"L'alto tasso di anziani rende l'Italia più vulnerabile al coronavirus"

"L'alto tasso di anziani rende l'Italia più vulnerabile al coronavirus"

Lo sostiene il demografo Massimo Livi Bacci che ricorda come il nostro Paese "dopo il Giappone è il paese più 'vecchio' al mondo"

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©  Mint Images / Agf - ¬†Una coppia di anziani

"Lo sforzo del sistema sanitario di fronte all’emergenza coronavirus è, e sarà, tanto più intenso quanto più invecchiata è la struttura per età della popolazione". A sottolineare la "particolare vulnerabilità del nostro paese e del suo sistema sanitario per l’alta proporzione dei molto anziani, la più alta in Europa e seconda solo al Giappone nel mondo" è il demografo Massimo Livi Bacci.

"L’Italia, dopo il Giappone - osserva lo studioso su Neodemos intervistato dall'AGI - è il paese più 'vecchio' al mondo: nel 2020 il 7,5% della popolazione ha più di 80 anni (9% in Giappone, 5% nella media dei paesi più sviluppati)". In Europa - aggiunge Livi Bacci, interpellato dall'AGI - i Paesi con livelli di invecchiamento elevati sono Italia e, a seguire, Germania; Inghilterra e Francia si distanziano di circa 2 punti. Se l'indicatore della popolazione con più 80 anni in Italia è al 7,5%, In Francia 6%, nel Regno Unito 5%. Sono differenze considerevoli che hanno un impatto".

Da considerare poi le differenze "molto forti" a livello regionale: gli ultraottantenni sono il 5% in Campania (la regione meno vecchia) e il 12,2% in Liguria (la regione più vecchia). "A parità del grado di diffusione del virus, fatto uguale a 100 lo 'sforzo sanitario' dell’Italia  - spiega Livi Bacci, che è professore di demografia all'Università di Firenze.- la Campania farebbe uno sforzo pari a 77, la Liguria uno pari a 134. Facendo lo stesso confronto, lo sforzo richiesto agli Stati Uniti, fatto uguale a 100 quello dell’Italia, sarebbe pari a 75. Ecco un altro costo – la maggiore vulnerabilità nei confronti di un’emergenza sanitaria – del forte invecchiamento del nostro paese".

 A fronte del dislivello tra aree del Paese, "il fatto che il Nord sia più organizzato dal punto di vista sanitario non compensa lo squilibrio demografico. È evidente - fa notare Livi Bacci - che se la popolazione è costituita da molti anziani tutto il sistema sanitario ne risente".

Difficile immaginare quali saranno le conseguenze dell'epidemia: "Dipende dalla durata: se tutto si risolverà nell'arco di qualche mese gli effetti non saranno sconvolgenti. Le esplosioni epidemiche hanno un forte impatto ma di breve durata e mi aspetto una ripresa abbastanza rapida".

Le incognite restano ancora molte, visto che per il Coronavirus non ci sono per ora farmaci precisi nè vaccino. Altra incognita sono i portatori sani: "gli asintomatici sono un multiplo dei contagiati, ma senza indagini specifiche, e’ impossibile dire quanti".

Quanto alle conseguenze economiche, Livi Bacci guarda a ciò che è accaduto in passato: "la crisi, anche l'ultima del 2008, ha depresso i livelli di natalità in Italia e in altri Paesi europei perchè meno risorse significa meno autonomia per i giovani che spostano in avanti il momento di fare figli o rinunciano ad averne”.

L'altro effetto è sull'immigrazione: con la crisi gli immigrati sono tornati ai paesi origine. Sulla mortalità le crisi economiche influiscono poco: quelle nel mondo occidentale degli ultimi 50 anni hanno avuto effetti relativamente modesti".