Perché si deve andare a lavorare, ma non si può andare a correre?

Perché si deve andare a lavorare, ma non si può andare a correre?

La situazione "è gestita in modo schizofrenico", dice il giuslavorista Valerio De Stefano che spiega che se da un lato c'è stata la limitazione delle libertà individuali, dall'altro si possono tenere aperte le fabbriche

Coronavirus lavoro fabbriche runners

©  (Afp) - La produzione in una fabbrica

L’eccezionalità dell’epidemia italiana di coronavirus corrisponde all’eccezionalità della sua gestione “schizofrenica”: da un lato la compressione estrema di alcune libertà individuali, dall’altro la discrezionalità per i titolari di impresa “di mantenere aperte le fabbriche”. La riflessione è del professor Valerio De Stefano, Research Professor of Labour Law all’università di Lovanio - una delle più antiche d’Europa - che ne ha parlato con l’AGI.

Nella crisi causata dal coronavirus, a detta dell’esperto, “la gestione politica ha lasciato alle imprese in modo unilaterale la possibilità di decidere di rimanere aperte”. Un diritto che “stride con una compressione delle libertà dei cittadini senza precedenti in nessuna democrazia e forse nemmeno nei regimi autoritari: si sta sostanzialmente mettendo un’intera popolazione agli arresti domiciliari e allo stesso tempo costringendone una fetta ad andare a lavorare”. Dal punto di vista del giuslavorista, in questo momento in Italia si sta verificando uno sbilanciamento di diritti egualmente garantiti dalla Costituzione: “Da un lato quelli alla libertà e alla salute, dall’altro quello al lavoro: in questa situazione di emergenza i primi due sono più importanti e non si può protendere verso il secondo”. 

L’accusa dello studioso è infatti quella di aver “commissariato un intero Paese pensando alla gestione della crisi economica, mentre siamo ancora nel pieno di quella sanitaria”. La soluzione è “mettere in lockdown tutte le attività, mantenendo aperte soltanto quelle essenziali o la cui produzione non può essere fermata, come per esempio gli altiforni”.

Al contrario le misure che vietano le passeggiate o le corse al parco “rispondono all’esigenza di cercare capri espiatori in una situazione già gravissima: si impone alle persone di non uscire, anche se rispettano la social distancing, si espongono i runners al ‘social shaming’, mentre una buona fetta di persone è costretta ad uscire per andare a lavorare”. E’ questo il motivo per cui “il blocco dei trasporti peggiorerebbe la situazione” ad avviso dell’esperto: “Finirebbe per impedire anche a chi lavora in settori essenziali come quello sanitario o alimentare di svolgere un impiego essenziale per la collettività”.

Secondo De Stefano, inoltre “mancano controlli effettivi sul fatto che tutte le imprese abbiano seriamente implementato il lavoro agile, quando potevano farlo”. Infine lo studioso pone una domanda sulla geografia del contagio. L’epidemia ha colpito in modo più forte le regioni più produttive del Paese e in particolare le province Bergamo e Brescia che da sole concentrano gran parte della produzione con almeno mezzo milione di lavoratori attivi (il 73% delle imprese non ha chiuso, stando ai dati forniti dagli stessi industriali):  “Sono i sindaci ormai a implorare la chiusura delle attività. Dovremmo chiederci perché il contagio abbia corso così veloce in quelle regioni dove il tessuto produttivo non si è fermato. Non è di certo successo perché le persone vanno al parco”.

Da questo punto di vista si riscontra anche una carenza informativa a livello centrale: “Dovremmo ricevere ogni giorno, oltre al conteggio di contagiati e morti, anche i numeri su quale sia la percentuale delle imprese che hanno chiuso, altrimenti non abbiamo modo di capire che cosa stia davvero succedendo”.