Il prezzo del grano vola e la farina va a ruba. Cosa succede alla nostra spesa?

Il prezzo del grano vola e la farina va a ruba. Cosa succede alla nostra spesa?

L'emergenza Coronavirus ha dato il via a una corsa ai beni essenziali, con un'impennata dei prezzi del grano e dei cereali. Ma in questa altalena sono coinvolti anche altri alimenti

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© Mirco Toniolo Errebi / AGF
- Scaffali vuoti in un supermercato milanese

L’effetto Coronavirus ha innescato una corsa ai beni essenziali, con un'impennata dei prezzi del grano e dei cereali in generale. E tuttavia non mancano altre materie prime alimentari, come caffè, cacao, zucchero, che provengono per lo più da Paesi in via di sviluppo, che stanno invece pagando dazio, con duri effetti sulle bilance commerciali delle nazioni esportatrici.

I principali cereali quotati al Cbot, la borsa merci di Chicago, hanno chiuso le contrattazioni la scorsa settimana in rialzo, con ulteriori guadagni che li hanno spinti sui massimi da oltre 2 mesi. Le quotazioni del caffè hanno perso, invece, oltre il 6% nell'ultima seduta e quelle dello zucchero quasi il 2%. 

A non mostrare segni di frenata è la corsa del grano: nell’ultima settimana i contratti con consegna a maggio hanno registrato un ulteriore aumento del 5,92%. In crescita anche il valore del mais (+0,66%), della soia (oltre il 2%), dell’avena (+1,39%) e della canola (+0,22%). Volano anche le quotazioni dell’olio di soia, che hanno guadagnato il 4,65%, e del riso (+5,07%). In calo la farina di soia americana (-0,57%).

I prezzi della carne hanno invece subito variazioni contrastanti nell’ultima settimana: i contratti sulla carne bovina adulta con consegna a giugno hanno registrato un +0,2%, le quotazioni sul bestiame da alimentazione con consegna a maggio sono cresciute del 2,56%, mentre i prezzi della carne di maiale con consegna a giugno sono crollati del 5,13%.

Secondo Coldiretti, a causare l'impennata del prezzo internazionale del grano ha influito la decisione della Russia di limitarne le esportazioni, dopo che nel Paese le quotazioni avevano raggiunto i 13.270 rubli per tonnellata, superando addirittura il valore del petrolio degli Urali, sceso a 12.850 rubli per tonnellata.

"Gli effetti della pandemia", osserva l'organizzazione, "si trasferiscono dunque dai mercati finanziari a quelli dei metalli preziosi, come l'oro, fino alle produzioni agricole, la cui disponibilità è diventata strategica con le difficoltà nei trasporti e la chiusura delle frontiere ma anche per la corsa dei cittadini in tutto il mondo ad accaparrare beni alimentari di base dagli scaffali di discount e supermercati. Una preoccupazione che ha spinto la Russia a trattenere per uso interno parte della produzione di grano dopo esserne diventata il maggior esportatore del mondo".

Tensioni, prosegue Coldiretti, si registrano anche per il riso, con il Vietnam che ha temporaneamente sospeso i nuovi contratti di esportazione, mentre le quotazioni in Thailandia sono salite ai massimi dall'agosto 2013. In aumento anche il prezzo della soia, prodotto agricolo tra i più coltivati nel mondo, con gli Stati Uniti che si contendono con il Brasile il primato globale nei raccolti. 

La tendenza all'accaparramento è confermata anche in Italia, dove nell'ultimo mese di emergenza sanitaria sono praticamente raddoppiati gli acquisti di farina (+99,5%) e sono drasticamente saliti quelli di riso bianco (+47,3%) e di pasta di semola (+41,9%). "L'aumento delle quotazioni alla borsa di Chicago conferma che l'allarme globale provocato dal Coronavirus ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico rappresentato dal cibo e dalle necessarie garanzie di qualità e sicurezza", afferma il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, secondo cui "l'Italia, che è il Paese con più controlli e maggiore sostenibilità, potrà trarre certamente beneficio da questo scenario, ma solo a patto di invertire la tendenza del passato a sottovalutare il potenziale agricolo nazionale".

Per Coldiretti, "ci sono le condizioni per rispondere alle domanda dei consumatori e investire sull'agricoltura nazionale, che è in grado di offrire produzione di qualità, realizzando rapporti di filiera virtuosi con accordi che valorizzino i primati del Made in Italy e garantiscano la sostenibilità della produzione in Italia con impegni pluriennali e il riconoscimento di un prezzo di acquisto 'equo', basato sugli effettivi costi sostenuti. Oggi in Italia", incalza Prandini, "gli agricoltori devono vendere ben 5 chili di grano tenero per potersi pagare un caffè e per questo nell'ultimo decennio è scomparso un campo di grano su cinque con la perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati ed effetti dirompenti sull'economia, sull'occupazione e sull'ambiente".

Il grano resta la coltivazione più diffusa in Italia con circa 300.000 agricoltori. Il nostro Paese è primo in Europa e secondo nel mondo nella produzione di grano duro destinato alla pasta, con una stima di 1,2 milioni di ettari seminati nel 2020 e un raccolto di 4,1 miliardi di chili ma forte è l'importazione dall'estero (pari a circa 30% del fabbisogno) con ben 793 milioni di chili.

Le previsioni di semina del grano tenero per il 2020 sono invece di circa 536.000 ettari, rispetto ai 530.000 del 2019, con una produzione di 2,73 miliardi di chili e importazioni che arrivano al 70% del fabbisogno totale.