Il braccio di ferro tra Putin e Biden su gas e petrolio

Il braccio di ferro tra Putin e Biden su gas e petrolio

Il presidente russo vuole che l'Europa paghi il gas russo in rubli mentre quello americano spera di alimentare il mercato petrolifero con le riserve strategiche nazionali così da fermare l'aumento dei prezzi del greggio e della benzina. Fino a che punto si spingeranno?

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Putin, Biden

AGI - La partita a scacchi dell'energia tra Russia e Occidente vede confrontarsi due presidenti che assumendo scommesse molto audaci: Vladimir Putin vuole che l'Europa paghi il gas russo in rubli, mentre Joe Biden spera di alimentare il mercato petrolifero con le riserve strategiche nazionali così da fermare l'aumento dei prezzi del greggio e della benzina. Sarà interessante vedere fino a che punto si spingeranno.

Nel caso di Putin, la sua minaccia "paga in rubli o no gas" arriva dopo la fine del picco invernale della domanda di riscaldamento, sollevando interrogativi su quanto gli acquirenti europei possano essere disperati per soddisfare la richiesta. Con l'avanzata della primavera e l'estate che si avvicina, le minacce di Mosca potrebbero non fare più molta paura. Almeno per ora. Il gas è una grande fonte di cambio di valuta estera per il Cremlino.

Il 'gioco' del gas

Nei primi nove mesi del 2021, gli ultimi dati disponibili dal colosso del gas russo Gazprom mostrano che i ricavi delle vendite in Europa, Turchia e Cina sono stati di 2,5 trilioni di rubli (31 miliardi di dollari) dall'esportazione di 176 miliardi di metri cubi di gas tra gennaio e settembre.

Se l'Unione europea si rifiutasse di 'giocare' con Putin - e ci sono già abbastanza proteste per dimostrare che non lo faranno - la situazione di stallo potrebbe trascinarsi fino al ritorno dei primi freddi in autunno, quando l'Europa sarà in qualche modo costretta a prendere in considerazione un accordo o un compromesso con il Cremlino. Potrebbe essere a novembre. E se Putin puntasse i piedi, potrebbe significare che per i prossimi sette mesi l'Europa non acquisterebbe gas da Mosca. 

In questo periodo, la Russia potrebbe essere costretta a pompare il suo gas in siti di stoccaggio domestici che possono contenere circa 72 miliardi di metri cubi. I siti di stoccaggio di proprietà di Gazprom in Europa ne potrebbero contenere altri 9 miliardi. Il gigante russo del gas prevede che la domanda interna aumenterà a 260 miliardi di metri cubi di gas entro il 2026 dai 238 miliardi di metri cubi nel 2020 e ha in programma di espandere lo stoccaggio. 

Secondo gli analisti, se il gas europeo venisse reindirizzato a breve termine allo stoccaggio esistente, sarebbe pieno in tre o quattro mesi e una parte della produzione di gas potrebbe quindi essere interrotta, danneggiando la crescita a lungo termine. "Per la Russia, la decisione di limitare l'offerta sarebbe come spararsi sui piedi", hanno osservato senza mezzi termini gli analisti di Seb Research. Inoltre, l'Ue ha norme che coprono le misure per prevenire e rispondere all'interruzione delle forniture di gas, riferisce Reuters.

Il regolamento individua tre livelli di crisi: 'allerta precoce', 'allerta' ed 'emergenza'. I Paesi dell'Ue devono disporre di piani in atto su come gestire l'impatto di un'interruzione dell'approvvigionamento ai tre livelli di crisi. In caso di emergenza, i governi europei possono intervenire solo se le misure di mercato non sono sufficienti per garantire forniture alle famiglie e ai clienti che forniscono i servizi essenziali.

Gli scenari europei

Il piano di ogni paese dovrebbe definire le responsabilità per le entità, inclusi i consumatori di gas industriale a ogni livello di crisi, elencare le azioni per rendere disponibile il gas in caso di emergenza e un piano su come i paesi coopereranno.  Inoltre, il regolamento richiede agli Stati membri di sostenere un altro paese dell'Ue a cui si collega la propria infrastruttura del gas se quel paese richiede assistenza per fornire gas a famiglie e servizi sociali essenziali.

Oltre a cercare di ottenere di più in un mercato globale del gas già teso, diversi Paesi europei hanno anche affermato che sono pronti a utilizzare più carbone, 'allungare' potenzialmente la vita delle centrali nucleari e aumentare la produzione di energie rinnovabili. 

Molti, tuttavia, dubitano che lo stallo del prezzo del gas durerà per sette mesi poiché le imprese e le famiglie europee non possono permettersi di lasciare che i prezzi salgano ulteriormente. Il mercato spot del gas nell'Ue è già aumentato del 500% rispetto a un anno fa. La Russia ha fornito 155 miliardi di metri cubi di gas all'Europa lo scorso anno, ovvero un terzo della fornitura del blocco.

Gli esportatori di Gnl statunitensi sono già emersi come grandi vincitori della crisi dell'approvvigionamento europeo, mentre anche la Norvegia ne ha beneficiato. La scorsa settimana, gli Stati Uniti hanno dichiarato che quest'anno lavoreranno per fornire 15 miliardi di metri cubi di Gnl all'Unione europea, ma questo non sostituirà completamente ciò che la Russia invia in Europa tramite gasdotti.

Il gas negli stoccaggi europei potrebbe essere sufficiente per la primavera e l'estate senza una riduzione della domanda, ma l'Europa rischierà di entrare il prossimo inverno con solo il 10% circa del gas in magazzino entro la fine di ottobre senza alcune misure di risparmio energetico, ha affermato Kateryna Filippenko, analista Wood. Mackenzie.

Per attirare più Gnl da altre parti, i prezzi del gas all'ingrosso in Europa dovrebbero rimanere più alti del prezzo di riferimento asiatico. I prezzi del gas alle stelle stanno già danneggiando i consumatori e le industrie e i governi hanno speso miliardi di euro in misure per cercare di proteggerli. "Dobbiamo essere consapevoli del fatto che le società che hanno firmato contratti a lungo termine con Gazprom ricevono gas a prezzi significativamente inferiori di quelli che dobbiamo pagare nel mercato del Gnl. Quindi ci sarà un impatto sui prezzi dell'energia", ha avvertito già qualche settimana fa il commissario europeo per l'Energia, Kadri Simson.

Il rublo

Infine il rublo, che era in caduta libera nelle prime due settimane dell'invasione ucraina, ha riguadagnato terreno, non tanto per l'ottimismo degli operatori sull'economia russa ma più per gli straordinari sforzi della banca centrale di Mosca per sostenerlo. Le misure adottate per questo includono il divieto alle banche commerciali di vendere dollari ai clienti, il divieto alle società di intermediazione russe di consentire a clienti stranieri di vendere titoli e la limitazione del numero di dollari che i russi possono prelevare dai loro conti bancari.

Oltre agli sforzi della sua banca centrale, Mosca sta anche guadagnando costantemente dalle esportazioni di petrolio e gas. Uno dei motivi, ovviamente, è che le sanzioni stesse non sono state pensate per danneggiare le vendite di energia della Russia, dato che l'Europa dipende da queste. Chi non sta prendendo petrolio e gas russo ora lo fa di propria volontà, o per simpatia con l'Ucraina o per paura di ripercussioni politiche. L'India è un'eccezione.

Gli Stati Uniti e l'Ue sanno che l'unico modo per privare la Russia di denaro contante per finanziare la sua guerra contro l'Ucraina è mettere a punto le sanzioni esistenti nei confronti di Mosca e inventarne di nuove più efficaci. In linea di principio, la Casa Bianca e i suoi alleati devono impedire alla Russia di acquistare l'equipaggiamento militare di cui ha bisogno per continuare la guerra, ha affermato il vice segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Wally Adeyemo. 

Oltreoceano, Biden ha trovato sostegno anche tra i rivali Repubblicani per aumentare le sanzioni contro la Russia. Ma il presidente si è mostrato scettico ad abbracciare quel sostegno, chiedendosi se non sia uno stratagemma per farlo scivolare in vista delle elezioni di midterm di novembre.

Il petrolio

ul fronte petrolifero, Biden ha annunciato giovedì scorso che la sua amministrazione rilascerà 1 milioni di barili al giorno di petrolio dalla Strategic Petroleum Reserve statunitense nei prossimi sei mesi per alleviare una crisi globale dell'offerta. Il problema più grande del presidente potrebbe ancora essere l'Opec+, il cartello di produttori controllato dai sauditi e gli alleati capeggiati dalla Russia. L'Alleanza non ha intenzione di rifornire adeguatamente il mercato petrolifero, dove ogni barile richiesto diventa disponibile e comunque, anche volendolo, non potrebbe colmare l'enorme buco di 3 milioni di barili al giorno soffiato dalle sanzioni occidentali alla Russia.

Gli analisti di tutto il settore energetico avvertono di un peggioramento della crisi dell'offerta nei prossimi mesi, poiché gli Stati Uniti confermano lo stop al petrolio russo, mentre molte altre nazioni evitano ogni tipo di affare con Mosca, a causa delle sanzioni.

Nonostante tutto, giovedì l'Opec+ ha deciso di fare solo un modesto aumento della produzione di 432.000 barili al giorno da maggio in poi. Si tratta di un lieve aumento rispetto al consueto incremento mensile di 400.000 barili al giorno in un mercato che secondo gli analisti avrebbe bisogno di circa 5 milioni di barili in più.

L'Opec+ ha anche affermato che la recente volatilità dei prezzi del petrolio "non è stata causata dai fondamentali, ma dagli sviluppi geopolitici in corso", in un apparente riferimento alla guerra in Ucraina. Il Brent ha raggiunto i massimi da 14 anni di quasi 140 dollari al barile all'indomani delle sanzioni imposte alla Russia e nell'ultimo mese si è ampiamente mantenuto sopra i 100 dollari.

Amos Hochstein, inviato speciale per gli affari energetici internazionali nell'amministrazione Biden, ha affermato che il rilascio di 180 milioni di barili dalla riserva strategica Usa è stato solo l'inizio di una maggiore fornitura che arriverà a breve. Ma gli analisti del mercato energetico sono apparsi scettici sul successo del piano.

"Il selloff istintivo dell'annuncio del rilascio di 1 milione di barili al giorno dalle riserve nazionali nei prossimi sei mesi non avrà un impatto duraturo sui prezzi del petrolio, quindi se i rischi geopolitici continueranno a intensificarsi, il greggio si riprenderà la maggior parte delle perdite di questa settimana”, ha affermato Ed Moya, analista della piattaforma di trading online Oanda.

Biden ha ordinato il rilascio di 50 milioni di barili dalle Strategic Petroleum Reserve (Spr) a novembre e 30 milioni a marzo, in coordinamento con il rilascio di riserve di altri paesi come Cina, Giappone, India, Corea del Sud e Gran Bretagna. L'Spr aveva 568,3 milioni di barili in stock a partire dalla settimana terminata il 25 marzo, secondo la US Energy Information Administration. Con 180 milioni di barili prelevati in sei mesi, la riserva potrebbe scendere fino a un terzo della sua dimensione attuale.

Biden ha iniziato a sfruttare l'Spr l'anno scorso per fornire alle raffinerie statunitensi il petrolio prestato dalla riserva che non avrebbero dovuto pagare ma restituire con un leggero premio ed entro un periodo stabilito. In questo modo, l'amministrazione sperava che ci fossero meno transazioni di petrolio nel mercato aperto e che i prezzi sia del greggio che della benzina e del diesel sarebbero diminuiti. Nelle ultime settimane, l'amministrazione ha rilasciato circa 3,0 milioni di barili settimanalmente dall'Spr. 

Ma finora gli sforzi del governo hanno avuto un effetto trascurabile sui prezzi, con le raffinerie che producono più prodotti del consueto in questo periodo dell'anno. Ciò si è tradotto in un fatturato di barili straordinariamente alto che ha mantenuto i prezzi poco modificati sia sul fronte del greggio sia dei prodotti petroliferi. Per concludere, due degli uomini più potenti del mondo, in virtù del loro incarico e delle enormi risorse che hanno a disposizione, sono decisi a piegare il mercato a modo loro. Sarà la storia mostrare il successo - o meno - delle loro azioni.