Startup, che cosa abbiamo da imparare dalla Francia secondo 7 investitori italiani

Il rapporto tra i due Paesi non lascia molto spazio a dubbi: Parigi corre, l'ecosistema italiano dell'innovazione prova ad inseguire. Ma per recuperare la distanza serve intervenire su alcuni aspetti cruciali

Startup, che cosa abbiamo da imparare dalla Francia secondo 7 investitori italiani

Coincidenze: il 13 giugno, nel giorno di massima tensione tra Eliseo e Palazzo Chigi, le startup italiane e francesi si stringevano la mano. La French Tech, la rete dell'innovazione transalpina, ha organizzato un evento per parlare di investimenti. C'era anche l'ambasciatore francese in Italia Christian Masset. Che non ha evitato la questione Aquarius. Passando però in fretta dall'immigrazione (definita “una sfida comune”) all'innovazione (“Francia e Italia non si possono trasformare se non lo fa anche il proprio vicino”).

Se Salvini e Macron, prima di rappacificarsi, ostentavano vocabolario e maniere spicce, a Milano volavano sorrisi. Forse perché, quando si parla di innovazione, il quadro è pacifico. I rapporti di forza sono chiari (e impari): la Francia corre, l'Italia insegue. Ne hanno parlato sette investitori italiani.

Costamagna (Cdp): “In Italia manca la cultura del rischio”

Cassa depositi e prestiti non è un fondo di venture capital. Ma è, di fatto, il principale investitore italiani in capitale di rischio. Il suo presidente, Claudio Costamagna, ha confermato che l'Italia “è ancora molto indietro” e che ha “molto da imparare dalla Francia”. La mano pubblica di Parigi, infatti, ha giocato un ruolo chiave nella nascita della “startup nation”.

Secondo Costamagna, le ragioni del ritardo italiano sono diverse: “Una delle principali è la scarsa diffusione della cultura del rischio, con gli investitori che preferiscono investimenti meno volatili. C'è poi un problema di trasferimento tecnologico, dalla ricerca scientifica in brevetti” e la “scarsa presenza di grandi aziende, che nel venture capital contano”. Cdp avrebbe fatto "tutto il possibile per mettere benzina in un mercato che ne aveva bisogno. Adesso è il momento di gestirla bene”. I venture capital sono “indispensabili per tradurre le idee in attività compiute”. Non solo per l'apporto di risorse finanziarie, ma anche perché consentono di “acquisire competenze specializzate, di usufruire del network dell'investitore e determinare un impatto positivo a livello economico”.

Buonanno (Invitalia Ventures): “L'importanza di un sistema organico”

Sergio Buonanno, amministratore delegato di Invitalia Ventures, è uno dei pochi a dirlo chiaramente: “Sono ottimista e credo ci siano le possibilità di recuperare, in tutto o in parte, il gap” con la Francia. I Pir potrebbero essere “un'opportunità”, non ancora sfruttata, di convogliare risorse verso il venture capital. Importare modelli esteri non è sempre la soluzione. Ma, nel caso italiano, “una delle cose che funziona è l'attività dei fondi dei fondi”. Tra i grandi difetti c'è il “trasferimento tecnologico”, cioè l'incapacità di trasformare l'idea in impresa. E non perché, sottolinea l'ad di Invitalia Ventures, “manchi l'imprenditorialità e la buona ricerca scientifica”.

Quello che manca è “un sistema organico che funzioni, come in Francia”. Altro punto debole: l'incapacità di sostenere, a livello finanziario, l'intero percorso di crescita di una startup. “Oggi in Italia non ci sono fondi in grado di intervenire in un round B”. Colpa anche delle grandi imprese, ancora lontane: si parla tanto di open innnovation ma si fa poco. “È vero che non sono molte, ma i corporate venture capital falliscono anche perché non sviluppano una struttura snella e non riescono a gestire gli investimenti,”, che richiedono “competenze diverse da quelle del mondo industriale”.

Levi (360 Capital): “I grandi gruppi facciano la loro parte”

Emanuele Levi, General Partner di 360 Capital, ha un punto di vista privilegiato. Perché opera proprio tra Italia e Francia. E si focalizza su un punto: “L'ecosistema deve diventare un vero ecosistema. Dire che manca significa dire che mancano i grandi gruppi. Anche se meno numerosi rispetto alla Francia, devono svolgere il loro ruolo”. I numeri degli investimenti francesi sono distanti, ma l'Italia resta “un'area d'interesse”, ricca di “imprenditori di talento”: “Se c'è un Paese dove c'è cultura imprenditoriale è l'Italia”.

La domanda, ricorrente da anni è: viene prima il successo o i capitali? Per Levi questi ultimi sono “il punto di partenza”. “Una volta che ci sono, possiamo innestare questo circolo virtuoso che attrae studenti e imprenditori". Mentre oggi "ci sono hub esteri che hanno maggiore attrattività". Piuttosto che guardare il modello americano, Levi consiglia di guardare a quello francese: “Ha più elementi che possono essere importati”.

Mondini (Idinvest): “Manca la comunicazione del successo”

Fabio Mondini, venture partner in Idinvest, guarda a un altro aspetto: “Il successo alimenta successo. E in Italia manca la comunicazione dei casi positivi”. “Più storie di successo spingeranno corporate e fondi di venture capital”. Certo, non è solo una questione di entusiasmo. “La media del ritorno dell'investimento in Italia è ancora lontano da quello francese. E la maggior parte delle grandi imprese francesi investono o hanno un proprio fondo. In Italia i casi del genere sono pochi”.

Mondini ha definito “triste” il fatto che Exor abbia deciso di investire 100 milioni (di dollari e non di euro) sulle startup (americane e non italiane). Nonostante le pecchi, Mondini è convinto che “nei prossimi 3-5 anni l'Italia prenderà il volo”.

Valenti Valenti Gatto (Partech): “Imprese abbiano visione più aperta”

Anche Nico Valenti Gatto (responsabile corporate investor e startup della francese Partech) punta sulle grandi imprese. Che non investirebbero anche per una questione culturale. Un terzo delle risorse gestite da Partech arriva da lì. Ma con un approccio diverso, più strategico: se sei un'impresa e investi in startup, l'approccio è (o dovrebbe essere) diverso. Più aperto, spiega Valenti Gatto, che non cerchi solo il profitto ma anche “opportunità di sviluppo, talenti e acquisizioni, non solo nel core business dell'impresa”.

Altrove, questo modello funziona. E in Italia? “Non vedo perché non dovrebbe. Forse il messaggio non è ancora stato impacchettato in maniera abbastanza attraente per i grandi gruppi”.

Magnifico (LVenture): “Valutiamo presenza a Parigi”

LVenture ha radici a Roma, ha aperto un avamposto a Milano da pochi mesi. E adesso sta valutando l'apertura di una sede all'estero. In pole position, spiega il consigliere della società Roberto Magnifico, c'è proprio Parigi: “Perché c'è un ecosistema in grande fermento, con grandi ambizioni. Potremo essere contaminati dal venture capital francese, ma anche contaminare la Francia con l'imprenditorialità italiana. Andiamo dove viviamo opportunità di crescita”. Anche Magnifico sottolinea lo scarso apporto delle grandi compagnie italiane, “quasi del tutto assenti”.

E anche Magnifico, pur senza nominarla esplicitamente, fa l'esempio di Exor. “Una grande famiglia italiana sta investendo 100 milioni negli Stati Uniti, dove non hanno certo problemi di capitali”. Proprio LVenture, che con Luiss Enlab osserva molto da vicino il mondo dell'università, indica anche il problema del trasferimento tecnologico. “Il meccanismo s'inceppa all'interno delle università. Il modello con cui si approccia la ricerca e sviluppo è puro, non sempre con validazione sul mercato. Questa mentalità sta cambiando, ma non è ancora molto diffusa”.

Trombetti (PiCampus): “Italia punti sui settori in cui è leader”

Marco Trombetti è stato un imprenditore che si è trasformato in investitore. È partito con un piccolo fondo seed da 5 milioni di euro, con un focus di settore molto preciso: l'intelligenza artificiale (lo stesso settore nel quale ha avuto successo la sua Translated). Oggi ha investito in 40 progetti, metà dei quali in Italia.

“Specializzarsi rende difficile trovare solo opportunità locali. Per questo l'Europa rappresenta un'opportunità incredibile”. Per emergere, è inutile sperare che nasca un “Sequoia Capital europeo”. Cioè un fondo tanto grande quanto variegato. Il futuro dell'Italia potrebbe passare dalla fusione tra innovazione e settori in cui “il Paese è riconosciuto come leader mondiale, come fashion tech e food tech”.



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