Economisti concordi, i fondi dell'Unione europea a infrastrutture e lavoro

Economisti concordi, i fondi dell'Unione europea a infrastrutture e lavoro

Investire in riforme che portano futuro, verso una crescita prospettica. La parola a Marco Fortis, Carlo Cottarelli, Fabrizio Pagani, Giorgio Arfaras, Lorenzo Codogno, Luigi Guiso

Recovery Fund Infrastrutture lavoro economisti


AGI - Le risorse in arrivo dall'Europa, che si chiamino recovery fund, Mes o Sure, vanno prese nella loro interezza e usate per investire su infrastrutture, meglio se verdi, e digitale, per stimolare la capacità produttiva del Paese e difendere i posti di lavoro in vista di un autunno dove rischia di saltarne un milione. È questa la linea che alcuni dei principali economisti italiani - Marco Fortis, Carlo Cottarelli, Fabrizio Pagani, Luigi Guiso, Giorgio Arfaras, Lorenzo Codogno - tracciano dopo il negoziato europeo sul recovery fund e in vista delle prossime decisioni del governo, con diversi punti di contatto, che hanno come denominatore comune la necessità di usare questi soldi per la crescita.

 

Marco Fortis, un milione di posti di lavoro a rischio

"L'Europa di oggi non è quella del 2011", ma è un'Unione europea che "assume una fisionomia interventista, che ha preso il sopravvento su posizioni più rigoriste e antistoriche. C'è una grande opportunità: siamo di fronte a un'Europa che non ci porta all'austerity  ma che ci porta alla ripresa", sottolinea Fortis, professore all'Università Cattolica e direttore della fondazione Edison. "Partiamo potenzialmente in autunno dalla perdita di un milione di posti di lavoro che, grazie al recovery fund, possiamo recuperare", aggiunge, ricordando come il governo e l'Italia abbiano davanti "sfide enormi per ammodernare il Paese", con le infrastrutture che "sono la priorità: vanno fatte e vanno fatte con criteri di efficienza, a partire dagli investimenti sulle reti dei trasporti e digitali".  

 

Carlo Cottarelli, meglio investire che tagliare le tasse

"È fondamentale puntare su infrastrutture verdi e tecnologiche per ammodernare il Paese, perché queste cose fanno crescere la domanda ma lasciano anche qualcosa per le generazioni future, aumentando la crescita potenziale", osserva il direttore dell'Osservatorio sui Conti pubblici, Carlo Cottarelli, che suggerisce di puntare su cose che "aumentino la capacità di produrre dell'economia", specialmente per riuscire a ridurre il debito pubblico. "Non serve la crescita di un anno, ma un percorso prolungato come quello che ha avuto la Germania, quindi non è sufficiente spingere la domanda". Secondo l'economista,poi, "è meglio usare questi fondi per una spesa fatta dallo Stato; non userei le risorse europee per tagliare le tasse, anche perché non è il linea con le raccomandazioni Ue. Possiamo ridurre la pressione fiscale se riusciamo ad abbattere l'evasione e a risparmiare qualcosa". 

 

Fabrizio Pagani, fare riforme che puntano al futuro

Le risorse europee, dunque, vanno usate per costruire futuro e crescita, anche perché, come sottolinea Fabrizio Pagani, capo globale Strategie del fondo d'investimento statunitense Muzinich. "Il debito è un dato conosciuto e accettato dai mercati - osserva - per garantire la sostenibilita' e il rientro da questo debito un giorno occorre creare crescita sul medio e lungo termine". Quattro le aree su cui mette l'accento: demografia, istruzione, lavoro e sostenibilità. "Un quadrilatero di riforme - spiega - sulle quali possiamo costruire il futuro della nostra economia e più in generale della nostra comunità. Queste aree trovano poi degli elementi abilitanti, come dice la stessa Commissione europea, nella parte green e nella parte digitale e dell'innovazione". E avverte: "Se non mettiamo mano a questi quattro enormi cantieri non abbiamo futuro.

Giorgio Arfaras, non buttare via i soldi in mille rivoli

Altra cosa a cui è necessario stare attenti, per evitarla, ricorda Arfas, direttore della Lettera Economica del Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi, è "non buttare via i soldi in mille rivoli elettoralistici". "Se il Pil cresce - è il ragionamento - il debito per quanto mostruoso va sotto controllo, anche se questo non avviene nell'immediato". Il problema non è in quanto tempo lo Stato rende il debito perché basta che sia messo sotto controllo, anche rinnovandolo. A mano a mano che l'economia cresce, il debito pesa sempre di meno". 
    

Lorenzo Codogno, pensare a crescita prospettica

L'impegno del governo, rimarca Lorenzo Codogno, per lunghi anni al Mef e ora capo economista di LC Macro Advisors, "deve essere a supporto della crescita non solo attuale, ma prospettica". Su come spendere le risorse, poi, "la digitalizzazione è la prima cosa che salta all'occhio". Serve "la copertura totale del Paese con la banda ultralarga ed è necessario ridisegnare completamente la pubblica amministrazione in senso digitale, seguendo l'esempio di altri Stati, che sono partiti da zero: questa è la priorità più importante". Anche Fortis, oltre che sui possibili vantaggi per le imprese italiane, si sofferma sulle "ricadute sulla fabbrica-Stato", dove, dopo esserci "impelagati per anni sui no e sui blocchi, abbiamo lo stimolo a eliminare i lacciuoli che hanno impedito gli investimenti". "Occorre una vera digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni, che devono parlarsi fra di loro in modo da fornire servizi efficienti ai cittadini che permetterebbero, ad esempio, una maggior partecipazione femminile al mercato del lavoro nel Mezzogiorno", aggiunge l'economista. Un altro sforzo necessario è quello di uscire "dalla logica di forme di assistenza" e di entrare in quella "della creazione dei posti di lavoro": su questo fronte "l'unica possibilità sono i grandi investimenti pubblici", che l'Ue ha reso possibile. 

Luigi Guiso, far funzionare la macchina dello Stato

"Ora le risorse ci sono e sono cospicue, ma richiedono una filosofia molto seria e molto pragmatica, 'seduta per terra', e anche con una notevole fantasia per avere una visione d'insieme del Paese e capire dove sono i colli di bottiglia, come vanno eliminati, oltre ad avere una visione coerente della macchina economica e stabilire delle priorità seguendo anche l'andamento delle misure messe in campo", conclude Luigi Guiso, professore all'Einaudi Institute for Economics and Finance di Roma. Tra i settori da cui partire c'è quello delle infrastrutture: "L'Italia - spiega l'economista - è un Paese che negli ultimi 25-30 anni, diciamo da Mani Pulite in poi, ha un grossissimo problema di infrastrutture: non c'è stata grande manutenzione e ci sono stati pochissimi investimenti. Ed è anche un Paese che ha un'amministrazione dello Stato molto mal funzionante e ha bisogno di farla funzionare".