nel senso che, spesso, gli utenti pagano salato, con la scomparsa dei propri investimenti.

Cryptowisser ha contato 81 lapidi: nel 2019, 95 nel 2020 e 94 nel 2021 94. Fino a ora, nel 2022, gli exchange chiusi sono stati 31. Si è registrato un caso di chiusura forzata per motivi “regolatori”, quattro per un cambio di marchio, otto per “ragioni di business” (cioè bancarotta e simili). Gli exchange chiusi e riconosciuti come “scam” (cioè truffe) sono solo due. Cui però si aggiungono, almeno in parte, 16 piattaforme “semplicemente scomparse”. Puf. Da un giorno all'altro il servizio non risulta più accessibile o in manutenzione fino a data da destinarsi.

Nel cimitero degli exchange si trova un po' di tutto: attacchi hacker, schemi Ponzi, piattaforme che si dissolvono nel nulla lasciando una scia di creditori, indagini e, talvolta, di sangue. Queste sono alcune delle loro storie.

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Ftx e Mt. Gox

Testa e coda, il primo e (per ora) l'ultimo. Ftx ha dichiarato bancarotta all'inizio di novembre. Deve, solo ai maggiori 50 creditori, 3,1 miliardi di dollari. Ma clienti e investitori sono molti di più: circa un milione. Il liquidatore John Ray ha parlato di situazione “senza precedenti”, con il ceo Sam Bankman-Fried responsabile di un “fallimento totale dei controlli aziendali e un'assenza totale di informazioni finanziarie affidabili”.

Si è parlato di “Lehman Brothers delle cripto”. Se ne era già parlato qualche anno fa, quando finì gambe all'aria Mt. Gox. Fondata nel 2010, nel momento di massimo fulgore arriva a concentrare il 70% delle transazioni in bitcoin. In volumi assoluti, nulla a che vedere con quelli attuali. Ma questa percentuale fa capire perché il suo crac - nel febbraio 2014 - è una tappa storica nel mondo cripto.

Evaporano, a quanto pare per ripetuti furti, 850.000 bitcoin (ritrovati solo in parte). Allora valevano 450 milioni di dollari. Oggi poco meno di 14 miliardi. I creditori stanno ancora provando a recuperare i propri soldi, otto anni dopo. È di ottobre l'ultima comunicazione: il liquidatore fiduciario, Nobuaki Kobayashi, ha fissato al 10 gennaio 2023 l'ultima data utile per presentare la richiesta di risarcimento. Poi i primi rimborsi potrebbero partire.

Mt. Gox vs Ftx: il confronto

Mt.Gox è crollata proprio mentre bitcoin stava prendendo slancio, ricacciando la principale criptovaluta sotto i mille dollari. Per ritornare ai tre zeri serviranno tre anni. Secondo l'analista di Chainalysis Eric Jardine, la bancarotta di Mt. Gox avrebbe un peso relativo persino superiore a quello di Ftx. Jardine ricorda infatti che da lì passava circa il 46% di tutti gli afflussi verso gli exchange di criptovalute, mentre da Ftx il 13%.

Inoltre, sottolinea l'analista, le due piattaforme - entrambe centralizzate - hanno vissuto epoche diverse. Mt. Gox era il leader assoluto di un un mercato in cui gli exchange centralizzati erano dominanti. Ftx, invece, era sì un protagonista, ma di un mercato in contrazione, visto che gli exchange decentralizzati attirano ormai la metà dei volumi.

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Affondati dagli attacchi hacker

Negli ultimi tempi sono diminuite le chiusure dovute a, veri o presunti, attacchi hacker. Ma, nel corso degli anni sono stati una causa assai ricorrente. Nel gennaio 2019, la piattaforma neozelandese Cryptopia ha subito due attacchi nel giro di due settimane. Quattro mesi dopo, a maggio, l'exchange è andato in liquidazione. Al momento del collasso, aveva 2,2 milioni di iscritti e 37 dipendenti. A oggi, il liquidatore incaricato non sa ancora quantificare la somma perse. L'iter per tentare di recuperarle è ancora in corso.

Nel dicembre 2017, anche il sudcoreano Youbit è stato abbattuto da una doppietta di attacchi, capaci di prelevare il 17% delle riserve. Un'indagine della Kisa (l'agenzia sud-coreana della sicurezza informatica) ha accusato spie dell'attacco spie nord-coreane.

Assaltata il 23 dicembre 2020, la piattaforma russa Livecoin è stata costretta a chiudere meno di un mese dopo. Gli hacker, dopo aver fatto breccia, hanno modificato i tassi di cambio e prelevato criptovalute come fossero al bancomat. Nel comunicato che comunicava la chiusura, Livecoin ha ammesso di aver perso il controllo di “server, backend e nodi”. Cioè praticamente di tutto.

I casi italiani

Anche gli italiani hanno un posto nel cimitero degli exchange. Anzi, due. Bitgrail è il caso più noto. La bancarotta è arrivata nel 2018, poco dopo aver visto evaporare 150 milioni di dollari in Nano, la criptovaluta utilizzata per gli scambi. Secondo i documenti dei curatori fallimentari, è stato possibile recuperare quasi 80 milioni, già in parte redistribuiti ai creditori. Il sito della piattaforma è ancora attivo, utilizzato dai liquidatori per raccogliere le domande di adesione degli ex utenti.

Agli esordi di CryTrEx, così scriveva Cryptowisser analizzando la piattaforma: “Non ci sono molti exchange italiani. E il più famoso (Bitgrail) si è rivelato un disastro. Ma andiamo a dare un'occhiata a CryTrEx!”. È finita male. Ha chiuso nel 2020, dopo tre anni di attività. Sempre per bancarotta, a quanto pare come conseguenza di attacchi hacker che hanno azzoppato la piattaforma.

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© PATRICK LANDMANN/SPL 
Bitcoin  

Morti e cripto

BitMarket è stato un exchange polacco, fondato nel 2013. Nel luglio 2019 ha annunciato la chiusura per problemi di liquidità. Circa 400 utenti avrebbero perso 2300 bitcoin, allora circa 23 milioni di euro. Il co-proprietario, Tobiasz Niemiro, ha sempre respinto l'accusa di appropriazione indebita, imputando il fallimento agli attacchi hacker e definendosi “una vittima”. Pochi giorni dopo è stato trovato morto.

Il giallo è più intenso nel caso di QuadrigaCX, fondato nel 2013 e diventato il principale exchange canadese. Una storia raccontata dal documentario pubblicato su Netflix "Trust No One".

Nel 2018, mentre bitcoin è nel pieno di una picchiata, alcuni utenti segnalano l'impossibilità di prelevare dai propri conti. Il 9 dicembre 2018, il fondatore Gerald Cotten muore improvvisamente in India, a 12 giorni dalla firma del suo testamento. Poco dopo, la piattaforma chiude, blindando oltre 200 milioni di dollari in criptovalute. Sembra infatti che fosse l'unico a possedere le chiavi d'accesso. Difficile da credere.

La coincidenza spinge gli utenti a dubitare della morte. Un'inchiesta del The Globe and Mail arriva fino in India per confermarla. Sì, Gerald Cotten è morto. E sì, come ha rivelato un'inchiesta dei regolatori canadesi, era l'unico a gestire QuadrigaCX. Aveva messo in piedi uno schema Ponzi che inviava agli utenti valute farlocche, mentre lui investiva quelle vere nel tentativo di moltiplicarle.

Gli inquirenti hanno definito QuadrigaCX “un salvadanaio personale”. Rotto quando le perdite registrate da Cotten sono diventate troppo grandi da poter mascherare.

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Un mondo opaco e centralizzato

Vero: non tutte le piattaforme sono uguali. Vero: in un settore ancora giovane, la maturazione passa da fallimenti, crolli, truffe. Le insolvenze potrebbero essere una tappa, necessaria anche se non certo indolore, per fare pulizia.

Ma il mondo degli exchange resta ancora nebuloso. Nella classifica di CoinMarketCap, la più nota piattaforma che assegna un punteggio agli exchange, appena 14 raggiungono la sufficienza. Su centinaia.

I criteri, peraltro, sono assai scivolosi. Il punteggio è assegnato sulla base di “traffico, liquidità, volumi transati”: tende quindi a premiare le piattaforme più grandi.

Ma non solo: il voto sale se c'è “fiducia nella legittimità dei volumi di negoziazione riportati”. Fiducia. Cioè, in altre parole: nessuno sa quali siano i volumi reali e solo una manciata gli exchange rende  disponibili i dati sulle proprie riserve. Neppure chi valuta, poi, brilla per trasparenza.

CoinMarketCap - pur affermando di operare in totale indipendenza - è di proprietà del più grande exchange al mondo, Binance. Il giorno prima di dichiarare bancarotta, Ftx era terza in classifica, ampiamente promossa.