Otto ministeri hanno pagato in ritardo i debiti con i fornitori

Otto ministeri hanno pagato in ritardo i debiti con i fornitori

La denuncia della Cgia, nel secondo trimestre solo la Farnesina è in regola con i pagamenti. Tre dicasteri si sono “scordati” di pubblicare i dati

Pa Cgia ministeri fornitori ritardo II trimestre

©  foto:Mimmo Chianura / AGF - banconote in euro (AGF) 

AGI - Fra tutti i 12 ministeri che hanno un budget e una capacità di spesa, nel secondo trimestre di quest’anno solo quello degli Esteri (-17 giorni) ha pagato in anticipo i propri fornitori rispetto alle scadenze previste dalla legge. Gli altri 11, invece, hanno onorato le proprie spettanze in ritardo o non hanno ancora aggiornato i dati (8 hanno pagato e 3 si sono “scordati” di pubblicare i dati).

Inadempienza, quest’ultima, altrettanto grave quanto lo 'sforamento' dei tempi di pagamento: perché anche in questo caso ci troviamo di fronte a una violazione della legge per la mancata pubblicazione dei dati, non consentendo a soggetti terzi di verificare l’efficienza o meno di queste Pubbliche amministrazioni (Pa).

La denuncia è sollevata dall’Ufficio studi della Cgia, secondo cui il quadro generale si sta aggravando: se nel primo trimestre di quest’anno solo tre ministeri erano riusciti a rispettare i tempi di pagamento, nel trimestre successivo solo uno ha liquidato i fornitori in anticipo. 

Dove si sono verificate le situazioni più critiche?

Il dicastero dei Beni Culturali, ad esempio, tra aprile e giugno di quest’anno ha saldato i propri fornitori con un ritardo medio di 30 giorni, le Infrastrutture dopo 49 giorni, l’Ambiente dopo 53, le Politiche Agricole dopo 61 e l’Interno, a cui spetta la maglia nera, dopo 62 giorni. Altri, invece, non hanno ancora aggiornato i dati sul proprio sito Internet.

Ci riferiamo al ministero dell’Istruzione/Università, della Salute e della Giustizia: gli ultimi due, addirittura,  non hanno nemmeno pubblicato il dato riferito al primo trimestre, sempre di quest’anno. Si ricorda che i ministeri sono obbligati per legge, come del resto tutti gli altri enti pubblici, a inserire trimestralmente nel loro sito anche l’ “Indicatore di Tempestività dei Pagamenti” (Itp). Questo indice stabilisce il ritardo medio (o l’anticipo medio quando preceduto dal segno meno) dei pagamenti rispetto alle scadenze di legge.

Bisogna compensare debiti/crediti, altrimenti a rimetterci sono le pmi

“Se anche i ministeri cominciano a ritardare il saldo delle fatture – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo - abbiamo il sospetto che in linea generale tutta la Pa, anche a causa del Covid, stia dilatando i tempi di pagamento, in particolar modo a livello locale. Per risolvere questa annosa questione che sta lasciando senza liquidità tantissime imprese, c’è solo una cosa da fare: nel caso di mancato pagamento, bisogna prevedere per legge la compensazione secca, diretta e universale tra i debiti della Pa verso le imprese e le passività fiscali e contributive in capo a queste ultime. Grazie a questo automatismo risolveremmo un problema che ci trasciniamo appresso da almeno 15 anni”. Purtroppo, a pagare il prezzo più elevato di questa anomalia tutta italiana sono, in particolar modo, le piccole imprese.

“A seguito della denuncia sollevata recentemente dalla Corte dei Conti - afferma il segretario, Renato Mason – negli ultimi tempi gli enti pubblici stanno pagando con puntualità le fatture di importo maggiore e ritardano intenzionalmente il saldo di quelle di dimensione meno elevate. Una modalità operativa che, ovviamente, sta penalizzando le piccole e piccolissime imprese che, generalmente, lavorano in appalti o forniture con importi molto contenuti rispetto  a quelli “riservati” alle attività produttive di dimensione superiore. Senza liquidità a disposizione, tanti artigiani e altrettanti piccoli imprenditori si trovano in grave difficoltà e, paradossalmente, rischiano di dover chiudere definitivamente l’attività, non per debiti, ma per troppi crediti non ancora incassati”. 

Chi non paga i vecchi debiti

Quest’anno, anche a causa del Covid che sicuramente ha rallentato l’operatività di molte amministrazioni, tantissimi fornitori avranno grosse difficoltà a incassare le proprie spettanze; una situazione che si sovrappone ad un ritardo storico, visto che la nostra Pa, da almeno un decennio, è indicata tra le peggiori pagatrici d’Europa.

Ricordiamo che in Italia le  commesse pubbliche ammontano a circa 140 miliardi di euro all’anno e il numero delle imprese fornitrici sono circa un milione. Nei mesi scorsi sono emersi alcuni segnali molto preoccupanti sulla difficoltà da parte di molti enti locali di onorare gli impegni economici presi con i propri fornitori.

Con il decreto Rilancio, infatti, il Governo ha messo a disposizione di Regioni, Asl e Comuni 12 miliardi di euro per liquidare almeno una parte dei debiti commerciali accumulati entro la fine del 2019. Alla scadenza del 7 luglio scorso - data entro la quale gli enti territoriali dovevano chiedere alla Cassa Depositi e Prestiti le anticipazioni di liquidità per pagare i vecchi debiti - solo il 10 per cento circa delle risorse messe a disposizione era stato richiesto.

A seguito di questo flop, con il decreto Agosto il Governo ha riaperto i termini: dal 21 settembre fino a ieri (9 ottobre), infatti, gli enti territoriali hanno avuto una nuova possibilità per accedere a questi fondi. Una seconda opportunità che speriamo sia stata finalmente colta da molti enti.


Ma a quanto ammonta il debito della Pa?

L’aspetto più paradossale di questa vicenda, per la Cgia è che non si conosce con precisione a quanto ammonta il debito commerciale della nostra Pa: una cosa inverosimile, sebbene le imprese che lavorano per il pubblico siano obbligate da qualche anno a emettere la fattura elettronica. Come funzionano i pagamenti in queste transazioni commerciali? Una volta che il fornitore emette la fattura elettronica, questa transita attraverso una piattaforma controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze detta SdI (Sistema di Interscambio) che la smista all’ente o alla struttura pubblica a cui è indirizzata.

I dati della fattura elettronica vengono acquisiti dalla Piattaforma dei Crediti Commerciali (Pcc) che dovrebbe registrare tutti i pagamenti riconducibili alle transazioni commerciali della Pa. Per cercare di intercettare la totalità delle transazioni è stato istituito il Siope+, un sistema di rilevazione telematica degli incassi e dei pagamenti degli enti pubblici. Per alimentare il Siope tutte le amministrazioni pubbliche devono ordinare gli incassi e i pagamenti esclusivamente con modalità informatica.

Sebbene questa modalità sia iniziata gradualmente e diventata poi operativa a tutti gli effetti a partire dal luglio del 2017, il Mef non conosce ancora adesso a quanto ammonta complessivamente il debito commerciale in capo a tutte le Amministrazioni pubbliche con i propri fornitori, molto probabilmente perché una buona parte dei committenti pubblici, in particolar modo gli enti periferici, continuano a effettuare i pagamenti senza transitare per la piattaforma e con scadenze ben superiori a quelle fissate dalla legge.

Via Nazionale stima in 53 miliardi i debiti della Pa

Sebbene negli ultimi anni lo stock sia in calo, secondo i dati presentati il 31 maggio 2019 dalla Banca d’Italia nella “Relazione annuale 2018”, l’ammontare complessivo dei debiti commerciali della nostra Pa ammonterebbe a circa 53 miliardi di euro, metà dei quali ascrivibili ai ritardi di pagamento.

L’utilizzo del condizionale è d’obbligo, visto che il regolare monitoraggio realizzato dai ricercatori di via Nazionale si basa su indagini campionarie condotte sulle imprese e dalle segnalazioni di vigilanza da cui emergono dei risultati che, secondo gli stessi estensori delle stime, sono caratterizzati da un elevato grado di incertezza. Si segnala che a causa del Covid nel 2020 la periodica indagine campionaria richiamata più sopra non è stata realizzata.