I due anni difficili di Powell a capo della Fed

I due anni difficili di Powell a capo della Fed

 Quello tra il presidente della Federal Reserve e i mercati è stato 'odio a prima vista'. E anche con Trump i rapporti sono stati sempre molto tesi

powell fed trump

© ERIC BARADAT / AFP - Jerome Powell

Quello tra il presidente della Fed Jerome Powell e i mercati è stato 'odio a prima vista'. Nella giornata di martedì Powell ha fallito la prova del coronavirus definendo "molto incerti l'entità e la persistenza dell'effetto complessivo dell'epidemia sull'economia degli Stati Uniti". Per poi aggiungere che "i rischi per le prospettive statunitensi sono cambiati materialmente".

Il capo della Fed ha inoltre precisato che il taglio dei tassi "non ridurrà il livello di contagio o riparerà le interruzioni dell'offerta. Ma introdurrà condizioni finanziarie accomodanti ed eviterà un inasprimento delle condizioni finanziarie". E questo è bastato per togliere ai mercati ogni residuo entusiasmo. Insomma, Powell e Wall Street sono fatti per non intendersi. Non a caso da oltre due anni sono come 'cane e gatto'.

Un insediamento "difficile"

Wall Street l'ha subito considerato la sua 'bestia nera' fin dal novembre 2017, quando Donald Trump ha individuato in questo avvocato di Washington il sostituto di Janet Yellen alla presidenza della Fed. Era la prima volta in 30 anni che per guidare la banca centrale Usa la Casa Bianca ha scelto un legale senza il dottorato in economia. E per la prima volta in 40 anni anni alla Yellen non è stato concesso un secondo mandato. Due brutti segnali. Tra l'altro il compito di Powell doveva essere quello di rialzare i tassi, di normalizzare la politica monetaria Usa, mentre l'obiettivo di Trump, al contrario, era quello di galvanizzare l'economia Usa, di tornare a spendere, di far rinascere l'orgoglio del 'made in Usa' e, sul fronte monetario, di tagliare i tassi.

Dai problemi con Trump al taglio dei tassi

A differenza di Powell, il Presidente ha tutto per piacere ai mercati, e infatti diventa l'alfiere di Wall Street, il beniamino della piazza azionaria newyorkese. Nel marzo 2018, quando gli Stati Uniti annunciano l'introduzione dei primi dazi sulle merci importate dalla Cina, Donald Trump scrive: "Le guerre commerciali sono una buona cosa, e sono facili da vincere!". Il compito di Powell è quello di contrastarlo e così la guerra commerciale tra Usa Cina diventa una fonte di litigi tra Casa Bianca e Fed. Poi cominciano i rialzi dei tassi Usa, cioè la normalizzazione della politica monetaria Usa, che ai mercati piace ben poco e a Trump non piace per niente.

Negli ultimi sgoccioli del 2018 le Borse chiudono in profondo rosso, dopo la decisione della Fed di alzare per la quarta volta il costo del denaro. Powell tira dritto nonostante gli attacchi di Trump, che gli chiede di non procedere con la stretta monetaria. La decisione di portare il costo del denaro al 2,25-2,5% era attesa dai mercati, così come era ritenuta probabile una maggior cautela per il 2019. In effetti la Banca centrale mette sul tavolo due altri rialzi dei tassi, rispetto ai tre inizialmente preventivati, ma ai mercati non basta. Wall Street va giù. E Powell è considerato il nemico pubblico numero uno dei mercati. -

Nel 2019 la politica commerciale scatenata da Trump contro la Cina crea fortissime tensioni internazionali e innesta un rallentamento dell'economia globale, di cui le banche centrali, Fed inclusa, devono tenere conto. Tuttavia sarà Mario Draghi nel mese di luglio, da Lisbona, il primo ad invertire la rotta, a tornare a ridurre i tassi e a riavviare il Qe. Powell si adegua.

A fine luglio dello stesso anno un Powell in versione 'colomba' smette di parlare di politica monetaria neutrale. La Fed taglia i tassi di interesse per la prima volta dalla crisi del 2008. Powell annuncia una mini sforbiciata di un quarto di punto, portando la forchetta dei tassi tra 2-2,25%, meno di quanto si aspettasse il mercato, che infatti risponde con un ribasso dell'1,2% del Dow Jones.

La confusione su Guidance e il "non perdono" dei mercati

In quell'occasione, mentre annuncia il primo taglio dei tassi da 10 anni a questa parte, Powell fa un grave errore di comunicazione: non si spiega bene sui futuri tassi, finendo per contraddirsi e deludendo così gli investitori. In un primo tempo dice che quello deciso a fine luglio "non e' l'inizio di una lunga serie di tagli" ma rappresenta "un aggiustamento di metà ciclo economico".

Poi si corregge: "Permettetemi di essere chiaro. Ho detto che non è l'inizio di una lunga serie di tagli dei tassi. Non ho detto che è solo uno o qualcosa del genere". Insomma dapprima ha chiuso e poi ha aperto alla prospettiva di più tagli dei tassi Usa. I mercati pero' vogliono chiarezza. Non gradiscono i 'ma' e i 'se', vogliono capire bene se la Fed a luglio si sia limitata a fare un piccolo taglio congiunturale, oppure se, come auspicano e come chiede da tempo con forza e in tono spesso minaccioso Donald Trump, l'istituto sia pronto a tagliare i tassi in modo prolungato per prevenire un futuro rallentamento, o addirittura una recessione negli Stati Uniti.

E poi per la prima volta da anni il Fomc della Fed si spacca, i suoi 12 membri danno motivazioni diverse sulla scelta di tagliare i tassi a luglio. Alcuni si preoccupano maggiormente dell'inflazione che scende sotto l'obiettivo del 2% in una fase in cui ci si aspettava che salisse. Altri sono più preoccupati per il rischio della recessione manifatturiera mondiale e per la riluttanza delle imprese Usa ad investire. E altri ancora ritengono che il rallentamento della crescita globale e le tensioni commerciali tra Usa e Cina dovrebbero suggerire un taglio dei tassi Usa, inteso come "assicurazione" contro un'eventuale recessione di qui a due anni. Insomma, Powell fa fatica a guidare i suoi dentro la Fed. E questo ai mercati non piace per niente.

Un agosto di fuoco

Il taglio dei tassi parsimonioso di Powell a luglio e la sua figuraccia sul terreno della comunicazione, rendono Trump molto agguerrito. Il presidente Usa fa sapere, in un'intervista al Washington Post, di non essere "contento neanche un po' " dell'uomo scelto per guidare la Banca centrale. Il 21 agosto lo definisce "un giocatore di golf incapace di metterla in buca. Non ha alcun tocco", scrive su Twitter. Secondo il presidente Usa, "con la Cina e gli altri accordi commerciali stiamo andando bene. L'unico problema che abbiamo", conclude, "sono Jay Powell e la Fed".

Il 23 agosto, a Jackson Hole, Powell, tartassato da Trump, deve affinare le sue doti di comunicatore, che finora si sono dimostrate il suo tallone d'Achille. Sono almeno due le cose su cui i mercati gli chiedono di fare chiarezza: dire cosa intenda fare la banca centrale Usa per prevenire i rischi di un rallentamento globale dell'economia e spiegare meglio perché a luglio, per la prima volta in 10 anni, abbia annunciato un taglio di un quarto di punto dei tassi Usa, malgrado l'economia Usa non dia evidenti segnali di rallentamento. Per Powell è forse il momento più nero ma è anche l'occasione che ha per riscattarsi. E lui che fa? Niente, nessuna svolta epocale, nessuna indicazione chiara sul futuro del tassi Usa, usa molta prudenza: il suo discorso al simposio di Jackson Hole finisce ancora una volta per deludere Casa Bianca e mercati. Powell dice solo che la Fed agirà "in modo appropriato" per sostenere il mantenimento dell'espansione economica del Paese.

Troppo poco per analisti e investitori e, soprattutto, per Donald Trump, irritato anche dai ripetuti rimandi alla guerra commerciale come causa principale del rallentamento economico globale. "Ho solo una domanda: chi e' il nostro piu' grande nemico, Jay Powell o il presidente Xi?", ha twittato il tycoon che ha accusato la Fed di "non fare niente, come al solito". Anche Wall Stret ovviamente lo boccia, con una nuova chiusura in rosso.

Gli ultimi mesi del 2019

A metà settembre del 2019 Powell taglia ancora i tassi, portando la forchetta tra l'1,75% e il 2% con una riduzione di un quarto di punto. Ma questo non lo riappacifica coi mercati e soprattutto non lo riavvicina a Trump , col quale i rapporti restano tesi. Inoltre la Casa Bianca torna a chiedergli a gran voce un nuovo ribasso. A ottobre Powell non dice nulla su una possibile nuova sforbiciata dei tassi di interesse. Si limita a osservare che l'economia americana "sta andando bene" nonostante i "rischi" e "le sfide a lungo termine" e sostiene che il ruolo della Fed e' quello di "continuare a garantire che questo prosegua il piu' a lungo possibile". Per i mercati il suo e' un linguaggio burocratico e quasi incomprensibile.

A dicembre del 2019, mentre infuria l'impeachment, Powell e Trump s'incontrano alla Casa Bianca e siglano una sorta di tregua. L'inquilino della Casa Bianca non smette di attaccarlo, ai mercati Powell continua a non piacere, ma in qualche modo il numero uno della Fed riesce a smussare le ostilità nei suoi confronti. Tuttavia questa luna di miele dura poco. Scoppia il coronavirus e Powell perde l'occasione per mettersi in luce positivamente. Ancora una volta Wall Street lo punisce e lo stesso Trump, nonostante la Fed abbia tagliato i tassi di mezzo punto, lo attacca: "Non è abbastanza", twitta il presidente, mentre Wall Street tracolla.