I rischi per l'economia italiana dall'epidemia di coronavirus

I rischi per l'economia italiana dall'epidemia di coronavirus

Le province lombarde colpite rappresentano da sole il 12% del Pil italiano e il 2% del Pil dell'area euro. E, più che la paura dell'epidemia, colpiscono le misure restrittive adottate dalle autorità. I timori degli economisti

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Italia a rischio recessione a causa dell'impatto del coronavirus sull’economia. E a pesare è soprattutto la paura, parola di esperti. Sebbene ammettano che è ancora presto per valutare i danni economici, Rabobank, Capital Economics e Oxford Economics concordano sul fatto che l'economia italiana, già in stagnazione, è a rischio soprattutto considerando che le province lombarde colpite - Pavia, Lodi, Cremona e Milano - rappresentano circa il 12% del Pil italiano e il 2% del Pil dell'area euro. Inoltre, se le misure di quarantena saranno estese ad altre regioni italiane potrebbero soffocare il movimento interno di prodotti. Questo, a sua volta, potrebbe rallentare ulteriormente l'economia.

Innegabili rischi negativi

"Ci sono innegabili nuovi rischi negativi per l'Italia come risultato dell'ondata di nuovi casi" di contagio da coronavirus, ma "i danni economici sono ancora difficili da valutare in questa fase", afferma RaboResearch, una società di ricerche dell'olandese Rabobank, secondo cui la crescita dovrebbe essere leggermente inferiore nel primo semestre di quest'anno con un parziale rimbalzo nel secondo semestre.

A risentire particolarmente dell'impatto saranno i settori del commercio e del turismo. "In questa fase ci aspettiamo che l'impatto del coronavirus sull'economia italiana sarà relativamente mite. Tuttavia, alcune industrie come il settore automobilistico potrebbero subire un contraccolpo più sostanziale.

Le misure di contenimento potrebbero frenare l'attività

"Ci sarà senza dubbio un colpo per l'economia italiana perché le autorità hanno risposto con forza ed è questa risposta, piuttosto che la malattia in sé, che riduce l'attività economica". Lo sostiene Jack Allen-Reynolds, economista di Capital Economics, sottolineando che il coronavirus rende più probabile un'altra recessione in Italia. L'economista si aspetta una seconda contrazione trimestrale consecutiva del prodotto interno lordo. Anche se finora gli effetti sull'economia della zona euro della recessione in Cina sono stati modesti, l'aumento di casi confermati in Italia aggiunge un altro canale attraverso il quale il virus potrebbe danneggiare l'economia.

A pesare sarà lo shock di fiducia

A causa del diffondersi del Covid-19, le famiglie e le imprese potrebbero essere colpite da uno shock di fiducia e l'economia potrebbe soffrire per le interruzioni della catena di approvvigionamento. A sostenerlo è Oxford Economics che prevede una contrazione dell'economia italiana nel 2020, poiché la crisi del coronavirus arriva in un momento in cui l'economia è già in stagnazione. "Le perturbazioni dell'attività economica in Italia, dovute al coronavirus, si tradurranno in una crescita del Pil nel primo trimestre di circa lo 0,1% se le misure adottate per contenere il virus rimarranno in vigore per il periodo previsto di una settimana", afferma Nicola Nobile.

Commercio e turismo i settori più colpiti

I settori più a rischio sono soprattutto il commercio e il turismo. Nel 2018, circa il 2,5% di tutti i turisti che arrivano nelle strutture ricettive italiane proveniva dalla Cina. Dato che il turismo contribuisce per il 13% al Pil italiano, i calcoli di RaboResearch stimano che un calo dei turisti cinesi del 25% potrebbe diminuire la crescita del Pil di circa 0,1 punti percentuali. L'impatto potrebbe essere un po' più grande, dato che si deve tenere presente che i turisti cinesi spendono relativamente più di altri turisti.

Per quanto riguarda il commercio, circa il 3% del valore dell'export di beni italiani va direttamente in Cina e circa il 7% va ad altri paesi asiatici che saranno duramente colpiti dal rallentamento della Cina. A causa del blocco, anche le importazioni di merci cinesi sono ostacolate. Questo potrebbe danneggiare le vendite dei negozi al dettaglio che vendono beni di consumo cinesi e, più importante, la produzione industriale nazionale che dipende dai beni intermedi cinesi.