Fiat Cesare

Fiat Cesare

Un Cesare a Torino. Due fiumi maestosi, il Po e il Tevere. Lui e Agnelli. Gli anni di piombo e la maggioranza silenziosa. L'automobile e la finanza. Il tramonto della Fiat italiana e l'alba di quella americana. Una vita, una moltitudine, una solitudine, uno, nessuno, centomila Cesare Romiti

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© Alberto Ramella SYNC / AGF - Cesare Romiti

AGI - Un Cesare a Torino. Due fiumi maestosi, il Po e il Tevere. Lui e Agnelli. Il manager e l'Avvocato. L'Italia ruggente e declinante. Il Lingotto e la Mole. Gli anni di piombo e la maggioranza silenziosa. Il padrone e il sindacato. Il presente ricco e il passato povero. L'Iri delle Partecipazioni statali e il privato. Il picchetto ai cancelli e la marcia dei 40 mila. L'automobile e la finanza. Questi anni alla Fiat e quelli senza la Fiat. Il tramonto della Fiat italiana e l'alba quella americana. Una vita, una moltitudine, una solitudine, uno, nessuno, centomila Cesare Romiti.

"L'ho fatto per rispetto", mi disse. Il rispetto era per Gianni Agnelli. Il fatto era quell'uomo dritto come un soldato nella garitta, una colonna romana che s'elevava tra la folla, nel Duomo di Torino. Era il suo ultimo saluto all'Avvocato. Il calendario segnava la data del 26 gennaio del 2003. Diciassette anni dopo, siamo qui, sul taccuino del cronista c'è un'altra ora senz'ombra da inseguire. 

Cesare Romiti, classe 1923, nato a Roma e destinato alle brume del Nord industriale, figlio di un impiegato delle Poste morto nel 1941, l'orfano che studiava e lavorava per diventare Cesare Romiti. Di quest'uomo si conosce la forza del dritto (l'uomo potente) ma è il colpo del rovescio (il ragazzo povero) che forgia il campione.

I due Romiti

C'erano almeno due Romiti che potevi incontrare: quello che parlava svelto, per sentenze, che disponeva e ordinava, assumeva e licenziava, diceva sì a se stesso e il no lo teneva in serbo come una proiettile nella cartuccera. Il capitano d'industria nella catena di montaggio del capitalismo. Poi c'era l'altro, il suo doppio, l'amante della musica e dell'arte, un uomo che nella sua scartavetrata tonalità mutava improvvisamente voce, con un balzo nella memoria si faceva più profonda e rotonda, caracollava nei ricordi e si catapultava nel futuro. Nel suo volto c'era un velo d'amaro, un tratto scolpito con il martello, il lavoro di un fabbro che non aveva trovato il tempo per il cesello, l'impeto, l'urgenza, la durezza della vita, erano disegnate nel tratto discendente delle sue labbra serrate,  quasi imbrigliate ma, quando sorrideva, c'era l'uomo che si lasciava trasportare dalla corrente del fiume. 

Romiti fu il Novecento, benzina e turbina, moneta e consiglio d'amministrazione, società per azioni e zero distrazioni. La sua avventura iniziò tra la polvere da sparo e gli esplosivi, fece coppia con Mario Schimberni (immaginate il tandem) alla Bombrini Parodi Delfino, proseguì la sua lunga marcia nella Snia Viscosa. Erano gli anni d'oro della chimica italiana che culminò con l'invenzione del Moplen, il polipropilene isotattico, il frutto del genio di Giulio Natta, premio Nobel per la chimica nel 1963. Romiti fu la fabbrica e il flusso del denaro. Impugnò la cloche di Alitalia nel 1970, erano gli anni della prima compagnia "full jet" del mondo. La sua cabrata coincide con il tramonto del sole dell'ingegner Vittorio alla Fiat, la successione di una generazione, la lotta per il comando e un nuovo inizio del capitalismo italiano. 

Era capace di ruvidezze esemplari di cui si pentiva tempo dopo. Molto dopo. Con lui contava la prima impressione, restava sempre l'ultima. Stringeva il pugno e teneva il punto, anche quando sapeva di poter perdere. Duro negoziatore. Vinse tutti i suoi duelli alla Fiat, perse quelli fuori dal portone di casa Agnelli. Ascesa, caduta, limbo, ricordi, la storia di un uomo.

L'Avvocato lo lasciava fare, lo proteggeva, dirottava i fastidi dello scettro con un "chiedete al dottor Romiti". E poi lo fulminava. Dei suoi avversari in Corso Marconi restò solo un Agnelli, l'Umberto, gli altri (tra loro c'era Carlo De Benedetti, l'Ingegnere) passarono le carte nell'accordo e nel disaccordo, al tavolo da poker si ritrovò infine a giocare un solitario, contro se stesso. Fu la partita che non riuscì a finire e che perse per fatto anagrafico e risultato di bilancio. Romiti fu un Napoleone senza Rivoluzione. Il Regno era di Gianni, la cavalleria era al comando del Cesare venuto dalla Città Eterna.

Il 'nuovo Valletta'

Diventò il "nuovo Valletta", correva l'anno 1974, diventarono 25 anni alla Fiat, il "The End" sulla sua sceneggiatura arrivò nel 1998. Gli anni Ottanta furono il suo capolavoro, non fu l'opera di un sol uomo, con lui c'erano Vittorio Ghidella  e Giorgio Garuzzo, due visionari, accompagnati da dirigenti in gamba. Profitti e potere non bastarono. Come Saturno, Romiti divora i suoi figli. Licenziò anche la coppia del miracolo. 

La storia di Romiti s'intreccia con quella dell'industria e della famiglia, tutte le successioni nell'impero Fiat non andarono in porto: non quella di Umberto, non quella di un ragazzo che sembrava il delfino, il predestinato, Giovanni Agnelli, "Giovannino", figlio di Umberto, 33 anni spenti in un letto d'ospedale, cancro. Chissà come sarebbe stata la storia di Cesare con un avvicendamento al trono. Le pagine scritte non hanno una contro-storia, dicono che finì troppo solo al comando. Fu abbattuto dal limite d'età 75 anni che nello Statuto della Fiat per Romiti significava una parola impronunciabile: pensione.

Al suo posto arrivò Paolo Fresco, il "americano" di una storia destinata a ripetersi (con un successo, quello di Sergio Marchionne). Fresco veniva da General Electric, non conosceva il settore dell'automotive e, nonostante il nome, si ritrovò con un problema rovente: la Fiat che perdeva fiumi di denaro. Il declino era cominciato con l'ultima fase della gestione di Romiti. Il canto del cigno era cominciato da un pezzo. Per tutti i protagonisti di una stagione lunga e difficile della nostra storia.

Questi anni alla Fiat (titolo del libro intervista di Giampaolo Pansa, del 1988) per Romiti sono difficili, non è un viaggio sul velluto, il suo carattere coriaceo fu forgiato in un'era dove il pericolo non era un'ipotesi di calcolo aziendale, era reale.

La sua vicenda è stata (anche) uno dei capitoli della politica italiana, di un paese che subiva la pressione crescente della prima globalizzazione e il vacillare del (dis)ordine internazionale che galoppava negli anni Settanta: la crisi energetica del 1973 con l'attacco di Siria e Egitto a Israele che diede uno scossone al mercato del petrolio e ai trasporti (in Italia arrivarono le "domeniche a piedi", la prima fu il 2 dicembre del 1973), gli anni del terrorismo, una lunga scia di sangue che spesso perfino gli storici dimenticano, la nascita delle cellule dei brigatisti e dei simpatizzanti in fabbrica, gli anni delle stragi, un conflitto politico violento, l'ascesa del Pci nelle elezioni del 1976 (e ricordiamo che siamo in piena Guerra Fredda) e il tentativo di Enrico Berlinguer di separare i destini del Pci da quelli dell'Unione Sovietica, il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, le dimissioni di Giovanni Leone e l'elezione di Sandro Pertini, la sconfitta dei laburisti e l'ascesa di Margaret Thatcher nel Regno Unito; il cambio di regime in Iran, la fuga dello Scià di Persia e l'arrivo dall'esilio di Parigi dell'ayatollah Khomeini, l'instabilità dei governi in Italia con il ballo di Palazzo Chigi dove si consumavano le lotte delle correnti della Democrazia Cristiana, i governi Andreotti, di Rumor, di Moro.

Nella confusione e nella tragedia, stava bollendo in pentola il giro di boa degli Anni Ottanta. La Fiat, la famiglia Agnelli e Cesare Romiti erano al centro del Maelstrom, il cambiamento storico era in piena accelerazione, una trasformazione mondiale del mercato dell'auto, del gusto e del consumo (la Volkswagen lancia la Golf) che imponeva tagli, riorganizzazione, fusioni dei costruttori e l'apertura di nuovi mercati, tutti temi industriali sui quali Fiat era indietro.

Gli anni d'oro alla Fiat

È in questo scenario che Romiti infilò il colpo dei suoi anni d'oro, cavalcò l'abolizione della scala mobile, la svalutazione della Lira diede una mano all'export, ingaggiò un duro negoziato con i sindacati, organizzò la a marcia dei quarantamila a Torino, una svolta. Tra spinte e controspinte la Fiat di Romiti riuscì a rilanciarsi - e non era scontato - così arrivarono i modelli che hanno fatto storia, la Panda, la Croma, la Punto, la Thema e la rivoluzione dei motori Fire. La politica doveva accompagnare questa trasformazione e la Fiat a sua volta fare da apripista ai governi.  

Tutti volevano (e dovevano) parlare con il Cesare di Corso Marconi, nell'era del pentapartito era il punto di riferimento a Palazzo Chigi per decidere le politiche industriali, lo accusavano di essere filo governativo, ma la Fiat non poteva essere anti governativa. Romiti fece scelte giuste e sbagliate con un'idea di Italia che doveva coincidere con i destini della Fiat perché la Fiat era (e resta) un pezzo fondamentale sulla scacchiera del nostro paese. 

Arrivarono altre imprese, altri sogni di restare nel Grande Gioco del capitalismo, ma niente fu come questi anni alla Fiat. Il cerchio dell'addio si è chiuso oggi, ma l'epilogo a volte è una storia parallela, invisibile e immanente, l'ora senz'ombra era in attesa da quel giorno, 26 gennaio 2003, il passo dell'addio a Gianni Agnelli dopo 81 anni vissuti da re. C'era un ufficiale, in piedi, nel Duomo di Torino, era Romiti. Fiat Cesare.