Chip, da Washington a Nuova Delhi la mappa delle misure anticrisi

Chip, da Washington a Nuova Delhi la mappa delle misure anticrisi

Incentivi sotto forma di credito d'imposta a investimenti publbici, come si organizzano i paesi per far fronte alla carenza di semiconduttori, tra la Cina che vuole affrancarsi dalla tecnologia occidentale agli Stati Uniti che puntano a una produzione d'avanguardia

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© ZUMAPRESS.com / AGF 
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AGI - Dalle automobili ai tostapane ai bollitori, dai jet da combattimento alle console di gioco, passando per smartphone, tablet e personal computer. Fino alle tessere sanitarie, quelle di casa nostra. La crisi dei semiconduttori è uno degli effetti indesiderati della pandemia, delle tensioni internazionali tra Usa e Cina, del caso Taiwan (il più grande produttore al mondo di semiconduttori: li assembla e li esporta). 

Tensioni esplosive, accese dalla guerra tra Russia e Ucraina. Alcuni dati: Mosca fornisce il 38% del palladio al mercato globale, l’Ucraina garantisce il 70% del neon, fondamentale per i microchip, al mercato globale, il Donbass pesa per il 90% nella catena di approvvigionamento. 

Una fetta immensa dell'economia globale e del comparto hi-tech è appesa a componenti grandi poco più di un bottone. Per questo non c’è continente che non abbia approntato misure anticrisi: dall’European Chips Act che vuole mobilitare fino a 43 miliardi di euro in denaro pubblico e privato per raddoppiare la produzione di semiconduttori entro il 2030 al Chips and Science Act da 52,7 miliardi, promulgato ad agosto da Biden.  

Qui Washington

Dalla promulgazione di agosto all’apertura del bando a febbraio del prossimo anno. Passeranno pochi mesi perché le risorse del Chips Act inizino a essere richieste e poi erogate. Forse già la prossima primavera, secondo quanto ha riportato appena ieri il New York Times.

Di distribuire le risorse alle aziende si occuperà il Dipartimento per il Commercio. Il piano di Biden prevede anche crediti d’imposta del 25% per le fabbriche di semiconduttori che saranno costruite dal 1 gennaio 2023, stimati in 24 miliardi di dollari.

Il Dipartimento del commercio metterebbe a disposizione in questo bando 39 miliardi destinati alla costruzione di nuovi impianti produttivi e all’ammodernamento o all’espansione di quelli esistenti.

In particolare intende usare 28 miliardi di dollari per “stabilire una produzione nazionale d’avanguardia di chip logici e di memoria che richiedono i processi di fabbricazione più sofisticati che siano disponibili oggi” e 10 miliardi per creare nuova capacità produttiva per i “chip maturi di attuale generazione, le tecnologie specialistiche e i fornitori dell’industria”, tra cui rientrano quelli usati dalle case automobilistiche, negli armamenti e nei dispositivi medici.

Tutto questo mentre gli analisti si chiedono se sarà sufficiente per rilanciare il settore e mentre si acuiscono le tensioni con la Cina. 

Pechino, Taiwan e il nodo dell’autosufficienza 

Dopo anni di grandi investimenti i dirigenti cinesi si sono resi conto che il boom tecnologico voluto da Pechino era stato costruito in gran parte sulla base delle tecnologie occidentali. La Cina vorrebbe affrancarsi, diventando produttrice delle tecnologie di frontiera.

Per farlo deve poter controllare il suo cuore più avanzato, i chip. Senza la produzione di chip, non può ambire a una maggior indipendenza tecnologica: al momento produce solo il 6% dei microprocessori a livello globale (il 60% dei chip vengono da Taiwan, il 18 dalla Corea del Sud).

A causa di una serie di scandali, il progetto Made in China 2025 di finanziare una catena nazionale di produzione di circuiti integrati si è arenato. Perciò ha bisogno di assicurarsi il controllo delle grandi competenze tecnologiche di Taiwan.

Essere isolata dalla principale supply chain dei chip, quella dominata da Taiwan, per la Cina significa perdere il traino per l’approvvigionamento.

Europa, rilanciare la filiera

In questo quadro il Vecchio Continente rischia di rimanere schiacciato dalla guerra di posizione tra Usa e China (vedi blocco delle esportazioni dei chip di Nvidia e AMD).

Contro questa prospettiva e per giocare finalmente un ruolo attivo nella partita, l’European Chips Act, approvato dalla Commissione europea il 7 febbraio scorso, ha l’obiettivo di mobilitare oltre 43 miliardi di euro per la produzione di semiconduttori in Europa, tra fondi pubblici e privati.

Si tratta di 15 miliardi di investimenti pubblici e privati aggiuntivi entro il 2030, oltre ai 30 miliardi già previsti da Next Generation Eu, da Horizon Europe e dai bilanci nazionali.

L’obiettivo del piano è raddoppiare la quota sul mercato dei chip dei Paesi membri, portandola al 20% da qui al 2030 (ora è al 10): per raggiungere questo obiettivo sono necessari 30 miliardi di euro.

La cifra è la somma degli investimenti pubblici e privati volti a aumentare la capacità produttiva delle aziende europee e creare nuovi campioni nel Vecchio Continente. 

La Corea del Sud: incentivi alle aziende che investono

La Corea del Sud vuole dominare il mondo della produzione di chip entro il 2030 e per raggiungere l'obiettivo ha introdotto nuove politiche economiche a supporto di realtà come Samsung e SK hynix.

Tra le diverse iniziative, il governo ha promesso i crediti d'imposta più alti mai concessi ai produttori di chip, fino al 50%. I produttori di chip, guidati da Samsung Electronics e SK hynix, hanno risposto al pacchetto di aiuti impegnando investimenti per oltre 458,1 miliardi di dollari in totale nei prossimi 10 anni. 

India, un piano da 10 miliardi di dollari

L’India (che ospita il 20% dei progettisti di chip del mondo, quasi tutti impiegati nei back office di aziende straniere) vuole fare un passo avanti nella catena del valore manifatturiero e iniziare a produrre semiconduttori.

Il governo di Narendra Modi ha messo sul tavolo a dicembre 2021 incentivi per 10 miliardi di dollari per indurre i produttori a creare nuovi "fabs" (impianti di fabbricazione di semiconduttori) e incoraggiare gli investimenti.