I saldi partono col freno tirato, crollano le vendite. Lo dice Federmoda

I saldi partono col freno tirato, crollano le vendite. Lo dice Federmoda

Il segretario generale Massimo Torti all'Agi: "Partenza azzoppata tra Covid, Dpcm e nuove zone rosse. Chiediamo al governo misure urgenti, o sarà l'apocalisse per l'intero settore retail"

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 Saldi sconti (Agf)

AGI - I saldi invernali sono partiti in più di mezza Italia (mancano Liguria, Toscana, Veneto ed Emilia Romagna) e oggi iniziano nelle Marche e nella provincia autonoma di Bolzano che da domani diventa zona rossa insieme a Lombardia e Sicilia: "Una partenza azzoppata in un contesto già critico per il retail della moda" a causa della pandemia.

Parla di "apocalisse del settore" Massimo Torti, segretario generale della Federazione Moda Italia-Confcommercio, con i saldi che sono partiti "con il freno tirato" per le forti apprensioni degli operatori che hanno a che fare con i "continui Dpcm che regolano aperture e chiusure dei negozi". In un colloquio con l'AGI, Torti premette che "è impossibile" fare un raffronto con le vendite dell'anno scorso, "quando i primi 10 giorni di gennaio i negozi sono stati aperti tutti e 10 i giorni, mentre quest'anno solo 5 giorni, visto che 1-2-3-5 e 6 gennaio l'Italia era tutta in zona rossa".

L'anno è partito dunque "già da un dato di perdita totale di entrate per i negozi moda. E questo secondo noi sarà il trend per i saldi". Secondo Confcommercio sei italiani su dieci approfitteranno dei saldi per fare acquisti, ma la spesa destinata allo shopping scontato è stimata in 254 euro contro i 324 euro dello scorso anno: 70 euro in meno.

Federmoda ha condotto un'indagine sulle vendite nei primi dieci giorni dell'anno, ha proseguito, e "il 91% delle imprese intervistate evidenzia un preoccupante decremento delle vendite, con sei imprese su dieci che dichiarano un calo tra il 50 e il 90%”.     

Tra le altre variabili che hanno inciso "sulla forte crisi" che sta attraversando la categoria: c'è anche la minore disponibilità di reddito. "Solo nel nostro settore - ricorda Torti - hanno chiuso 20.000 punti vendita nell'anno del Covid (17.500 di abbigliamento e calzature e 2.500 negozi di pelletteria, tessili per la casa, articoli sportivi e accessori). Ovvero 50.000 persone hanno perso il lavoro". 

Poi c'è anche il massiccio utilizzo dello smart working nel pubblico e nel privato: "I consumi di moda sono crollati da quando chi era abituato ad andare in ufficio lavora da casa - riflette Torti - non c'è più bisogno di abiti nuovi per eventi, pranzi e impegni di lavoro perché si resta a casa, in tuta e ciabatte". E ancora è venuto a mancare lo shopping tourism, sottolinea, "che portava 7,5 miliardi di euro, venuti meno completamente".

Infine sono scomparse tutte le occasioni di incontro, bloccate con i divieti di spostamento da un Comune all'altro. "Il periodo dei saldi era anche un'occasione per spostarsi con la famiglia e passare una giornata fuori", spiega Torti che ricorda anche tutti i grandi eventi saltati, come la Prima della Scala, "che per Milano è sempre stata anche un evento anche di 'allure', con gli occhi di tutti puntati sugli abiti delle signore".

Per tutto questo il segretario generale di Federazione Moda Italia parla di "apocalisse" e osserva: "La moda non è come gli altri settori che possono comprare giorno per giorno o settimana per settimana. I prodotti che oggi esponiamo nelle nostre vetrine li abbiamo comprati a gennaio dell'anno scorso e se restano in magazzino come è successo per la stagione Primavera-Estate, si svalutano completamente e noi non abbiamo la liquidità per fare gli ordini per l'anno successivo".

Ecco allora, ammonisce, "che il rischio è che crolli l'intera filiera: i produttori, gli artigiani, il Made in Italy rischiano di vedere bloccati tutti gli ordini".

In un momento dove c'è una tensione produttiva perché manca lo sbocco verso l'estero, continua nella sua riflessione Torti, "il mercato interno che garantisce comunque una risorsa rischia di bloccarsi. E questo ci allarma". Da qui le richieste al Governo per sostenere "in modo concreto" la continuità dei negozi attraverso un contributo sull’effettiva perdita di fatturato e per la rottamazione dei magazzini con un credito di imposta pari al 60% del valore di acquisto delle merci invendute.

Argomenta Torti: "Innanzitutto chiediamo indennizzi commisurati alle perdite di fatturato: qui stiamo parlando di aziende che stanno soffrendo anche in 'zona gialla', e visto che adesso si parla di un Dl Ristori quinto è indispensabile che questi negozi abbiano i contributi per evitare il crollo dell'intero settore. Ed è facilissimo risalire alle cifre dovute perché abbiamo i corrispettivi telematici che dicono le perdite".

Per quanto riguarda poi "il vero anello debole" del settore, ovvero gli stock, "chiediamo per tutto quello che resta in magazzino un contributo sotto forma di credito d'imposta del 60 per cento delle rimanenze, così ci può dare fiato per pagare meno tasse rispetto a quelle che stiamo pagando senza lavorare", afferma Torti ricordando che la moda è la seconda forza produttiva in Italia dopo la metalmeccanica. E conclude: "Questo sarebbe il vero punto di aiuto per un settore in agonia. E in ultimo, facciamo un appello: Noi vogliamo lavorare. In sicurezza , certo. Ma vogliamo lavorare".